A Roma, tra le pieghe del tessuto urbano, esistono spazi che raccontano un’altra storia della città. Non sono giardini privati né parchi pubblici nel senso tradizionale: sono orti urbani comunitari, luoghi dove la terra diventa un punto d’incontro, una palestra di cittadinanza, un laboratorio di sostenibilità e di relazione. Sono spazi aperti, visibili, accessibili a tutti, in cui coltivare non significa soltanto seminare e raccogliere verdure, ma anche generare legami, costruire fiducia, condividere conoscenze e migliorare la qualità della vita nei quartieri.

Negli ultimi quindici anni, il fenomeno ha preso forma e consistenza, passando da esperienze spontanee e isolate a una rete diffusa, riconosciuta e sostenuta dall’amministrazione. Un percorso che ha visto tappe importanti: le Linee guida di autoregolamentazione del 2010, la Delibera n. 38 del 2015, che ha sancito l’esistenza ufficiale degli orti urbani a Roma, e il riconoscimento nel 2017 come Best Practice City europea per la governance di questi spazi. Un contributo importante è arrivato dall’approvazione della Delibera n. 102 del 2023 sull’amministrazione condivisa dei beni comuni, che ha aperto la strada al passo decisivo: l’approvazione della DAC n. 117/2024, il nuovo regolamento degli orti urbani comunitari.

La DAC 117/2024 è frutto di un lavoro collettivo e partecipato: 45 rappresentanti di orti, 84 consiglieri municipali e 24 commissari capitolini hanno contribuito, per un totale di oltre 1.000 ore di confronto. Il voto unanime in Assemblea Capitolina testimonia la solidità di una visione condivisa: l’orto urbano comunitario come bene comune, gestito collettivamente, a beneficio sia degli ortisti sia della comunità territoriale che se ne dota.

Il regolamento stabilisce principi chiari: un orto urbano comunitario deve essere fruibile da tutti, contribuire alla valorizzazione del verde pubblico, tutelare la biodiversità, adottare metodi di coltivazione agroecologici e gestire le risorse in modo responsabile, con attenzione al risparmio idrico, al recupero e al riciclo dei materiali. Ma la sua natura è multifunzionale: accanto alla coltivazione, l’orto offre spazi per il tempo libero, la socializzazione, l’educazione, l’inclusione, la sperimentazione ambientale e la trasmissione di saperi tra generazioni.

La normativa richiede che ogni orto abbia un progetto comunitario che descriva finalità e modalità di gestione, un regolamento interno condiviso, un’assicurazione di responsabilità civile e la capacità di coprire le spese di manutenzione e gestione ordinaria. Gli ortisti possono essere assegnatari di un solo lotto sull’intero territorio di Roma Capitale e non possono possedere o utilizzare altri terreni coltivabili, pubblici o privati, nel territorio comunale: una regola che garantisce equità e previene concentrazioni improprie.

La gestione degli orti urbani comunitari è affidata esclusivamente a enti del Terzo Settore iscritti al RUNTS, che sottoscrivono con il Comune Patti di Collaborazione complessi della durata di nove anni, rinnovabili per cicli successivi. Questi patti definiscono obiettivi, modalità operative, ruoli e responsabilità, condizioni economiche e criteri per la revoca o la decadenza in caso di inadempienza.

Il regolamento non si limita a disciplinare: crea le condizioni per una partnership strutturata tra istituzioni e cittadini, riconoscendo che l’interesse pubblico degli orti può giustificare interventi diretti dell’amministrazione. Roma Capitale può facilitare l’accesso all’acqua potabile, agli allacci elettrici e fognari, agevolare convenzioni per analisi del terreno e assicurazioni a tariffe calmierate, e persino supportare progetti specifici con contributi economici, purché generino ricadute sociali, culturali, ambientali o educative per la cittadinanza.

L’orto urbano comunitario è quindi concepito come hub di cittadinanza: uno spazio aperto e inclusivo in cui le persone si incontrano, discutono, collaborano, stabiliscono regole comuni e prendono decisioni insieme. Qui si sperimenta empowerment: la possibilità per gli ortisti di esercitare un controllo consapevole sul proprio progetto, assumendo ruoli attivi e significativi, partecipando ai processi decisionali e condividendo responsabilità e conoscenze. L’empowerment si concretizza in un clima di fiducia reciproca, facilitazione, collaborazione e leadership condivisa.

Il regolamento non guarda quindi solo alla struttura organizzativa: mette in evidenza anche la multifunzionalità dell’orto urbano comunitario. La coltivazione, pur importante, non è l’unico obiettivo: ciò che conta è l’insieme delle attività che si possono realizzare in questi spazi – laboratori didattici, iniziative culturali, incontri intergenerazionali, momenti di socializzazione e benessere. L’orto è visto come un hub di cittadinanza, capace di restituire spazi di incontro in una città dove le piazze tradizionali si sono in parte svuotate del loro ruolo sociale.

In questo contesto, la produttività agricola non è la misura principale del successo. Gli orti urbani comunitari, per dimensione e caratteristiche, non possono competere con l’agricoltura tradizionale in termini di resa. Piuttosto, si valuta la densità sociale di ogni chilogrammo prodotto: quanto quell’attività ha contribuito a creare legami, a educare alla sostenibilità, a migliorare la qualità della vita del quartiere. Questo approccio si collega al concetto di empowerment, che in un orto significa dare alle persone la possibilità di agire, decidere, assumersi responsabilità, collaborare e crescere insieme.

In questo quadro, la figura del gardeniser (da garden + organiser) assume un ruolo centrale. È un facilitatore interno all’orto, un punto di riferimento che conosce la storia e la filosofia degli orti urbani comunitari, padroneggia le tecniche di coltivazione e gestione, e soprattutto sa coordinare persone, mediare tra interessi diversi e mantenere viva la connessione tra orto, territorio e istituzioni. Il gardeniser “coltiva” più le relazioni che le piante, facendo in modo che la comunità degli ortisti funzioni come un organismo coeso.

Il regolamento apre quindi a nuove azioni di prospettiva guidate direttamente dai cittadini: non basta infatti dire che un orto è utile, bisogna dimostrarlo. Per questo la rete degli orti urbani comunitari di Roma è ora impegnata nella costruzione di strumenti come il “tracciatore” (dashboard) di impatti comunitari, che permette di misurare le ricadute in termini di decoro urbano, benessere, inclusione sociale, educazione, sostenibilità ambientale e perfino produttività. Questo strumento sarà fondamentale per spiegare quale impatto possono generare finanziamenti derivanti da imprese che esercitano la loro responsabilità sociale e dalle fondazioni, permettendo a Roma Capitale di essere anche su questo piano al contempo polo di attrazione e garante pubblico.

Il regolamento guarda con attenzione anche alla fase di transizione: in questi mesi, con un’attenta regia da parte della Commissione Capitolina Ambiente, Roma Capitale sta operando una ricognizione di tutte le aree già utilizzate come orti comunitari per regolarizzarle; questo per creare le condizioni perché gli orti esistenti, che dovranno adeguarsi alle nuove prescrizioni, possano agevolmente giungere ad una regolarizzazione definitiva. Con il decentramento delle aree verdi sotto i 20.000 mq ai Municipi, si apre una nuova stagione, in cui la gestione e il supporto potranno essere ancora più vicini ai cittadini e alle specificità di ogni territorio. La cura dell’orto deve essere costante: è obbligatorio mantenerlo coltivato e in buone condizioni, ma anche effettuare regolarmente un’analisi delle acque e del terreno, segnalare eventuali criticità legate al verde, e trasmettere ogni anno un rapporto sull’attività svolta alla Struttura Amministrativa Assegnataria (SAA), all’Ufficio Orti Urbani di Roma Capitale e al Municipio di riferimento, contribuendo così a mantenere attiva la parte istituzionale in una attenta governance del territorio.

L’approvazione della DAC 117/2024 segna dunque un cambiamento importante: gli orti urbani comunitari non sono più soltanto esperienze virtuose nate dal basso, ma parte integrante delle politiche pubbliche cittadine. Non si tratta di “coltivare il futuro” come aspirazione lontana, ma di coltivare il presente, radicando nel quotidiano pratiche di sostenibilità, partecipazione e inclusione. Ogni zolla lavorata, ogni incontro organizzato, ogni regola condivisa contribuisce a rafforzare il tessuto sociale, a rigenerare spazi e a rendere Roma una città più viva e resiliente, oggi.

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