
Nel corso del Senato Accademico dell’Università degli Studi di Roma Tre del 17/06 abbiamo compiuto un passo politico e civile fondamentale. Come Ricomincio dagli Studenti – UDU Roma, abbiamo presentato una mozione per l’istituzione del Progetto S.A.R.A. (Sessualità, Affettività, Relazioni, Autodeterminazione): un percorso formativo permanente, multidisciplinare e accreditato con CFU rivolto a tutte le studentesse e gli studenti. La nostra proposta non è stata solo accolta, ma è stata approvata all’unanimità: un segnale forte che dimostra come la nostra comunità accademica sappia compattarsi di fronte alle grandi battaglie di civiltà.
A rendere questa decisione profondamente densa di significato è la nostra storia. Il progetto porta il nome di Sara Di Pietrantonio, studentessa del nostro Ateneo barbaramente uccisa dal suo ex fidanzato il 29 maggio 2016. A dieci anni esatti da quel drammatico femminicidio, abbiamo voluto fare una scelta politica chiara: trasformare la memoria da semplice rito di ricordo a pratica quotidiana e strutturale, fornendo all’interno delle aule quegli strumenti culturali di riscatto e autodeterminazione che a Sara sono stati strappati con la violenza.
La nostra proposta si fonda su un principio invalicabile: l’educazione sessuo-affettiva non può e non deve essere delegata alle sole famiglie. La retorica reazionaria che vorrebbe relegare la formazione relazionale e la salute sessuale alla sfera strettamente privata è solo un tentativo ipocrita di deresponsabilizzare le istituzioni pubbliche.
La famiglia non può essere l’unico argine di fronte a un’emergenza che vede oltre il 70% dei delitti di genere commessi da partner o ex partner, e un aumento critico delle infezioni sessualmente trasmissibili tra i giovani. Lasciare questo tema nel recinto del privato significa accettare lo stigma, il silenzio e l’assenza di strumenti scientifici, laici e giuridici. È proprio nei luoghi del sapere che si costruisce la cittadinanza ed è lì che dobbiamo scardinare, insieme, i modelli tossici.
Tutto questo non arriva dal nulla, ma risponde a una precisa deriva ideologica nazionale. Mentre portiamo avanti questa battaglia dal basso, assistiamo allo spettacolo desolante del Ministero dell’Istruzione e del Merito. Le dichiarazioni del Ministro Giuseppe Valditara, secondo cui “il patriarcato non esiste più” e la lotta ad esso sarebbe una semplice “visione ideologica”, dimostrano la cecità di un Governo che rifiuta deliberatamente di guardare in faccia il dolore della realtà.
Liquidare i femminicidi come frutti di “immaturità narcisistica” individuale o strumentalizzare il fenomeno legando la violenza all’immigrazione clandestina è un’operazione propagandistica inaccettabile. Giulia Cecchettin e Sara Di Pietrantonio sono state uccise da ragazzi italiani, cresciuti in questa società.
Questo esecutivo nega il patriarcato perché riconoscerlo significherebbe dover scardinare i rapporti di potere e i modelli conservatori su cui fonda il proprio consenso; per questo sceglie di bloccare ogni progetto strutturale di prevenzione, introducendo barriere e impedendo l’educazione al rispetto nei luoghi del sapere.
Davanti a questo deserto istituzionale, come studentesse e studenti di Roma Tre abbiamo deciso di non rimanere a guardare e la governance ha dimostrato di saperci ascoltare. Il Progetto S.A.R.A. dimostra che un’alternativa reale è praticabile ed è interna al percorso accademico. Vogliamo che l’educazione alla salute sessuale, il riconoscimento della violenza psicologica, economica e della cyberviolenza siano parte integrante della didattica trasversale di ogni Ateneo.
Fissare il lancio ufficiale di questo percorso entro il 29 maggio 2027, nel ricordo vivo di Sara, è il nostro posizionamento politico. Mentre il Governo decide di girarsi dall’altra parte e negare le radici profonde della violenza, la comunità studentesca risponde riprendendosi lo spazio della formazione. La cultura del rispetto non si invoca con i minuti di silenzio ministeriali, si costruisce con l‘educazione e la lotta.
Estendere questo tipo di educazione a livello nazionale, rendendola strutturale in ogni Ateneo e Scuola del Paese, non sarebbe semplicemente una riforma: sarebbe l’atto di inizio di una rivoluzione culturale. Significherebbe smettere di rincorrere l’emergenza con le lacrime del giorno dopo e iniziare finalmente a sradicare il patriarcato laddove si ramifica, sostituendo i rapporti di forza con la cultura del consenso. Solo così la lotta smette di essere un’eccezione resistente e diventa la base su cui rifondare l’intera società.
A Roma Tre lo abbiamo fatto e l’unanimità con cui la delibera è stata approvata dimostra che il cambiamento è possibile quando si ha il coraggio di accogliere le richieste degli studenti. Il nostro Ateneo si fa promotore del cambiamento verso una società finalmente libera. Ora l’appello va a tutto il Paese, a ogni istituzione: non c’è più tempo per i rinvii o per le scuse. La strada è tracciata, adesso percorriamola insieme ovunque. Costruiamo un futuro in cui nessuna debba più avere paura.
