
Una sala cinematografica pubblica, un film sulla giustizia privata, una pagina social capace di raggiungere milioni di persone, amministratori della destra e influencer diventati noti inseguendo il degrado con una telecamera.
La serata del 13 luglio a Tor Bella Monaca potrebbe essere liquidata come una piccola polemica locale, destinata a scomparire nel giro di pochi giorni tra comunicati, video e accuse reciproche di censura.
Sarebbe un errore.
Quello che è accaduto nella Sala Cinema “Antonio Cerone” del VI Municipio è un frammento di un fenomeno molto più grande. Riguarda Roma, ma attraversa l’intero Paese. Riguarda il modo in cui la paura viene trasformata in contenuto, il contenuto in consenso e il consenso in una domanda sempre più esplicita di azione diretta.
Al centro non c’è soltanto un film. C’è un ecosistema.
Politici, pagine che si definiscono media indipendenti, influencer “anti-degrado”, autoproclamati reporter di strada, podcast e piattaforme digitali che premiano i contenuti più aggressivi. Soggetti differenti e formalmente autonomi finiscono spesso per alimentare lo stesso racconto: le città sarebbero fuori controllo, le istituzioni democratiche incapaci di proteggerci e l’unica risposta efficace sarebbe quella immediata, muscolare, individuale.
È il passaggio dalla sicurezza alla vendetta, dalla denuncia alla ronda, dall’informazione alla gogna.
La proiezione di Citizen Vigilante, promossa da Welcome to Favelas, è stata preceduta da un dibattito intitolato “Cittadinanza attiva o giustizia privata?”. Tra i partecipanti annunciati figuravano Massimiliano Zossolo, fondatore della pagina, il vicepresidente del Municipio VI Andrea La Fortuna, il consigliere capitolino della Lega Daniele Giannini, Matteo Brandi di Pro Italia e Valerio Tuveri. Secondo il resoconto pubblicato da Open, in sala era presente anche Simone Carabella, che nei giorni precedenti aveva annunciato pubblicamente la propria partecipazione.
Non era un normale cineforum.
Il film racconta la storia di un uomo che, ritenendo inefficaci la polizia e la giustizia, decide di perseguitare e uccidere personalmente quelli che considera criminali, diventando nel frattempo una celebrità sui social. Il protagonista viene costruito come una risposta brutale, ma comprensibile, a uno Stato descritto come debole.
La scelta di proiettarlo a Tor Bella Monaca non è priva di significato. Zossolo ha ricordato di essere cresciuto nel quartiere, un legame personale che non può essere ignorato. Ma Tor Bella Monaca possiede anche una forza simbolica enorme: nell’immaginario pubblico il suo nome viene associato quasi automaticamente alla droga, alle case popolari, alla criminalità e all’abbandono.
Il quartiere diventa così la scenografia ideale per una storia nella quale la distanza tra cittadini e istituzioni sarebbe tanto profonda da rendere pensabile la tentazione della giustizia privata.
Tor Bella Monaca offre il fondale. Il film fornisce la trama. I social assicurano la distribuzione.
La serata è stata promossa con uno slogan semplice ed efficace: “Lo vogliono censurare. Noi ve lo facciamo vedere”.
È uno dei meccanismi più potenti della comunicazione populista contemporanea. Si costruisce un divieto, oppure lo si presenta in modo parziale, e poi ci si assegna il ruolo di chi ha il coraggio di sfidarlo.
Eppure, alla data della proiezione, Citizen Vigilante non era vietato nei cinema tedeschi. Il 6 luglio l’ente tedesco FSK ne aveva autorizzato la distribuzione cinematografica ai maggiorenni. Il giorno successivo non aveva concesso la classificazione per l’home entertainment, precisando però che neppure quella decisione costituiva un divieto assoluto per il pubblico adulto.
La FSK aveva motivato la propria valutazione osservando che il film rappresenta la violenza in maniera particolarmente intensa e propone la giustizia privata come uno strumento efficace contro la criminalità, con possibili conseguenze sui minori.
Una decisione che si può criticare, ma diversa da una censura politica.
Quella parola, però, era necessaria alla narrazione. Senza il nemico censorio sarebbe rimasto un modesto film d’azione. Con la “censura” diventava un gesto di ribellione contro il sistema, il politicamente corretto e una sinistra accusata di non voler vedere la realtà.
Lo stesso Zossolo ha riconosciuto la modestia tecnica del film, attribuendogli però il merito di avere intercettato un disagio autentico delle periferie. Ha sostenuto che le polemiche non nascerebbero dalla violenza, presente in molti film dello stesso genere, ma dal fatto che i criminali rappresentati siano soprattutto persone “venute da fuori”. Ha inoltre indicato Elon Musk, che aveva rilanciato il film sulla piattaforma X, come una fonte d’ispirazione.
Questa non è più critica cinematografica. È politica.
Il messaggio è chiaro: una parte della popolazione non si sentirebbe protetta né rappresentata; la sinistra, incapace di comprenderne la paura, reagirebbe censurando o ridicolizzando chi prova a raccontarla.
È una critica che non deve essere liquidata con sufficienza. La paura esiste. Esistono criminalità, servizi insufficienti, povertà educativa, solitudine e una presenza dello Stato spesso discontinua. Negarlo sarebbe irresponsabile e rappresenterebbe un regalo alla destra.
Ma riconoscere il disagio non significa accettare che venga trasformato in una guerra culturale contro intere categorie di persone.
Il problema non è mostrare un reato commesso da una persona straniera. Il problema nasce quando una sequenza quotidiana di contenuti selezionati finisce per associare sistematicamente immigrazione e violenza, povertà e pericolosità, dissenso e disordine.
A quel punto non si sta più soltanto raccontando la realtà. La si sta selezionando fino a costruirne una nuova.
La filiera è ormai riconoscibile.
Prima arriva il video: una rissa, un furto, una persona che urla, una stazione sporca, un insediamento abusivo. Il fatto può essere autentico, ma viene spesso presentato senza contesto, sviluppi, responsabilità accertate o dati sulla reale diffusione del fenomeno.
Poi arriva il titolo: invasione, emergenza, follia, città fuori controllo.
Infine viene costruito il nemico. Non più il singolo responsabile di un comportamento, ma un’intera categoria: gli stranieri, i rom, i “maranza”, gli occupanti, i giovani delle piazze, i poveri.
Le istituzioni vengono descritte come impotenti, assenti o complici. Fino a rendere desiderabile l’azione diretta: la ronda, l’inseguimento, la telecamera puntata sul sospettato, l’esposizione pubblica del volto, il tentativo di sostituirsi a chi possiede competenze e responsabilità stabilite dalla legge.
A chiudere il circuito arriva la politica. L’influencer viene invitato nei dibattiti, rilanciato dai partiti e riconosciuto come interprete autentico del territorio.
Non serve immaginare una regia occulta. È sufficiente osservare che ogni soggetto trova una convenienza nel meccanismo.
La pagina ottiene contenuti e visibilità. L’influencer conquista pubblico. Il politico riceve una rappresentazione dell’emergenza sulla quale costruire la propria comunicazione. L’algoritmo premia tutti, perché paura, rabbia e indignazione producono interazioni.
Welcome to Favelas si presenta come un media indipendente e raggiunge un pubblico enorme. Il problema non è negarle il diritto di pubblicare, ma riconoscere il potere esercitato da chi svolge una funzione sostanzialmente informativa senza avere necessariamente la struttura e le responsabilità di una redazione giornalistica.
Un giornalista dovrebbe verificare, contestualizzare, cercare una seconda versione, correggere gli errori e distinguere la cronaca dal commento. Il social tende invece a premiare la velocità, la semplificazione, il conflitto e la ripetizione.
Chi seleziona ogni giorno ciò che milioni di persone considerano realtà esercita un potere editoriale, anche quando preferisce definirsi una semplice pagina.
E il potere, in democrazia, deve sempre essere accompagnato dalla responsabilità.
Welcome to Favelas rivendica la propria indipendenza. Non risulta essere l’organo ufficiale di un partito e non abbiamo elementi per sostenere l’esistenza di rapporti economici o accordi riservati.
Ma indipendenza formale non significa neutralità politica.
La partecipazione di Zossolo a Fenix, la festa di Gioventù Nazionale, le campagne sulla sicurezza, sull’immigrazione e sulla presunta censura del film descrivono un posizionamento culturale sempre più vicino alla destra populista e securitaria.
Non una subordinazione dimostrata, ma una collocazione politica leggibile.
Una pagina può dichiararsi estranea ai partiti e, contemporaneamente, scegliere temi, linguaggi e interlocutori che la inseriscono stabilmente all’interno di uno specifico campo politico.
La neutralità non si misura soltanto dall’assenza di una tessera. Si misura attraverso ciò che si seleziona, ciò che si omette, chi si invita e quale visione della società viene proposta ogni giorno.
Simone Carabella rappresenta un altro segmento di questo fenomeno.
È stato candidato con Fratelli d’Italia ed è diventato noto per iniziative contro il degrado e la criminalità, comprese attività nelle metropolitane definite dalla stampa come “ronde” e l’annunciata distribuzione di spray al peperoncino alla stazione Termini.
Carabella sostiene di voler aiutare le forze dell’ordine. È una posizione che va riportata correttamente. Ma la questione politica resta: dove termina la segnalazione civica e dove comincia la sostituzione delle autorità?
Un cittadino può filmare un illecito, chiamare la polizia e fornire informazioni utili. Quando però gruppi organizzati pattugliano luoghi pubblici, individuano autonomamente dei sospetti, li seguono, li riprendono e trasformano tutto in contenuto, il confine cambia.
Si rischia di costruire un’autorità parallela priva di mandato pubblico, formazione, regole e controllo democratico.
Il vigilante del film usa una pistola. Il vigilante social usa una telecamera. Non sono la stessa cosa, ma entrambi costruiscono la propria legittimità sul racconto di uno Stato incapace di intervenire.
La presenza di Andrea La Fortuna alla serata del 13 luglio deve essere collocata nel suo ruolo pubblico. La Fortuna è vicepresidente del VI Municipio, amministrato da una maggioranza di destra, e ha la delega alla Sicurezza.
Durante l’iniziativa ha preso le distanze dal messaggio della giustizia privata, affermando che i cittadini devono rivolgersi alle forze dell’ordine e precisando che il Municipio non aveva promosso direttamente l’evento.
Sono dichiarazioni che è corretto riportare con chiarezza.
Nei mesi precedenti Welcome to Favelas aveva pubblicato alcuni contenuti riguardanti il territorio del VI Municipio e l’attività dell’amministrazione. Nel dicembre 2025, dopo la diffusione della storia di un ragazzo al quale era stata rubata una Vespa, La Fortuna aveva dichiarato pubblicamente di avere visto la segnalazione e di essersi attivato.
Il 9 luglio 2026 la pagina aveva inoltre rilanciato lo sgombero dell’insediamento nell’area dell’ex depuratore di Tor Bella Monaca, operazione rivendicata dalla maggioranza municipale come un risultato della propria azione amministrativa. Quattro giorni dopo La Fortuna partecipava al dibattito promosso dalla stessa pagina.
Questi episodi non sono sufficienti per parlare di accordi, collaborazioni stabili o contenuti concordati, e sarebbe scorretto sostenerlo senza prove.
Mostrano, più semplicemente, che Welcome to Favelas ha dedicato attenzione alle vicende del VI Municipio e che La Fortuna ha scelto, in diverse occasioni, di intervenire pubblicamente su questioni rilanciate dalla pagina.
Il punto non riguarda quindi presunti rapporti riservati, ma l’opportunità politica e istituzionale.
Un amministratore con delega alla Sicurezza deve valutare con particolare attenzione il contesto nel quale interviene, soprattutto quando si tratta di un evento dedicato alla giustizia privata, ospitato in uno spazio pubblico e promosso attraverso una comunicazione fortemente orientata sui temi della paura e dell’emergenza.
La partecipazione di La Fortuna non rende l’iniziativa illegittima. La rende politicamente significativa e giustifica una richiesta di trasparenza sulle modalità di utilizzo della sala municipale, sui criteri adottati e sull’eventuale impiego di risorse pubbliche.
Roma sta diventando uno dei principali laboratori della saldatura tra politica securitaria e comunicazione social.
Metropolitane, campi, occupazioni e periferie vengono trasformati in set. Gli influencer arrivano con una telecamera e una narrazione spesso già pronta.
Il degrado produce visualizzazioni, inviti televisivi e riconoscibilità politica. La politica istituzionale finisce per adattarsi: meno dati e risultati verificabili, più sopralluoghi, video verticali, toni urgenti e annunci.
A quel punto l’amministratore non governa soltanto il territorio. Governa l’inquadratura.
Il fenomeno riguarda l’intero Paese. Per una parte crescente della popolazione, soprattutto giovane, ciò che appare nel feed coincide ormai con l’informazione.
Le autorità hanno iniziato a introdurre regole specifiche anche per gli influencer, riconoscendo che chi raggiunge milioni di persone non può essere considerato soltanto un cittadino che esprime un’opinione privata.
In questo ambiente il linguaggio si radicalizza, le persone vengono ridotte a categorie e l’avversario si trasforma in un nemico.
Non ogni elettore di destra è violento. Non ogni amministratore conservatore sostiene le ronde. Non ogni creator che parla di sicurezza incita all’odio.
Il problema è un ecosistema nel quale l’aggressività non rappresenta più un incidente. È diventata un vantaggio competitivo.
La violenza comincia prima del pugno.
Comincia quando una persona smette di essere considerata una persona e diventa un “clandestino”, un “maranza”, un “occupante”, un elemento da “bonificare”.
Comincia quando un intero quartiere viene descritto come un territorio da riconquistare.
Comincia quando un sospettato viene esposto alla folla digitale prima che intervenga un’autorità.
Comincia quando il linguaggio dell’annientamento, della pulizia e della riconquista diventa normale.
Il pugno, quando arriva, è soltanto l’ultimo fotogramma. Il clima è stato costruito prima.
Esiste poi una contraddizione politica evidente.
La destra governa il Paese, la Regione Lazio e il VI Municipio. Eppure continua spesso a comunicare come se fosse una forza estranea al potere, costretta a combattere contro istituzioni controllate sempre da qualcun altro.
Denuncia l’assenza dello Stato mentre rappresenta lo Stato. Accusa la politica di non intervenire mentre governa.
È il populismo nella sua forma più efficace: stare contemporaneamente al governo e all’opposizione, rivendicare ogni risultato e attribuire ogni fallimento al sistema, ai giudici, all’Europa, al Comune o alla sinistra.
Gli influencer securitari diventano interlocutori utili perché mantengono vivo il racconto dell’emergenza e permettono a chi governa di continuare a presentarsi come il ribelle che finalmente dice ciò che gli altri nascondono.
La risposta democratica non può essere la censura. Vietare film o silenziare pagine rafforzerebbe proprio il ruolo che questi soggetti cercano: quello delle vittime coraggiose di un sistema che avrebbe paura della verità.
Servono invece trasparenza, responsabilità editoriale, diritto di replica, dati pubblici e regole chiare.
Le istituzioni non devono riconoscere pagine e influencer come interlocutori privilegiati soltanto perché possiedono un grande seguito. Devono ascoltare con la stessa attenzione associazioni, scuole, comitati, sindacati e operatori sociali che lavorano ogni giorno senza trasformare tutto in spettacolo.
Anche la sinistra deve cambiare. Ha parlato troppo spesso di sicurezza con imbarazzo, lasciando che quella parola venisse sequestrata dalla destra.
La sicurezza è un diritto sociale.
È illuminazione, manutenzione, trasporto pubblico affidabile, forze dell’ordine presenti, giustizia rapida, scuola, lavoro, servizi, politiche abitative e prevenzione.
È uno Stato forte perché credibile, non perché brutale.
La politica deve ascoltare la paura senza alimentarla. Deve riconoscere i reati senza attribuirli a un popolo. Deve proteggere le vittime senza costruire nuovi bersagli.
Tor Bella Monaca non è una favela, una zona franca o un set per influencer. È casa di decine di migliaia di persone che non negano i problemi, ma non accettano di essere raccontate soltanto attraverso criminalità, spaccio e degrado.
La vicenda del 13 luglio mostra il punto al quale siamo arrivati: la paura è diventata un prodotto, il degrado un genere audiovisivo, l’indignazione una carriera.
La politica, invece di rompere questo circuito, troppo spesso vi entra e lo utilizza.
Dobbiamo fermarci prima che la giustizia privata smetta di essere soltanto la trama di un brutto film e diventi una categoria accettabile del discorso pubblico.
L’Italia non ha bisogno di uomini forti armati di pistola o di smartphone.
Ha bisogno di cittadini liberi, informazione responsabile, istituzioni trasparenti e una politica abbastanza seria da non trasformare la paura in un algoritmo elettorale.
