
In questi giorni abbiamo letto molte analisi del voto, alcune delle quali, com’è comprensibile, più dettate dall’emotività ma la domanda che continua a ossessionarci è se siamo arrivati al mutare della marea.
Quello referendario è stato un voto composito, del quale non possiamo cogliere soltanto gli elementi che più ci suggestionano, se vogliamo davvero comprenderlo.
La luna di miele tra il Governo e il Paese è finita. La riforma era sbagliata e non era una priorità per le persone. Il Governo Meloni è stato punito: da una parte perché non ha mantenuto le promesse fatte ai propri sostenitori, e su alcune di esse non possiamo che dirci sollevati, visto quanto fossero lontane dalla nostra idea di Stato di diritto, dall’altra per il peggioramento delle condizioni materiali di vita prodotto dalle scelte contenute nelle sue tre leggi di bilancio, una peggiore dell’altra.
La pluralità del no è un bene comune, del quale abbiamo la responsabilità di prenderci cura. Il no a difesa della Costituzione, il no contro l’arroganza del Governo, che tra le altre cose ha impedito ai fuori sede di votare, contro la compressione dei diritti, il no come rivalsa e riscatto nei confronti di una classe dirigente che, quando non ignora le cause dei problemi delle persone, le aggrava. La vittoria del no è un segnale che il Governo non può ignorare, ma le sue diverse anime parlano a noi.
Il largo consenso raccolto dal no tra le nuove generazioni, che hanno partecipato al voto più di altre fasce anagrafiche, alimenta la speranza di poter costruire un Paese diverso. Ma proprio dentro il carattere intergenerazionale di questa vittoria occorre interrogarsi fino in fondo sulle cause e sulle ragioni del diverso risultato registrato tra coloro che hanno tra i 50 e i 64 anni, una fascia nella quale si concentra quasi un terzo degli aventi diritto al voto.
Parliamo di una generazione figlia del benessere, nata nella coda dei Trenta gloriosi, ma dalle aspettative tradite. È la prima generazione ad aver visto tramontare la certezza della stabilità economica e sociale. Quando era giovane ha attraversato in pieno le due crisi petrolifere, la crisi del 1992, la fine della Prima Repubblica. Quando aveva tra i 30 e i 44 anni è stata travolta dalla crisi del 2008 e poi da quella del 2011, che hanno espulso dal lavoro i più giovani di loro e reso la casa un privilegio e non più un diritto. Ed è la stessa generazione che continua a vedere allontanarsi costantemente l’età pensionabile. È anche la prima generazione che ha vissuto la genitorialità come una questione problematica, non più come una scelta libera. Sarebbe interessante ad esempio capire se, per questa generazione, esista anche una correlazione tra l’orientamento di voto e l’essere o meno genitori. A tutto questo non si resta neutrali né impermeabili e faremmo un grave errore ad ignorarlo.
La geografia del voto a Roma, come in altre grandi città, consolida un trend che era emerso già con i referendum sul lavoro. L’8 e il 9 giugno 2025, nella Capitale, l’affluenza più bassa si era registrata ai Parioli, il quartiere più ricco della città; ed è sempre ai Parioli che, il 22 e il 23 marzo 2026, il sì è andato in vantaggio. Lo stesso schema si ripropone in altre zone benestanti della città. Al contrario, la vittoria del no è più netta nei quartieri con una maggiore concentrazione di redditi da lavoro e di pensioni da lavoro.
Allargando lo sguardo al Lazio, ad alcuni fa comodo raccontare una regione divisa a metà, in cui Roma vota no e le province votano sì. Nel Lazio 1.457.352 persone hanno votato no. La nostra è la prima regione in cui il no vince per numero assoluto di voti. Quasi la metà di queste persone vive fuori dalla città di Roma e poco più della metà di coloro che hanno votato sì risiede fuori dalla Capitale. La cesura del voto nelle province, dunque, non è così netta come viene raccontata.
Il no vince nella maggioranza delle città del Lazio con almeno 50 mila abitanti, ma non solo. Esiste anche una correlazione positiva, seppur modesta, tra il tasso di occupazione di un comune e la concentrazione del voto per il no. Aprilia e Pomezia, Cassino e il suo hinterland, Civitavecchia, Colleferro, Paliano, Segni e Genazzano, Formia e Gaeta, Fiumicino, Guidonia e Tivoli sono tutti comuni con poli industriali, manifatturieri o della logistica nei quali il no ha vinto anche con 13 punti percentuali di scarto. In altri, come Rieti, Civita Castellana o Anagni, il no si è fermato poco sopra al 49%.
Un fatto che fa emergere, in questa coralità di No, il contributo delle lavoratrici e dei lavoratori di Roma e del Lazio nella difesa della Costituzione e nel dare un segnale chiaro al Governo Meloni. Una mobilitazione non scontata e che si è alimentata nel tempo. A giugno scorso, nel Lazio, oltre un milione e duecentomila persone hanno votato per un lavoro stabile, sicuro, tutelato e dignitoso, come immaginato nella Costituzione, e l’anno prima ancora decine di migliaia di persone c’hanno messo la firma affinché si potesse arrivare a quei referendum.
Quel quotidiano impegno che abbiamo messo in campo da due anni sta producendo risultati. Ovviamente un voto non basta e non ci basta. Per questo non possiamo che proseguire con ancora più forza la mobilitazione, insieme a tutte le persone e le realtà con cui abbiamo costruito questo percorso, affinché nel nostro Paese si riapra una nuova stagione dei diritti nei territori e nei luoghi di lavoro, a cominciare dalla sanità e dalle condizioni di lavoro negli appalti attraverso la promozione di due leggi d’iniziativa popolare.
Sarà fondamentale continuare ad avere cura dei comitati referendari territoriali, che dovranno essere sempre più il collante delle vertenze nei territori, nella lotta alle disuguaglianze perché la geografia del voto racconta molto delle diseguaglianze tra i territori e nelle città e della crescente domanda di giustizia sociale, ad iniziare dal salario.
Dopo questo voto siamo ancora più convinti che non sia rimandabile una Conferenza Cittadina sul salario nella Capitale. Affrontare la questione salariale, tanto a livello nazionale, quanto locale, deve essere la priorità dell’agenda politica. Occuparsi della qualità dei salari, significa occuparsi di democrazia, praticare la Costituzione e combattere le disuguaglianze.
La piazza di sabato 28 marzo, della manifestazione nazionale contro i re e le loro guerre, è la prossima tappa di questo lungo percorso per continuare a costruire la partecipazione popolare di cui abbiamo bisogno per cambiare il Paese.
