Intervista a Livio Gigliuto, Presidente di Istituto Piepoli

Negli ultimi anni la società italiana è stata attraversata da cambiamenti profondi. La pandemia, le guerre ai confini dell’Europa, l’incertezza economica sono diventati elementi centrali del dibattito nazionale.
Ma cosa sta davvero a cuore agli italiani oggi? Quali sono le loro priorità? E come si sono trasformate le loro percezioni rispetto a pochi anni fa?
Lo abbiamo chiesto a Livio Gigliuto, sociologo e Presidente dell’Istituto Piepoli.

Il Covid prima e i grandi stravolgimenti internazionali poi, tra guerre e incertezza economica, hanno avuto grandi ripercussioni sulla nostra società. Quali sono oggi le priorità degli italiani? E come sono cambiate rispetto all’era pre-Covid? Si tratta di opinioni trasversali o riscontriamo differenze significative in base all’appartenenza politica?

Le priorità restano quelle di sempre: vivere in buona salute, avere un lavoro dignitoso e ben retribuito, garantire un futuro ai propri figli e sentirsi sicuri nelle città. Ciò che cambia, a seconda dei periodi storici, è l’accento posto su ciascun bisogno. Durante la pandemia, ad esempio, la salute ha assunto un ruolo predominante, oscurando temporaneamente gli altri aspetti. Ma col passare dei mesi – circa un anno – le priorità sono tornate a essere le stesse del periodo pre-Covid. Questo dimostra che le opinioni possono variare nel breve termine, ma nel lungo restano sostanzialmente stabili. Sono bisogni trasversali, anche se ogni elettorato tende a interpretarli in modo diverso: per i sostenitori del Movimento 5 Stelle il tema centrale è il lavoro, per quelli del Partito Democratico la salute, mentre per l’elettorato di centrodestra la priorità è la sicurezza.

Tema sicurezza: a livello mediatico si tratta di una questione che viene affrontata con una certa frequenza, spesso in chiave allarmistica. Cosa ne pensano gli italiani? Si sentono sicuri? Quali sono gli elementi di maggiore incertezza e che tipo di risposte si aspettano?


In generale sì: circa tre italiani su quattro dichiarano di sentirsi sicuri, anche se solo il 12% afferma di esserlo “molto”. La percezione di sicurezza deriva dal fatto che ognuno di noi frequenta soprattutto luoghi conosciuti che appaiono quindi più rassicuranti. Le preoccupazioni maggiori riguardano la microcriminalità, perché viene percepita come più vicina e concreta, più probabile e facile da incrociare. Diverso è il discorso sulla guerra: pur essendo un pensiero costante, viene avvertita come una minaccia lontana, non immediata.

Quali sono oggi, secondo i dati e le percezioni raccolte, i problemi più gravi che gli italiani avvertono quando si parla di salute e sanità?

La salute è da sempre la prima preoccupazione degli italiani, trasversale a tutte le fasce d’età, anche tra i più giovani. Oggi, però, l’ansia si concentra soprattutto su due aspetti: le lunghe liste d’attesa e le difficoltà di accesso ai pronto soccorso, considerati punti critici del sistema sanitario.

Alla luce delle trasformazioni recenti – precarietà, gig economy, smart working – come è cambiata la percezione dei diritti sul lavoro? E quali sono, oggi, le nuove aspettative delle persone rispetto a chi governa?

Lo smart working è stato il cambiamento più evidente nel mondo del lavoro ma si tratta anche di un argomento su cui ci sono un po’ di miti da sfatare. Spesso si pensa infatti che gli italiani vorrebbero lavorare sempre da casa, ma i dati raccontano altro: la maggioranza lo preferirebbe una o due volte a settimana. Molti apprezzano infatti la dimensione sociale e realizzativa dell’ufficio e questo vale anche per chi ha famiglia perché consente di trovare un altro spazio di realizzazione personale fuori dall’ambito familiare. Probabilmente, si tratta di tema dibattuto forse più del suo reale peso nella vita quotidiana, sia di chi lavora sia delle aziende.

Sul fronte delle aspettative, un tempo l’attenzione era rivolta soprattutto alla lotta alla precarietà. Oggi la priorità è l’adeguamento dei salari al costo della vita, seguito dalla sicurezza sul lavoro. Quest’ultima, purtroppo, è avvertita come carente, ma questo è un aspetto positivo perché cresce la consapevolezza collettiva su quanto sia un diritto fondamentale.

E riguardo l’immigrazione? Perché al di là della questione degli sbarchi, ci sono stati momenti di tensione sia sul Caso Almasri, sia sul caso Paragon ma anche sulla questione del funzionamento dei centri in Albania. Come sono state vissute dalle persone?

Pensiamo a quanto possa cambiare l’opinione pubblica e l’agenda politica al trascorrere di pochi anni. Qualche anno fa, e parliamo delle elezioni europee del 2019, lo scontro elettorale si giocò tutto sul tema dell’immigrazione: “accogliere” era il verbo del centrosinistra, “chiudere” era quello del centrodestra e  su queste due ricette si cercava di conquistare il consenso di buona parte dell’elettorato italiano. Ora non è così. Rispetto a qualche anno fa, l’immigrazione non è più al centro delle preoccupazioni degli italiani e non compare se non marginalmente e, quando lo fa, è in relazione alla sicurezza e alla microcriminalità che è percepita come il problema principale nelle città.

Le singole misure, come l’apertura di centri in Albania, generano opinioni contrastanti: l’elettorato di centrodestra tende a guardarle con favore, pur con alcune riserve, mentre chi si colloca nel centrosinistra le considera soluzioni inefficaci. Nel complesso, però, il tema non cattura più l’attenzione che aveva in passato.

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