
Dobbiamo dire grazie ad Avvenire per aver ricordato a tutte e tutti noi perché il nome Palantir, l’azienda di Peter Thiel, è molto più di un programma.
Non tutti infatti hanno letto “Il Signore degli Anelli” e quindi sanno che le pietre veggenti che ispirano questo nome non permettono solo di osservare a distanza e conoscere ciò che è nascosto: amplificano il potere di chi le controlla e possono arrivare a distorcere la percezione della realtà.
Dovrebbe bastare questa scelta fortemente simbolica a mettere in guardia la Presidente del Consiglio, che almeno a parole sostiene di conoscere bene l’universo tolkieniano. E invece, sotto la sua guida e senza alcuna trasparenza, avanzano interlocuzioni per affidare i nostri dati alla più importante azienda statunitense leader nell’analisi dei big data, che dal 2003 sviluppa sistemi avanzati in grado di orientare — e quindi influenzare — le scelte strategiche di agenzie governative, intelligence e grandi aziende private.
Tutto questo avviene senza tenere in alcun conto le preoccupazioni legate all’adozione di queste piattaforme, come Gotham, che rischiano di generare una dipendenza strutturale delle amministrazioni pubbliche europee da fornitori esterni, con implicazioni dirette sulla sovranità tecnologica e sulla capacità decisionale. È un tema che infiamma il dibattito internazionale ma che in Italia fatica a emergere: nonostante le nostre interrogazioni, le richieste di informativa e le anticipazioni della stampa — dal Domani sugli accordi con la Difesa al Messaggero sulle trattative con il Viminale — nessun esponente del Governo ha ancora fornito chiarimenti ufficiali.
Un silenzio assordante che nasconde un pericolo concreto. La visita di Thiel a Roma, anticipata da La Stampa, nell’ambito del suo tour internazionale, aveva ben poco a che fare con la religione e molto con gli affari e con l’uso politico del suo potere economico e tecnologico. L’imprenditore statunitense — definito “l’anima nera della Silicon Valley” nel libro di Luca Ciarrocca — è al centro di una visione che divide anche la destra italiana: tra chi vorrebbe seguirlo e chi preferirebbe prendere le distanze. Il risultato è una paralisi nelle dichiarazioni ufficiali, che finisce per nascondere all’opinione pubblica l’avanzata dei suoi interessi.
È in questo contesto che si inserisce la nostra iniziativa parlamentare per chiedere piena trasparenza. Proprio perché Palantir e altre società riconducibili a Peter Thiel sono già attive in Europa — e forse anche in Italia — abbiamo chiesto al Governo di chiarire se siano stati svolti incontri, quali accordi siano già in essere e quali siano eventualmente in programma.
Non si tratta di lesa maestà. Se domani il Presidente degli Stati Uniti firmasse un ordine esecutivo per interrompere i servizi digitali in Europa, nel giro di pochi minuti ci troveremmo esposti a una regressione drammatica. In alternativa, saremmo costretti a dipendere esclusivamente da soluzioni cinesi nei settori in cui l’Europa non è ancora competitiva.
Per questo il tema dell’indipendenza tecnologica europea non è una questione astratta. Non significa autarchia, ma capacità di non vivere in una condizione di dipendenza totale da fornitori esterni. È un tema che riguarda direttamente la sovranità nazionale e la difesa dei principi fondamentali della nostra Costituzione.
Per questo abbiamo sempre chiesto in Parlamento trasparenza, tutela degli interessi strategici del Paese, investimenti pubblici orientati al ritorno industriale e alla costruzione di soluzioni europee proprietarie — non l’acquisto “chiavi in mano” di pacchetti di servizi.
La ragione è semplice: come dimostra la crisi energetica, quando la dipendenza è totale, sono sempre cittadini e imprese a pagare il prezzo più alto. Le semplificazioni devono servire a costruire un vero mercato unico europeo dell’innovazione, capace di valorizzare le nostre competenze e favorire la nascita di grandi campioni industriali europei — non ad agevolare la conquista dei mercati nazionali da parte dei monopolisti del nuovo ordine globale.
Al di là del folklore e del marketing, la presenza di Thiel in Italia non può essere derubricata a un semplice viaggio d’affari. Le posizioni che accompagnano questi incontri — contro il ruolo delle istituzioni democratiche, le regole, la sostenibilità e i diritti — rappresentano un rischio concreto per lo sviluppo economico e tecnologico dell’Italia e dell’Europa.
Oggi più che mai, affidare i nostri dati a chi ha dichiarato di non credere nella compatibilità tra libertà e democrazia, di considerare le aziende più efficienti dei governi perché guidate da un unico decisore e di ritenere che la tecnologia debba restare fuori dal controllo pubblico, sarebbe un errore fatale.
Non è una posizione ideologica né una battaglia contro qualcuno. È una scelta di responsabilità. Come ha evidenziato Francesca Bria, il rischio concreto è costruire, pezzo dopo pezzo, una dipendenza tecnologica difficilmente reversibile, trasferendo fuori dall’Europa il controllo delle infrastrutture digitali e, con esse, una parte decisiva della nostra sovranità.
È esattamente questo lo scenario che abbiamo il dovere di evitare.
