Il 22 maggio si è insediato l’Osservatorio Permanente sulla Legalità e l’Antimafia Sociale del VII Municipio di Roma Capitale.

Tutto nasce durante la campagna elettorale del 2021, quando DaSud e Avviso Pubblico lanciano “Roma senza Mafie”, l’appello ai candidati a Sindaco per un impegno concreto contro criminalità e corruzione. «Finalmente un primo atto concreto nel segno della prevenzione e del contrasto delle mafie a Roma.

Lo aspettavamo da tempo e apprezziamo che arrivi dall’istituzione più vicina ai cittadini e alle cittadine che risiedono nel territorio più popoloso della città e non solo. Nel settimo municipio larghe fasce di popolazione vivono una condizione quotidiana di disagio economico, sociale e culturale che rischia di tradursi in isolamento ed emarginazione. Per i giovani ci sono scarse opportunità di autodeterminazione ed è forte il radicamento sul territorio di criminalità organizzata e clan storici come ci raccontano le cronache sui Casamonica, i Senese, l’omicidio di Diabolik e “Propaggine”, la recente inchiesta della Dia sulla cosca Alvaro-Pesce, prima ‘ndrina della Capitale», commentano Danilo Chirico e Roberto Montà, presidenti rispettivamente di daSud e di Avviso Pubblico. «L’Osservatorio è quindi la grande occasione per mettere finalmente in rete le forze civili e sociali migliori di questo territorio per lavorare insieme e prevenire le situazioni di rischio, ridurre il disagio giovanile e favorire la crescita sociale, economica e culturale della comunità di riferimento. Ci auguriamo – concludono i due rappresentanti delle associazioni promotrici del protocollo Roma Senza Mafie – che l’Osservatorio possa iniziare presto a lavorare e che gli altri Municipi facciano lo stesso, dotandosi il prima possibile di questo strumento. La strada è tracciata e ci aspettiamo che anche l’impegno preso dal sindaco Gualtieri con la sottoscrizione del protocollo si trasformi presto in un atto concreto del Campidoglio».

Insomma, una bella notizia! Certo, quel che è avvenuto il 22 maggio scorso è il prodotto di un’assunzione di responsabilità e dell’impegno che ne consegue per rendere i territori consapevoli e refrattari all’azione della mafia.

La scelta della data di insediamento non è stata casuale. Un modo concreto di onorare Rocco Di Cillo, Antonio Montinaro, Vito Schifani, Francesca Morvillo e Giovanni Falcone uccisi dalla mafia il 23 maggio 1992. A oltre trent’anni dalle tragiche stragi, che scossero le coscienze, oggi possiamo affermare che l’Italia è il paese dell’antimafia.

Grazie ad un apparato normativo e di strumenti di contrasto, repressione e prevenzione, insieme alla coscienza civica diffusa in tutto il paese, l’Italia ha questa caratteristica fondamentale, che la distingue da qualsiasi altro paese al mondo. Da questa consapevolezza nasce l’Osservatorio del VII Municipio, approvato all’unanimità dal suo Consiglio Municipale.

Adesso, il compito dell’Osservatorio è definire programma e azioni, coinvolgendo tutte le realtà territoriali, che possono dare un fattivo contributo in termini di conoscenza e capacità di partecipazione. La nascita dell’Osservatorio mi offre lo spunto per alcune riflessioni.

L’antimafia è un patrimonio ideale che appartiene ormai alla coscienza democratica del nostro paese. Mi vengono, naturalmente, in mente le parole di mio padre, Pio La Torre, quando afferma “noi concepiamo la lotta alla mafia come un aspetto della più generale battaglia di risanamento e rinnovamento democratico della società italiana”. Quale forza e potenza ispiri la Costituzione, con i suoi diritti fondamentali, nel contrasto alla mafia, è stato già ripetuto più volte: impostazione che condivido fortemente, perché accanto all’azione di contrasto e repressione degli organi dello Stato – magistratura e forze di polizia – dei partiti, delle organizzazioni della cosiddetta società civile, ai corpi intermedi, la bussola la fornisce la Costituzione. Il lavoro, l’impresa, la salute, l’ambiente, la libertà di stampa sono alcuni tra i diritti fondamentali, che quel sistema di potere viola tutti i giorni. Non c’è cosa che esprima meglio il carattere retrivo ed arcaico di questo fenomeno, che mio padre ama definire di “pezzi di classi dirigenti” quanto il suo distacco dalla Costituzione e i suoi valori democratici. Se l’Italia è il paese dell’antimafia è grazie al lavoro, all’azione della società civile, di partiti, di sindacati, enti del terzo settore che hanno dato vita, nel corso dei decenni, ad associazioni, comitati, cooperative, gruppi informali che operano su tutto il territorio nazionale.

Dal 1982, anno di approvazione della legge, cosiddetta, Rognoni-La Torre, l’Italia dispone di un apparato normativo e della capacità di contrasto, che ne consegue, che sono ritenute un’eccellenza a livello internazionale. A mio avviso e a parere degli esperti, oggi l’antimafia è in difficoltà perché è divisa, perché talvolta è silente, perché è assente dal dibattito pubblico, tranne in occasione delle ricorrenze dei tragici avvenimenti, che hanno segnato la sua breve storia repubblicana, dalla strage di Portella a quelle che hanno insanguinato l’Italia tra il 92 e il 93; oppure quando viene condotta una brillante operazione di contrasto e repressione da parte della magistratura e delle forze dell’ordine, o quando vengono applicate le misure di prevenzione: i sequestri e le confische. In più, le manifestazioni per ricordare le vittime innocenti uccise dalla mafia diventano occasione di divisione e di polemica.

La mente mi porta a Palermo, a quanto accaduto questo 23 maggio, con le lancette spostate a dieci minuti prima della strage di Capaci e a quel che è avvenuto due anni fa, quando il corte delle associazioni e del sindacato è stato fermato dalla polizia, che ha impedito che raggiungesse l’albero Falcone, dove si commemora la memoria delle vittime della strage. Spero non si debba mai più ripetere!

Queste manifestazioni, invece di essere momento di incontro, di confronto, vengono ridotte a mera esibizione di autorità in cerca del consenso o per mendicare stima e amicizia mai nutrite. Il volgare uso che si fa dei nomi personali del dottor Falcone e del dottor Borsellino fa impressione se si guarda il volto e la bocca, che ne rivendicano l’amicizia.

Negli ultimi trent’anni l’antimafia si è alimentata di cronaca nera, i delitti, e giudiziaria, le pene, perdendo di vista il fenomeno di classi dirigenti e il sistema di potere che ne deriva e riducendo spesso la sua azione alla pur legittima difesa dei principi di legalità. Questo approccio ha di fatto indebolito la capacità di analisi e di proposta politica.

L’antimafia ha smarrito il senso e spesso si domanda cosa sia diventata oggi la mafia, senza riuscire a dare risposte soddisfacenti. Guardate questa storia della mafia stragista, senza togliere nulla alla sua valenza, gli storici e gli esperti ci insegnano che è una breve parentesi nella storia di quel fenomeno: la mafia, per paradosso, non ama uccidere se non vi è costretta. Ciò che preferisce, che ha contraddistinto tutta la sua storia, dall’unità d’Italia per convenzione, è una storia di segretezza, intimidazione ed omertà.

Come dimostra l’analisi prodotta, quasi 50 anni fa, dalla relazione di minoranza della Commissione antimafia, redatta dal giudice Cesare Terranova e da mio padre e come descritto nell’articolo 416 bis, che non parla dei reati di traffico internazionale di stupefacenti, di armi, di esseri umani, di estorsioni, eccetera, eccetera, eccetera, obiettivo della mafia era, è e sempre sarà l’illecito arricchimento, attraverso l’acquisizione di appalti e concessioni, questo dice il 416 bis. Lo sappiamo da quarantatré anni quale è l’obiettivo della mafia.

Certo, la mafia si è evoluta e continua a evolversi molto rapidamente, affina tecniche e strumenti, tesse nuove relazioni e stringe accordi utili all’obiettivo, ma la finalità, la sua ragion d’essere, resta sempre l’acquisizione illecita di danaro pubblico. Non aver saputo, potuto o voluto aggiornare l’analisi del fenomeno mafioso e dei relativi strumenti di contrasto e prevenzione non ha consentito di adeguarli in maniera efficace all’evoluzione del fenomeno stesso.

Allo stesso tempo il sistema di potere politico-mafioso non ha mai smesso di lavorare per indebolire l’antimafia, fatta di persone e norme, screditando amministratori onesti, oggetto di provvedimenti giudiziari rivelatisi infondati, o accreditando in ruoli istituzionali persone organiche al sistema, o minacciando giornalisti che non si lasciavano intimidire.

Ha ragione Emilio Miceli, Presidente del Centro Pio La Torre, quando scrive che il cuore dell’assalto è la specialità della legge Rognoni-La Torre.

È un attacco politico a tutto tondo. E con questo attacco, conclude Miceli, dovremo misurarci.

In questi anni sono emerse alcune criticità, sia sul fronte normativo che degli strumenti. Le norme devono essere adeguate alle nuove fattispecie di illecito arricchimento, dalle transazioni globali alle criptovalute. definendo strumenti efficaci anche in termini di capacità professionali e di risorse. Ed è necessario un’azione coordinata a livello internazionale. La nuova direttiva europea sulla confisca va in questa direzione, è stato ben detto meglio di me, e meriterebbe di essere portata ad altri livelli internazionali.

Le Nazioni Unite perché no? Visto quell’importante conferenza che si svolse a Palermo nel 2000. Le misure di prevenzione sono oggetto di critica in generale, rivolte all’operato dei tribunali delle misure di prevenzione in particolare. Alcune proposte di legge depositate in Parlamento intendono indebolire le misure di prevenzione, previste dalla Rognoni-La Torre.

Lo scenario non è confortante. Da un lato l’inchiesta che ha interessato il Tribunale delle misure di prevenzione di Palermo, che ha portato alla condanna e all’arresto della sua presidente, l’ex giudice Saguto, che ha gettato discredito sull’azione della magistratura. Dall’altro la storica difficoltà dell’Agenzia Nazionale per l’amministrazione e la destinazione dei beni sequestrati e confiscati alla criminalità organizzata a curare adeguatamente il patrimonio dei beni e in particolare il comparto aziendale, tutto ciò con riflessi ovviamente negativi sull’azione complessiva dello Stato. A questo si aggiungono alcuni episodi riguardanti le aziende confiscate a persone prevenute, rispetto ai quali siamo in attesa di un parere della Corte europea dei diritti umani.

A mio parere, vi è il rischio di snaturare le misure di prevenzione, mentre sarebbe opportuno, questa iniziativa di oggi va in questa direzione, promuovere un’azione politica di rilancio e di rafforzamento delle misure di contrasto e prevenzione. È questo il momento per farlo.

La nuova direttiva ci chiede di definire una strategia nazionale. Bene. Sarebbe molto utile. Attendiamo da anni la costituzione di una banca dati unica che ci dica di che cosa stiamo parlando, quanto vale il patrimonio dei beni sottratti alla mafia. Gli esperti ci dicono che è opportuno ridurre drasticamente i tempi dell’amministrazione giudiziaria, favorendo il rapido affidamento. Dobbiamo mettere mano all’Agenzia Nazionale per renderla capace ed efficace.

Non si può considerare un tabù di cui non si può parlare. Bisogna rafforzare l’azione antimafia.

Questo è quello di cui ha bisogno l’Italia: liberarsi dal giogo di un sistema che la opprime e ne condiziona le scelte, minando i principi costituzionali.

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