
Cosa c’è di più respingente, freddo e insicuro di uno spazio “vuoto”, privo di gente, di attività e di tutti i colori, i suoni e i rumori della vita quotidiana? Il grigiore del cemento prevale a Vigne Nuove, in tutti quegli spazi disegnati per essere riempiti da servizi collettivi e rimasti, invece, senza una precisa funzione se non quella usurpata da chi li usa per scopi privati e attività spesso illecite.
Anche il verde era un intricato groviglio impenetrabile di rovi che separava, anche alla vista, due quartieri limitrofi, diventati sempre più “distanti”: Tufello e Vigne Nuove. Ma se il Tufello è da sempre una storica periferia caratterizzata da grande attivismo politico e sociale, Vigne Nuove, viceversa, non è riuscita ad acquisire una dimensione “comunitaria” perché i luoghi dell’abitare (gli alloggi delle torri) sono rimasti fisicamente e concettualmente separati dalla strada e dai luoghi della vita collettiva, proprio a causa di quella “piastra orizzontale” al piano terra, che avrebbe dovuto accogliere i servizi e che è rimasta inutilizzata, poi “colonizzata” e resa insicura.
Su questa situazione di abbandono e degrado abbiamo cercato di puntare un faro e, col progetto europeo We-Z (emotional WEllbeing of generation Z – reconnecting communities and spaces through imperfect health) destinatario di un finanziamento di circa 6 milioni di euro, abbiamo deciso di affrontare una sfida difficile ma necessaria: attivare processi di rigenerazione urbana, non solo intervenendo sul riuso e la rifunzionalizzazione di alcuni “spazi”, ma anche attraverso la costruzione di una “comunità”, fatta soprattutto di ragazzi e ragazze, con cui ripensare Vigne Nuove rafforzandone le relazioni col quartiere limitrofo del Tufello.
Il progetto We-Z, di cui il Municipio III di Roma è il capofila in partnership con Università Roma Tre, ASL, ATER, Soprintendenza Speciale Archeologia Belle Arti e Paesaggio di Roma e varie associazioni del Terzo settore, pensa alla rigenerazione urbana come strategia per la prevenzione del disagio giovanile causato dall’isolamento e parte dall’ascolto e dal coinvolgimento dei ragazzi, finalizzandolo alla co-progettazione di nuovi “luoghi collettivi”.
Primo spazio a prendere forma è stato il Living Lab, ricavato dallo sgombero di locali occupati abusivamente e ristrutturati da ATER per offrire ai residenti di Vigne Nuove un posto in cui confrontarsi con i partner del progetto, partecipare ad eventi e svolgere attività di co-progettazione.
Immediatamente dopo è iniziata la bonifica dell’area verde abbandonata tra Vigne Nuove e Tufello, per la realizzazione (tuttora in corso) del Progressive Park che, diversamente dagli altri parchi, nasce dalle idee che i ragazzi, attraverso mesi di workshop, hanno condiviso con i partner del progetto e che, al netto di alcuni elementi fissi (i percorsi, la “rupe” e il “rain-garden”) continuerà a trasformarsi nel tempo, in base all’uso che ne verrà fatto, ponendosi in rapporto con spazi inconsueti come le cosiddette “aule verdi”, radure circondate da anelli di alberi.
Ma per costruire la “comunità” era necessario partire dalla memoria e dall’identità e, con questo obiettivo, è stata avviata la costituzione del Memory Hub, localizzato in un casale del Municipio presso il parco di Faonte, in cui, sarà consultabile un archivio digitale che raccoglie le cosiddette “digital stories” ossia brevi video in cui gli abitanti di Vigne Nuove raccontano la loro vita, le loro esperienze e la storia del quartiere, contribuendo a costruire un immaginario condiviso fatto di memorie, voci e immagini.
Insomma, il progetto We-Z è stato e continua ad essere un esercizio di democrazia, quello che si fa quando si ascoltano tutti (o almeno più persone possibile) e si cerca di arrivare insieme ad una sintesi condivisa. Merce rara visto il periodo politico che stiamo vivendo … ma i ragazzi si meritano almeno un tentativo!
