
Quando si analizza la Legge di Bilancio 2026 attraverso la lente del sistema sanitario nazionale, emerge un quadro che va ben oltre i numeri e le percentuali. Dietro ogni statistica si celano persone: medici che lasciano il servizio pubblico dopo anni di sacrifici, infermieri che emigrano all’estero in cerca di condizioni dignitose, cittadini che rinunciano a curarsi perché non possono permettersi l’attesa o la spesa. La manovra approvata dal Governo non rappresenta semplicemente un documento tecnico di politica economica, ma una scelta di campo che avrà conseguenze concrete sulla vita di milioni di italiani. Entriamo nel merito delle singole manovre per il triennio a venire.
Le retribuzioni pubbliche: quando gli annunci si dissolvono nella realtà.
C’è qualcosa di profondamente frustrante nel meccanismo comunicativo che accompagna le leggi di bilancio degli ultimi anni. Si annunciano interventi robusti sui salari, si promettono miglioramenti significativi per chi lavora nel pubblico impiego, si evocano cifre importanti. Poi, quando si entra nel merito dei provvedimenti effettivi, le promesse svaniscono come neve al sole.
La detassazione degli aumenti contrattuali, presentata come misura centrale per sostenere i redditi da lavoro, è stata confinata a un perimetro ristrettissimo: solo settore privato, solo contratti del biennio 2025-2026, solo redditi sotto i 28.000 euro lordi. Per chi rientra in questa tripla condizione, il beneficio economico si aggira tra i 3 e i 6 euro mensili netti. Non è difficile immaginare la reazione di chi, ascoltando gli annunci istituzionali, si era fatto aspettative diverse.
Per il pubblico impiego la situazione è ancora più severa. Quei 2 miliardi che dovevano servire per detassare i rinnovi contrattuali del personale pubblico sono semplicemente spariti dalla versione definitiva della manovra. Il personale sanitario pubblico dovrà accontentarsi di un rinnovo contrattuale triennale con incrementi lordi del 6%, che al netto delle trattenute si traducono in circa il 3% di aumento effettivo in busta paga.
Ma è quando si confrontano questi numeri con l’inflazione che la portata del problema diventa evidente. Dal 2021 al 2024, i prezzi sono aumentati complessivamente del 17%. Nel 2022 l’inflazione ha toccato l’8,1%, nel 2023 il 5,7%. Anche considerando la moderazione successiva – 1% nel 2024 e 1,7% previsto per il 2025 – il quadro è inequivocabile: chi lavora nel pubblico impiego, e in particolare nella sanità, ha visto erodere drammaticamente il proprio potere d’acquisto.
Il contratto del comparto sanità 2022-2024, firmato nell’ottobre 2025, prevede incrementi medi lordi di 172 euro mensili su 13 mensilità, con arretrati tra 900 e 1.270 euro. Diverse organizzazioni sindacali hanno rifiutato di sottoscriverlo, considerando questi importi del tutto inadeguati rispetto alla perdita di potere d’acquisto accumulata. Non si tratta di massimalismo sindacale, ma di semplice aritmetica: un aumento del 3% netto a fronte di un’inflazione cumulata del 17% significa impoverimento reale.
Previdenza: lavorare più a lungo come unica prospettiva
Dopo un’estate di dichiarazioni su possibili riforme del sistema pensionistico – dalla “quota 41” alla revisione dell’opzione donna, dal blocco dell’adeguamento automatico all’età alle nuove forme di flessibilità in uscita – la montagna ha partorito il topolino. Anzi, peggio: ha confermato l’automatismo che allunga progressivamente la vita lavorativa.
Dal 2028, l’età per la pensione di vecchiaia salirà a 67 anni e 3 mesi, con un incremento intermedio di 1 mese già nel 2027. L’adeguamento è stato modulato progressivamente per contenere i costi: mantenere invariati i requisiti anagrafici avrebbe comportato una spesa di 3 miliardi di euro. Una cifra ritenuta insostenibile, evidentemente, anche se poi si trovano le risorse per altri capitoli di spesa.
Le proiezioni demografiche e attuariali non lasciano spazio a illusioni: l’età pensionabile continuerà ad aumentare nei prossimi decenni. Si parla di 69 anni nel 2050, di 70 anni entro il 2067. Per chi oggi ha trent’anni e lavora nella sanità pubblica, la prospettiva è chiara: una carriera lunghissima, con retribuzioni che non tengono il passo dell’inflazione e un’età pensionabile sempre più lontana.
Anche per la pensione anticipata, quella indipendente dall’età anagrafica, i requisiti si allungano: da 42 anni e 10 mesi di contributi (41 anni e 10 mesi per le donne) si passerà a 43 anni e 1 mese (42 anni e 1 mese per le donne) dal 2028. Tradotto: chi inizia a lavorare a vent’anni dovrà aspettarne sessantatré per andare in pensione, sempre che abbia avuto la fortuna di una carriera continuativa senza interruzioni.
Le Priorità: dove vanno davvero le risorse pubbliche
Per comprendere le scelte contenute nella Manovra 2026 occorre guardare al quadro complessivo delle priorità di politica economica. Le risorse sono limitate, questo è vero, ma come vengono allocate racconta quale visione del Paese si intende perseguire.
Il debito pubblico continua a rappresentare il vincolo principale. Le previsioni del Fondo Monetario Internazionale collocano il rapporto debito/PIL al 136,8% nel 2025 e al 138,2% nel 2026, mentre Morgan Stanley prospetta un peggioramento fino al 139,7%. La sostenibilità del debito richiede rigore, questo è innegabile. Ma rigore verso chi? E per finanziare cosa?
Le spese per la difesa vedranno un incremento significativo e progressivo: l’obiettivo è raggiungere il 2,5% del PIL entro il 2028. Nel triennio 2026-2028, l’aumento complessivo ammonta a circa 23 miliardi di euro, con la spesa diretta del 2026 che si attesterà sui 34 miliardi, segnando un aumento del 45% rispetto al decennio precedente. Sono le scelte del governo Meloni di politica estera e di difesa, ma hanno un costo opportunità evidente: ogni euro destinato agli armamenti è un euro sottratto al welfare, alla sanità, all’istruzione.
Sul fronte fiscale, le scelte sono altrettanto indicative. Si evita di inasprire il prelievo sugli extraprofitti e sui grandi patrimoni, privilegiando invece accordi negoziati con i principali contribuenti. Parallelamente, viene riproposta per la quinta volta la definizione agevolata delle cartelle esattoriali, la cosiddetta “rottamazione quinquies”, nonostante le precedenti edizioni non abbiano prodotto risultati significativi nella riduzione dello stock di debiti da recuperare.
L’evasione fiscale italiana mantiene dimensioni impressionanti: oltre 100 miliardi di euro annui, con un tax gap che nel 2022 ha raggiunto i 102,5 miliardi, in crescita di 3,5 miliardi rispetto al 2020. Le principali aree di evasione riguardano l’IVA (circa 35 miliardi), l’IRPEF (25 miliardi) e l’IRES (20 miliardi). Invece di intensificare i controlli e recuperare queste risorse, si opta per l’ennesima sanatoria che permetterà di saldare le cartelle pagando solo il capitale principale, con piani di rateizzazione fino a 10 anni!
La domanda sorge spontanea: perché non si trovano 3 miliardi per bloccare l’aumento dell’età pensionabile, ma si trovano le risorse per condoni fiscali e aumenti delle spese militari?
Il Fondo Sanitario: l’arte di gonfiare i numeri
La comunicazione istituzionale sulla sanità si è concentrata sull’incremento del Fondo Sanitario Nazionale. Gli annunci parlano di aumenti tra 6,3 e 7,4 miliardi di euro per il 2026. Numeri roboanti, che dovrebbero testimoniare un’attenzione particolare per la salute degli italiani.
Ma quando si analizzano i meccanismi di finanziamento, la realtà appare diversa. Il FSN era già stato incrementato di 4 miliardi nella legge di bilancio precedente: le risorse effettivamente nuove destinate al 2026 si riducono quindi a 2,3-2,4 miliardi. È una tecnica contabile: si sommano gli incrementi già stanziati negli anni precedenti con quelli nuovi, e si presenta il totale come se fosse tutto nuovo. Il cittadino medio legge “7 miliardi in più per la sanità” e pensa a un investimento straordinario. La realtà è che di nuovo c’è meno di un terzo di quanto comunicato.
Ma c’è un altro modo di leggere i numeri, ancora più rivelatore: il rapporto tra spesa sanitaria e ricchezza nazionale. La quota del PIL destinata alla sanità pubblica passerà dal 6,04% del 2025 al 6,16% del 2026. Fin qui, sembrerebbe un aumento. Ma poi cosa succede? Una flessione progressiva: 6,05% nel 2027 e 5,93% nel 2028. In altre parole: man mano che il Paese produce più ricchezza, la quota destinata alla salute dei cittadini diminuisce in termini relativi.
Il confronto internazionale è impietoso. Nel 2024 la spesa sanitaria pubblica italiana si attesta al 6,3% del PIL, significativamente al di sotto della media OCSE e di quella europea (6,9%). In termini di spesa pro-capite, l’Italia si colloca al 14° posto tra i 27 Stati europei dell’area OCSE e all’ultimo posto tra quelli del G7. La spesa italiana è di 3.835 dollari pro-capite, contro una media europea di 4.689 dollari: un differenziale complessivo di 43 miliardi di euro.
Tredici Paesi europei investono più dell’Italia. La Germania spende 8.080 dollari pro-capite, praticamente il doppio. Anche la Spagna, con 3.893 dollari, ci supera. Non stiamo parlando di economie più ricche: stiamo parlando di Paesi che hanno fatto scelte politiche diverse su dove allocare le risorse pubbliche.
I vincoli che strangolano il sistema: farmaci, liste d’attesa, personale
Quando si parla di 2,3-2,4 miliardi di risorse nuove per il 2026, bisogna chiedersi: cosa si può fare con questi soldi? La risposta è sconfortante: molto poco, perché gran parte di queste risorse sono già impegnate da vincoli di spesa esistenti:
- La spesa farmaceutica a carico del SSN ha raggiunto i 23,659 miliardi di euro nel 2024, con un incremento dell’8,6% rispetto all’anno precedente. Le proiezioni per il 2025 indicano un superamento dei 25 miliardi: circa un euro su cinque speso in sanità va ai farmaci. La manovra prevede 350 milioni per l’innalzamento del tetto di spesa farmaceutica e 280 milioni per i dispositivi medici. Sommati, fanno 630 milioni. Ne restano meno di 2 miliardi, da spalmare su tutto il resto: contratti del personale, assunzioni, manutenzione delle strutture, innovazione tecnologica.
Le conseguenze sono prevedibili e già visibili:
- Le liste d’attesa continuano ad allungarsi. Nel 2024, il 9,9% della popolazione italiana – circa 5,8 milioni di persone – ha dovuto rinunciare ad almeno una prestazione sanitaria necessaria. Un dato in crescita rispetto al 7,6% del 2023 (4,5 milioni) e al 7% del 2022 (4,1 milioni).
Ciò che colpisce è la distribuzione delle cause. L’aumento delle rinunce è principalmente attribuibile ai tempi d’attesa eccessivi: la percentuale è passata dal 4,2% del 2022 al 6,8% nel 2024, con un incremento del 51% in soli due anni. Parliamo di 4 milioni di persone che hanno bisogno di una prestazione, ma che di fronte a tempi d’attesa di mesi decidono di lasciar perdere.
- Le difficoltà economiche rappresentano l’altro grande ostacolo: chi rinuncia per motivi economici è aumentato dal 3,2% del 2022 al 5,3% nel 2024, pari a 3,1 milioni di persone. Sono cittadini che sanno di aver bisogno di cure, ma non possono permettersele. I dati della piattaforma nazionale rivelano che solo metà delle prestazioni rispetta i tempi massimi stabiliti. In alcune aree, i tempi medi superano i 100 giorni: 114 giorni al Nord, 126 al Centro, 108 al Sud.
Non è un problema tecnico di organizzazione: è un problema di risorse. Con il personale ridotto all’osso, con gli ospedali che hanno chiuso reparti e ambulatori, con i medici che emigrano all’estero, è matematicamente impossibile garantire tempi d’attesa accettabili.
Il personale sanitario: l’emorragia che nessuno ferma
Forse il capitolo più drammatico riguarda il personale. Qui non parliamo solo di numeri, ma di persone con storie, competenze, vocazioni. E che ora, sistematicamente, stanno abbandonando la sanità pubblica.
Le previsioni iniziali parlavano di 25-30.000 nuove assunzioni nel SSN. La versione definitiva della manovra ha ridimensionato drasticamente questi numeri: circa 6.300 infermieri e un migliaio di medici. Di fronte a un’emorragia di decine di migliaia di professionisti ogni anno, queste assunzioni rappresentano poco più di una goccia nel mare.
Nei primi nove mesi del 2024, oltre 20.000 infermieri hanno lasciato volontariamente il Servizio Sanitario Nazionale, con un incremento del 170% rispetto all’anno precedente. Negli ultimi quattro anni, la sanità pubblica ha perso 43.000 infermieri. Nel solo 2024, circa 7.000 medici si sono dimessi. Non stiamo parlando di pensionamenti fisiologici: stiamo parlando di professionisti nel pieno della carriera che se ne vanno.
Solo la Lombardia, una delle regioni più ricche e organizzate, perde circa 3.000 infermieri all’anno. Nel 2024 il servizio sanitario regionale lombardo ha registrato l’uscita di 3.523 infermieri, di cui solo 947 per pensionamento. Gli altri hanno aperto partita IVA, sono passati al privato, sono emigrati all’estero – principalmente in Svizzera, ma anche verso destinazioni del Golfo come Dubai.
L’Italia conta 5,13 infermieri ogni 1.000 abitanti, contro una media OCSE di 9,5. Per allinearsi alla media europea servirebbero circa 65.000 infermieri aggiuntivi. Ma non solo non li assumiamo: li perdiamo. Dal 2019 al 2021, oltre 15.000 infermieri italiani sono emigrati all’estero, 6.000 solo nel 2023. Le stime per il 2024 parlano di 8.000 professionisti che hanno lasciato il Paese.
Tra gennaio 2023 e agosto 2024, più di 10.000 professionisti sanitari – tra medici, infermieri, fisioterapisti e altri – hanno contattato le associazioni per informazioni su come lavorare all’estero. Il 54% sono medici, il 31% infermieri. Nel biennio 2021-2022 erano stati 4.700; nel 2023-2024 sono più che raddoppiati.
L’attrattività della professione infermieristica è crollata. Il rapporto domanda/offerta per il Corso di Laurea in Scienze Infermieristiche è sceso da 1,6 prima della pandemia a 1,04 nel 2024-2025. Significa che i candidati sono appena sufficienti a riempire i posti disponibili. Nel 2022 si sono laureati solo 16,4 infermieri ogni 100.000 abitanti, contro una media OCSE di 44,9.
Per i medici la situazione è paradossale. L’Italia ha 5,4 medici ogni 1.000 abitanti, seconda in Europa dopo l’Austria. Non abbiamo una carenza quantitativa assoluta di medici, eppure le strutture pubbliche non riescono a coprire i posti. Perché? Perché i medici non vogliono più lavorare nel pubblico. Al 1° gennaio 2024 mancavano 5.575 medici di medicina generale e 502 pediatri di libera scelta. Tra il 2026 e il 2038, circa 39.000 medici andranno in pensione.
Le retribuzioni rimangono significativamente inferiori alla media OCSE: per i medici specialisti la retribuzione media italiana è di 117.954 dollari contro i 131.455 della media OCSE; per gli infermieri ospedalieri 45.434 dollari contro i 60.260 della media OCSE. Ma non è solo una questione di soldi. È una questione di condizioni di lavoro, di riconoscimento, di prospettive. Molti medici, infermieri, ricercatori ed altro personale sono in fuga dal SSN.
Le cause della fuga sono chiare: carichi di lavoro insostenibili, stipendi inadeguati rispetto alle responsabilità e all’impegno richiesto, mancanza di prospettive di carriera, contesti organizzativi disfunzionali. Non servono analisi sofisticate per capirlo: basta parlare con un infermiere che fa il doppio turno perché manca il collega, o con un medico che gestisce un pronto soccorso con la metà del personale necessario per capire come sia importante un ridisegno organizzativo del SSN e una maggiore valorizzazione dei professionisti.
Lo smantellamento progressivo di ospedali e posti letto non ha generato grossi risparmi, ma ha acuito le disuguaglianze
In dieci anni sono stati chiusi 74 ospedali, circa il 7% del totale. Nel 2013 tra pubblici e privati erano 1.070, nel 2023 sono scesi a 996. Il taglio è stato più marcato per quelli pubblici: 50 ospedali pubblici chiusi in un decennio. I posti letto sono diminuiti di oltre 10.000 unità: da 226.387 nel 2013 a 215.827 nel 2023. I consultori sono stati ridotti del 10%: da 2.430 nel 2013 a 2.140 nel 2023. I centri di salute mentale sono passati da 1.603 a 1.334.
Il territorio è stato progressivamente svuotato di professionisti. I medici di famiglia sono passati da 45.203 a 37.983, con un calo di 7.220 unità. I pediatri sono diminuiti di 999 unità, passando da 7.705 a 6.706. I medici di continuità assistenziale sono scesi da 11.533 a 10.050, con una riduzione di 1.483 unità. Le ASL sono state accorpate: da 143 a 110. Dopo i grandi disavanzi legati alla gestione della sanità, in molte regioni si è tentato di razionalizzare la spesa introducendo principi di efficienza ed appropriatezza. Ma quando si razionalizza troppo, si perde la capillarità territoriale, la prossimità ai cittadini, la capacità di prevenzione e di presa in carico precoce delle patologie, e magari si migliora la spesa (spesso agendo solo sui costi fissi), ma non si migliorano le condizioni di salute delle persone.
L’indennità di specificità medica: quando i conti non tornano
Un caso particolare merita attenzione perché emblematico del divario tra comunicazione e realtà: l’aumento dell’indennità di specificità medica. Negli annunci istituzionali si parla di un incremento di “circa 3.000 euro”. Ma quando si fanno i conti precisi, i numeri raccontano una storia diversa.
Lo stanziamento previsto nella legge di bilancio per il 2025 era di 50 milioni per il 2025 e 327 milioni per il 2026. La Manovra 2026 ha portato la cifra del 2026 a 412 milioni, con un incremento effettivo di 85 milioni. L’ARAN ha calcolato che i 50 milioni del 2025 corrispondono a incrementi lordi annui di 303,79 euro per ciascuno dei 120.138 medici interessati.
I 412 milioni del 2026 genereranno aumenti di circa 2.503 euro lordi annui, per un totale lordo complessivo di 2.807 euro annui. Ma è quando si passa dai lordi ai netti che la cifra si sgonfia. Sottraendo i contributi previdenziali del 12,2% (342,45 euro), l’imponibile fiscale si riduce a 2.464,50 euro. Applicando l’aliquota marginale minima del 45%, comprensiva delle addizionali regionali e comunali, il netto annuo scende a 1.355,50 euro, equivalenti a 104,27 euro mensili per 13 mensilità.
Ma c’è di più: l’incremento effettivo derivante dalla Manovra 2026 – cioè quello realmente nuovo rispetto a quanto già stanziato – è ancora più ridotto. Gli 85 milioni aggiuntivi corrispondono a 516,44 euro lordi annui, che con la tassazione minima diventano 249,38 euro netti annui, pari a soli 19,18 euro netti mensili.
Diciannove euro al mese. Questa è la cifra effettivamente nuova che la Manovra 2026 mette in tasca ai medici del SSN come incremento dell’indennità di specificità. Non tremila euro, come lascia intendere la comunicazione istituzionale, ma diciannove euro mensili. È difficile non percepire questo come uno schiaffo: non tanto per l’entità della cifra, quanto per il tentativo di far passare per conquista significativa quello che è poco più di un rimborso spese simbolico.
Per il personale infermieristico il totale lordo annuo complessivo sarà di 1.630 euro. Ma la categoria più penalizzata è la Dirigenza sanitaria non medica (PTA), già esclusa dal finanziamento relativo al 2026 nella precedente legge di bilancio: per questi dirigenti il totale lordo annuo comprensivo sia del 2025 che del 2026 si ferma a 804,81 euro lordi annui. Una cifra inferiore anche a quella del personale non dirigente, che certifica una discriminazione incomprensibile e ingiustificabile.
Le disparità tra pubblico e privato: un sistema a due velocità
La manovra non fa che confermare e ampliare disparità di trattamento che ormai sono diventate strutturali. Chi lavora nel pubblico impiego non beneficia di alcuna forma stabile di detassazione sulle voci stipendiali né di incentivi fiscali sul welfare aziendale. Nel privato, invece, esistono margini di manovra fiscalmente favoriti che permettono di erogare benefit e premi in forma detassata.
Non si affronta la questione dell’armonizzazione dei trattamenti economici, in particolare per la dirigenza PTA del SSN che presenta le retribuzioni più basse tra tutti i dirigenti pubblici e non beneficia dell’indennità di esclusività prevista invece per i dirigenti delle professioni sanitarie. È una discriminazione inspiegabile: si tratta di dirigenti che gestiscono servizi complessi, che hanno responsabilità amministrative, tecniche, gestionali fondamentali per il funzionamento del sistema. Eppure, vengono trattati come professionisti di serie B.
Il superamento dei vincoli imposti dalla legge Madia sulla spesa per il personale è avvenuto solo per alcune categorie professionali, lasciandone scoperte altre. Il tetto di spesa per il personale sanitario, introdotto nel 2004, continua a condizionare la programmazione delle aziende sanitarie nonostante numerosi interventi normativi che avrebbero dovuto superarlo.
Attualmente la spesa per il personale non può eccedere quella del 2018, incrementata a livello regionale del 10% dell’aumento del Fondo sanitario. Nel 2024 l’incremento del tetto è stato minimo, nell’ordine dell’uno per cento. Questo significa che anche quando ci sarebbero le risorse e le necessità assistenziali, le aziende sanitarie non possono assumere o aumentare i compensi del personale oltre certi limiti rigidi.
Il vincolo al trattamento accessorio è particolarmente anacronistico. Anche in presenza di disponibilità di risorse e di necessità assistenziali documentate, non si possono erogare compensi accessori legati alla produttività oltre certi tetti. Il risultato è che le aziende sanitarie preferiscono esternalizzare servizi, ricorrere a collaborazioni temporanee a costi molto più elevati (i famosi “gettonisti”), piuttosto che valorizzare il personale interno con aumenti retributivi legati alle prestazioni effettivamente erogate.
È un sistema che incentiva la precarietà, l’esternalizzazione, la fuga verso il privato. Un sistema che penalizza chi resta nel pubblico per senso di responsabilità o vocazione, e premia chi sa muoversi tra le pieghe delle normative o ha la possibilità di andarsene.
La privatizzazione strisciante: quando la necessità diventa mercato
Di fronte a un sistema pubblico sempre più inadeguato, i cittadini sono costretti a rivolgersi al privato. Non per scelta, ma per necessità. Non perché il pubblico sia intrinsecamente inefficiente, ma perché è stato sistematicamente sottofinanziato e depotenziato e reso molto spesso anche inefficiente.
Nel 2024 la spesa sanitaria complessiva ammonta a 185,12 miliardi di euro: 137,46 miliardi di spesa pubblica (74,3%) e 47,66 miliardi di spesa privata, di cui 41,3 miliardi pagati direttamente dalle famiglie. Quarantuno miliardi che escono dalle tasche dei cittadini per curarsi, perché il pubblico non è in grado di garantire tempi e qualità accettabili.
L’86,7% della spesa privata grava direttamente sui cittadini, mentre solo il 13,3% è intermediata da fondi sanitari e polizze assicurative. Nel 2023 la spesa sanitaria privata ha superato i 40 miliardi, con un incremento del 17,3% rispetto all’anno precedente. Il Censis stima che il costo medio annuale sostenuto dagli italiani per visite specialistiche e analisi presso strutture private sia di circa 580 euro.
Ma non tutti possono permettersi questa spesa. Chi può, si cura nel privato. Chi non può, rinuncia o aspetta mesi. È un sistema profondamente iniquo, che tradisce il principio universalistico su cui è nato il Servizio Sanitario Nazionale: la salute come diritto di tutti, indipendentemente dalle condizioni economiche.
La crescita delle strutture private accreditate procede costantemente. Nel 2022 le strutture private accreditate rappresentavano il 49% del totale per l’assistenza ospedaliera, il 59% per quella specialistica ambulatoriale, il 72% per l’assistenza territoriale semiresidenziale, il 78% per quella riabilitativa e l’85% per quella territoriale residenziale. Tra il 2021 e il 2022 lo stock di strutture territoriali private accreditate è cresciuto di 349 unità, pari all’1,3%.
I principali gruppi sanitari privati – Gruppo Ospedaliero San Donato, Humanitas, GVM, Policlinico Gemelli, Gruppo Kos – dominano il mercato con fatturati annui compresi tra 660 milioni e oltre 1,6 miliardi di euro. Sono aziende che crescono e prosperano proprio grazie alle carenze del sistema pubblico. E’ un dato di fatto: è la logica del mercato. Più il pubblico è inadeguato, più cresce la domanda di prestazioni private.
La spesa pubblica, in percentuale del PIL, è scesa dal 6,8% nel 2022 al 6,3% nel 2023. Si è innescata una dinamica perversa: meno risorse al pubblico, più liste d’attesa, più cittadini costretti a rivolgersi al privato, più pressione sulle famiglie, più diseguaglianze nell’accesso alle cure.
Il contesto europeo: i salari che non competono
Per comprendere perché i professionisti sanitari italiani emigrano all’estero in numeri sempre più consistenti, basta guardare ai dati comparativi sui salari. L’Italia si colloca al 22° posto su 34 Paesi OCSE per salario medio annuo. Nel 2024 la Retribuzione Annua Lorda media è di 48.874 euro, inferiore alla media OCSE di oltre 9.000 euro.
Tra i Paesi dell’Eurozona, l’Italia occupa solo la decima posizione, nonostante sia la terza economia del blocco. Lo stipendio medio lordo mensile in Italia è di circa 2.729 euro, contro una media europea di 3.155 euro: i lavoratori italiani percepiscono mediamente 429 euro in meno al mese rispetto ai colleghi europei.
Ma il dato più preoccupante riguarda i salari reali, quelli cioè depurati dall’inflazione. All’inizio del 2025, i salari in Italia erano del 7,5% inferiori rispetto a inizio 2021. L’Italia ha registrato il calo più marcato dei salari reali tra tutte le principali economie dell’OCSE. Il potere d’acquisto delle retribuzioni italiane risulta inferiore di circa il 15% rispetto alla media europea.
Nel periodo 2000-2023, l’incremento dei salari netti annui dei lavoratori italiani è stato molto più contenuto rispetto ai colleghi europei. E le previsioni non sono incoraggianti: la BCE prevede un rallentamento degli aumenti salariali nel 2025, con una crescita del +1,5% annuo nel quarto trimestre 2025, in forte calo rispetto al picco del +5,3% registrato un anno prima.
Per un infermiere italiano che guadagna 1.800 euro netti al mese, la Svizzera offre stipendi che possono arrivare a 4.000-5.000 euro mensili. Per un medico specialista, la differenza è ancora più marcata. Non si tratta solo di soldi: all’estero trovano anche condizioni di lavoro migliori, orari più umani, maggiori possibilità di aggiornamento e carriera. È razionale, per un giovane professionista, scegliere di andarsene.
Il problema è che l’Italia ha investito nella formazione di questi professionisti. La formazione di un infermiere costa circa 22.500-30.000 euro sui cinque anni. Sono soldi pubblici, sono tasse pagate dai cittadini italiani. Questi professionisti si formano in Italia e vanno a lavorare all’estero: è un trasferimento netto di risorse e competenze dai Paesi più poveri a quelli più ricchi. Un’emigrazione qualificata che impoverisce ulteriormente il nostro sistema sanitario.
Il rapporto dell’OMS sulla migrazione del personale sanitario nella regione europea, pubblicato nel settembre 2025, conferma che la migrazione infermieristica è diventata un fenomeno strutturale. Tra il 2014 e il 2023, il numero di infermieri formati all’estero e impiegati nei Paesi europei è cresciuto del 67%. L’Italia è tra i Paesi che perdono più professionisti, mentre Irlanda, Svizzera, Regno Unito e Germania sono le principali destinazioni.
Uno sguardo al futuro: cosa ci aspetta
Tirando le fila di questa analisi, emerge un quadro profondamente preoccupante. La Manovra 2026 non affronta le criticità strutturali del Servizio Sanitario Nazionale, ma al contrario le aggrava attraverso scelte che privilegiano altri capitoli di spesa e scaricano il peso del sistema sui lavoratori e sui cittadini.
Con un Fondo Sanitario destinato a scendere sotto il 6% del PIL nel 2028, con liste d’attesa che si allungano sistematicamente, con un esodo continuo di personale qualificato, con quasi 6 milioni di cittadini che rinunciano alle cure necessarie e oltre 41 miliardi di spesa privata sostenuta dalle famiglie, il patto tra cittadini e istituzioni si sta rompendo.
Il risultato è un sistema sanitario pubblico in grave sofferenza, che fatica a garantire i Livelli Essenziali di Assistenza previsti dalla normativa, con crescenti diseguaglianze territoriali (tra Nord e Sud, tra città e aree interne) e sociali (tra chi può permettersi le cure private e chi no), e una progressiva espansione del settore privato che trasforma la tutela della salute da diritto universale a servizio accessibile in base alla capacità economica individuale.
Non si tratta di un destino ineluttabile. Sono scelte politiche, che potrebbero essere diverse. Quando si trovano 23 miliardi in tre anni per le spese militari, quando si tollerano 100 miliardi di evasione fiscale annua, quando si ripropongono condoni che premiano chi non ha pagato le tasse, diventa difficile sostenere che non ci sono risorse per la sanità.
La verità è che le priorità per questo governo sono altre. E finché le priorità rimarranno queste, il Servizio Sanitario Nazionale continuerà il suo lento ma inesorabile declino. Con buona pace della Costituzione che all’articolo 32 afferma che “la Repubblica tutela la salute come fondamentale diritto dell’individuo e interesse della collettività”. Parole che rischiano di rimanere solo belle dichiarazioni di principio, sempre più distanti dalla realtà quotidiana di milioni di cittadini, che molti di noi però non sono disposti ad accettare.
