Dal nuovo Piano di Azione Nazionale per la Salute Mentale (PANSM) 2025-2030 elaborato senza fondi, alla sistematica negazione della cura: cronaca di un tradimento politico che lascia soli milioni di italiani di fronte alla sofferenza mentale.

Avere un problema di salute mentale, oggi, in Italia, è un lusso che non potete permettervi. È una debolezza che questo Stato, con la sua glaciale e calcolata indifferenza politica e cinismo, non è disposto a tollerare. Non è un diritto costituzionale, ma una colpa individuale da espiare in silenzio. Mentre l’Organizzazione Mondiale della Sanità lancia un allarme che dovrebbe far tremare le fondamenta dei palazzi del potere, dipingendo un mondo in cui oltre un miliardo di persone convive con un disturbo mentale, l’Italia, culla di quella che fu la più grande rivoluzione psichiatrica del mondo con la Legge 180, risponde con il più sofisticato e crudele degli inganni: un capolavoro di burocrazia e belle parole chiamato Piano di Azione Nazionale per la Salute Mentale (PANSM) 2025-2030. Un documento che, dietro un’impeccabile facciata progressista, nasconde una verità brutale: per la vostra sofferenza non c’è un euro, non c’è un’ora, non c’è un letto. Siete soli! E se non ce la fate, se crollate sotto il peso di un’angoscia che vi divora, la colpa, alla fine, sarà solo e soltanto vostra.

Questa non è un’esagerazione giornalistica. È la cronaca di un tradimento sistematico, di una scelta politica lucida e spietata che condanna milioni di cittadini a un’esistenza di dolore non visto e non ascoltato. Una scelta che comunica un messaggio agghiacciante, un imperativo categorico non scritto ma scolpito nei tagli di bilancio e nelle liste d’attesa infinite: in questa società, ammalarsi di mente è, di fatto, vietato.

Il PANSM: un monumento all’ipocrisia istituzionale

Analizziamo da vicino questo grande inganno, questo tempio di belle parole eretto sulle fondamenta del nulla. A una prima, distratta lettura, il PANSM sembra un manifesto rivoluzionario, un testo che finalmente abbraccia la modernità. Sfoggia un lessico impeccabile, quasi commovente: parla di modello “bio-psico-sociale”, di approccio “One Mental Health” che connette il benessere della mente a quello del corpo e dell’ambiente , di “centralità della persona” come soggetto attivo della cura e di superamento dello stigma. Propone persino innovazioni come lo psicologo di primo livello e la telemedicina, promettendo un’attenzione speciale all’infanzia e all’adolescenza. È una facciata splendida, una cornice dorata tirata a lucido per i convegni e i comunicati stampa.

Ma il quadro non c’è. La chiave che smaschera l’intera impalcatura, la pistola fumante che rivela la premeditazione, è una parola tanto asettica quanto letale: “isorisorse”. Significa, senza mezzi termini, che per realizzare questa magnifica e necessaria rivoluzione non verrà stanziato un solo centesimo in più. È un “libro dei sogni”, come lo definiscono amaramente gli addetti ai lavori, un esercizio di stile buono solo a sedare le coscienze dopo l’onda emotiva di qualche tragico fatto di cronaca, come il delitto Capovani che ha spinto al rinnovo del tavolo tecnico. Infatti, continua il racconto di un Italia che non c’è, da parte del governo Meloni!

Questa non è incompetenza. È una forma evoluta di gaslighting istituzionale. È l’arte di dire a milioni di persone che soffrono: “Vedete? Ci stiamo occupando di voi, abbiamo scritto un piano bellissimo”, mentre nei fatti si tagliano le gambe a servizi già al collasso, soffocati da carenze di personale e da un’esplosione di richieste di aiuto. Mentre l’OMS denuncia che la spesa globale per la salute mentale è inchiodata a un misero e vergognoso 2% dei budget sanitari, l’Italia, con il suo PANSM, non solo non inverte la rotta, ma la ratifica con un atto formale, trasformando una negligenza colpevole in una strategia politica deliberata. Ogni principio enunciato – dalla presa in carico integrata alla prevenzione – resta un guscio vuoto, privo di indicazioni operative, di modelli di riferimento, di una chiara “messa a terra”.

Il Patto Sociale non scritto: sii produttivo o scompari

La deliberata inadempienza dello Stato nei confronti della salute mentale non è un semplice buco di bilancio. È il riflesso di un brutale e non dichiarato patto sociale che governa la nostra società: il tuo valore come individuo è direttamente proporzionale alla tua capacità di produrre. Se sei efficiente, funzionale, se contribuisci al PIL, allora sei un cittadino degno di nota. Ma se la tua mente vacilla, se l’ansia ti paralizza, se la depressione ti spegne, allora diventi un peso. Un costo da minimizzare, una voce passiva nel bilancio dello Stato.

L’OMS stima che i disturbi mentali costino all’economia globale 1 trilione di dollari l’anno in perdita di produttività. Ecco l’unica lingua che la politica sembra capire: quella dei soldi. Non la sofferenza umana, non le vite spezzate, non il dolore delle famiglie, ma il calo di produttività. La cura, in quest’ottica, non è un diritto, ma un investimento che si fa solo se il “ritorno” in termini di forza lavoro recuperata è garantito. Per tutti gli altri, per chi ha una sofferenza complessa, cronica, per chi non può essere “riparato” in fretta per tornare alla catena di montaggio della società, non c’è posto. Questo spiega l’assenza di una visione coerente sulla psicologia delle cure primarie, un presidio che potrebbe intercettare il disagio prima che diventi patologia, ma che viene ignorato perché il suo valore è preventivo, non produttivo nell’immediato.

La Fabbrica del Mostro: se non posso curarti, ti rendo pericoloso

Cosa fa uno Stato quando fallisce così palesemente nel suo dovere di cura? Cambia la narrazione. Se non posso o non voglio curarti, devo trasformarti in una minaccia da cui la società deve difendersi. Ecco che la persona con un disturbo mentale viene lentamente spogliata della sua umanità e rivestita dei panni del “pericoloso sociale”. Il dibattito pubblico, come evidenziato anche dalle critiche al PANSM, si sposta subdolamente dalla cura alla sicurezza, con un’enfasi preoccupante sul rafforzamento delle Residenze per l’Esecuzione delle Misure di Sicurezza (REMS).

È una strategia diabolica. Trasformare una crisi sanitaria in un problema di ordine pubblico giustifica l’inazione e il definanziamento. Non servono più terapeuti, ma guardie; non più percorsi di riabilitazione, ma recinti più alti. Si finisce, come denuncia il CNDSM, per “psichiatrizzare ogni comportamento umano abnorme”, offrendo una risposta securitaria a un problema che è profondamente sociale, economico e politico. È più facile etichettare come “pazzo pericoloso” chi manifesta un disagio estremo, piuttosto che interrogarsi sulle cause di quel disagio. Il contrasto allo stigma, liquidato nel Piano in modo “superficiale e generico”, diventa così funzionale al sistema: una popolazione spaventata accetterà più facilmente misure di controllo anziché pretendere investimenti nella cura.

Il massacro silenzioso dei nostri figli

Se c’è un ambito in cui questo tradimento assume i contorni di un crimine generazionale, è quello della salute mentale di bambini e adolescenti. I dati sono un bollettino di guerra che la politica si ostina a ignorare. Il suicidio è una delle principali cause di morte tra i giovani, e l’OMS avverte che, di questo passo, l’obiettivo dell’Agenda ONU 2030 di ridurlo di un terzo non sarà raggiunto. Le richieste di aiuto ai servizi di neuropsichiatria infantile (NPIA) sono esplose, con pronto soccorso presi d’assalto da ragazzi con disturbi alimentari, comportamenti autolesivi e aggressività.

La risposta dello Stato? Il silenzio. L’attenzione che il PANSM dedica in via puramente teorica all’età evolutiva è l’insulto finale. Non si traduce in un solo euro in più per le NPIA, non in un piano di assunzioni, non in un progetto concreto per le scuole, lasciando scoperte intere fasce d’età come quella 0-6 e 6-10 anni. Lascia di fatto “invisibili” i più piccoli e i più fragili, sacrificando un’intera generazione sull’altare dell’austerity. Ogni adolescente lasciato solo con i suoi demoni, ogni bambino a cui viene negata una diagnosi precoce, è una condanna che porta la firma invisibile di chi ha deciso che il loro futuro non valeva l’investimento.

Un appello alla “ribellione”: la cura è una battaglia, non un’elemosina

Non possiamo più permetterci di essere complici di questo massacro silenzioso. È ora di smettere di accontentarsi di promesse vuote e piani inattuabili. Il problema non è la mancanza di analisi o di soluzioni tecniche; il problema è la cronica, deliberata e spietata assenza di volontà politica. Le proposte concrete per garantire diritto alla salute mentale in Italia esistono e sono sul tavolo, avanzate dal Collegio Nazionale dei DSM, da chi ogni giorno combatte in trincea: un finanziamento strutturale da 2 miliardi di euro a regime, il riconoscimento della psicologia delle cure primarie come primo livello di accesso, la creazione di un sistema partecipato alle cure con a partire dall’inclusione strutturata degli Esperti in supporto tra pari, la realizzazione di campagne anti-stigma “evidence-based”, la costruzione di un sistema informativo multidisciplinare per programmare  gli interventi sulla base di dati epidemiologici standardizzati e non alla cieca.

Queste non sono richieste, sono le fondamenta minime di un patto di civiltà. Dobbiamo cambiare radicalmente la narrazione. Il diritto alla salute mentale non è una concessione, non è un favore, non è una questione sanitaria da delegare ai tecnici. È una battaglia per i diritti civili e umani. È la lotta di milioni di cittadini invisibili contro uno Stato che li ha traditi e abbandonati.Il PANSM, nella sua forma attuale, non è un’opportunità, ma l’ennesima, intollerabile beffa. Un sonnifero per l’opinione pubblica che permette alla politica di continuare a dormire sonni tranquilli mentre le persone muoiono. La vera misura della nostra civiltà non si vede nei documenti che produciamo, ma nei diritti che garantiamo. E sulla salute mentale, da troppo tempo, la pagina è bianca e la promessa un tradimento. È ora di strappare quella pagina e iniziare a scrivere una storia nuova con la rabbia di chi non ha più nulla da perdere. Non con l’inchiostro simpatico dell’ipocrisia politica, ma con la forza di una pretesa: la nostra mente non è un costo da tagliare, è la nostra vita. E abbiamo il diritto di curarla!

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