Intervista ad Adriano Bartolucci Proietti, Presidente di Gaycs e promotore del festival

Dal 12 al 14 settembre 2025 Piazza Vittorio diventa il cuore pulsante della cultura queer con la sesta edizione di FLAG – Queer Culture Festival. Tre giorni di musica, cinema, libri e dibattiti per raccontare identità, storie e vite che troppo spesso restano ai margini. Un appuntamento gratuito e aperto a tutte e tutti, che quest’anno sceglie di affrontare temi urgenti e complessi – dalle migrazioni al fine vita, dalla spiritualità al potere delle mafie – intrecciandoli con arte e attivismo, sotto la direzione di Egizia Mondini e Alessandro Michetti.
Ne abbiamo parlato con Adriano Bartolucci Proietti, presidente di Gaycs LGBT APS e organizzatore del festival, che ci ha spiegato perché oggi più che mai FLAG non sia solo un evento culturale, ma un vero atto politico e di cittadinanza.
Inclusione e cittadinanza
FLAG si presenta come “atto politico e culturale” nel cuore di Roma: cosa significa oggi, per la comunità queer, occupare uno spazio pubblico come Piazza Vittorio?
Quello di piazza Vittorio è uno spazio storico per la nostra comunità, ci sentiamo a casa, accolti, anzi coccolati. Stare a piazza Vittorio significa guardare il mondo con gli occhi di chi non esclude nessuno. È un atto politico quotidiano. Un esempio per la città.
Temi scomodi
Quest’anno affrontate argomenti come mafie, fine vita, religione e migrazioni. Perché avete scelto di intrecciare queste tematiche con la cultura queer?
Il filo conduttore di quest’anno è l’Arca della Pace perduta. Una riflessione, un confronto tra la nostra comunità e coloro che difendono la propria vita, la nostra civiltà dalla brutalità delle mafie, la rivendicazione del rapporto con la fede e la necessità dell’inclusione di chi approda sulle nostre terre alla ricerca di un futuro vero.
Dialogo con la città
Il festival vuole essere aperto a tutta la cittadinanza, non solo alla comunità LGBTQIA+. Quali strumenti usate per far sì che questo incontro sia reale e non autoreferenziale?
L’associazione Gaycs, che mi onoro di presiedere, fin dalla sua nascita nel 2011 come gruppo di volontari, pone al centro del proprio agire l’utilizzo di strumenti di coinvolgimento intersezionali attraverso la promozione di eventi sportivi inclusivi anche internazionali (vedi gli Eurogames del 2019), di eventi culturali (come Flag) e non solo, con l’obiettivo di abbattere ogni forma di differenza e diffidenza verso la nostra comunità che molto può fare per sostenere la città nel suo viaggio fatto di inclusività. Noi ci sentiamo molto partecipi del cambiamento promosso, in particolare dall’amministrazione Gualtieri. Finalmente ci sentiamo inclusi nel processo generale di crescita e miglioramento della vita cittadina partendo dalle periferie fino al cuore della città.
Memoria e futuro
A 25 anni dal World Pride del 2000, quanto resta ancora da conquistare in termini di diritti e rappresentazione in Italia?
Non esiste un tempo definito da destinare alla lotta. Vediamo infatti cosa accade da quando le destre governano il Paese. C’è uno scivolamento verso la normalizzazione di quelle azioni criminalità che colpiscono la nostra comunità. Siamo pronti per un nuovo World Pride ancora più forte ed incisivo. Il Paese ne ha bisogno.
Sfide attuali
Lei ha detto che FLAG è “necessario oggi più che mai” perché i diritti rischiano di essere ridotti al silenzio. Quali sono, secondo lei, i pericoli più concreti in questo momento e come il festival può contrastarli?
Il festival scuote le nostre coscienze e questo è necessario per restare vivi, vigili e proattivi contro ogni forma di delegittimazione della nostra comunità. Noi siamo dei combattenti e non abbasseremo la guardia. Che questo si sappia.
