
Il XXI secolo è il periodo storico della mobilità umana da mezzi e modi sempre più straordinari. Non diversamente da altri tempi, il fenomeno dell’immigrazione rimane un motore pulsante della civiltà umana. Eppure nell’orizzonte del nostro mondo, migrare è conseguenza terribile di fame e povertà, instabilità politica e sociale, guerra e distruzione. Lo si fa, massicciamente, in special modo dalle periferie verso il centro, “civile” e moderno. Come molti, forse troppi, la mia storia è figlia di questa Modernità. Affrontati gli anni di totale invisibilità, perché senza documenti, in cui comunque la mia famiglia lavorava, attraversava e viveva la città come un qualsiasi cittadino, però con la costante paura di essere rimpatriati, integrarsi è stato un processo di ostacoli, conquiste e sopravvivenza. Io sarei finito in un paese a me sconosciuto. Il mio documento d’identità indicava la nazionalità di un paese nel quale, seppur nato, non avevo mai vissuto e di cui tutto ciò che sapevo era dovuto ai racconti dei miei genitori. È l’ingiustizia paradossale di una legge sulla cittadinanza che mi trasformava in un escluso sociale e politico nel paese che mi vedeva crescere.
Sono le istituzioni che sul livello formale negavano quanto accadeva nel piano reale e materiale: la mia esistenza come cittadino italiano. Il rinnovo del permesso di soggiorno rimane un ricordo raccapricciante di ore ed ore di attesa, di paure, con un presupposto coercitivo: solo se si ha un lavoro si ottiene il documento. Una persona con già notevoli difficoltà nel quotidiano (per barriere linguistiche, culturali o altro) si troverà in tal modo costretta ad accettare un lavoro precario, umiliante, senza tutele minime o garanzie. Spesso non gli basterà e quindi lavorerà anche a nero. Nel campo della politica la questione è soltanto peggiorata sia nella sua gestione sia nella sua comprensione. Infatti le pratiche formali e materiali della destra sovranista ormai sono ben radicate: nel piano formale è generalizzare, stereotipare, emarginare fino a disumanizzare l’Altro. Nel piano materiale sono i CPR, leggi sempre più penalizzanti, un controllo dei flussi migratori totalmente fallimentare, se non complice nell’aggravarne le criticità.
Nonostante ciò, una delle imprese maggiormente riuscite alla destra è aver creato un nemico ideale da attaccare sistematicamente. L’immigrato sarebbe solo un invasore, portatore di un processo di sostituzione etnica. Dunque un nemico da combattere e da cui difendersi. Nascondono la loro incapacità di costruire realtà interculturali nel dire che lo straniero rende insicure le strade, cancella la cultura e toglie il lavoro.
In questa operazione politica, si consuma uno scenario nefasto: persone fondamentalmente emarginate, escluse e sfruttate vengono additate come la fonte dei problemi del paese, spesso da persone anch’esse precarie, oppresse. L’oppresso che fa la lotta all’escluso. Entrambi in cerca di risposte alle proprie ingiustizie sociali, ma senza possibilità di raggiungerle.
Come fa ad essere una minaccia, o anche solo in competizione, chi è privo di una rete di sostegno, non ha una casa, conta solo sulla propria forza lavoro, guadagno poco e male e viene sfruttato? l’immigrato, che vede la propria capacità di produrre valore inglobata nel sistema, ma le proprie necessità poste all’esterno inascoltate, affronta tutto ciò e ne esce come vittima ultima della società.
Penso a Satnam Singh e alla sua morte criminale. Di quella vicenda colpiscono due attitudini: quella indifferente, sfruttatrice di chi lascia morire un uomo in quel modo; la seconda di chi presta soccorso immediato, solidale.
Agire contro queste ingiustizie significa costruire dignità per persone per le quali il semplice vivere rimane un’impresa difficile. Oggi, dopo tanti anni, per me sarà possibile votare per la prima volta. La mia storia, come quella di molti altri, continua ad essere percepita come straordinaria. Io ne voglio rimarcare la assoluta ordinarietà. Ho vissuto, parlato e pensato nel sono modo che conoscevo, in questa lingua e con questa cultura. Sono cresciuto e ho coltivato la memoria delle mie radici, attraverso i miei genitori. Mi sono adattato, ho riconosciuto la possibilità e il dono di vivere due realtà, simili e anche diverse. Mi sono sentito confuso, a metà, tra esse. Forse ha ragione il cantautore argentino Facundo Cabral: No soy de aquí, ni soy de allá. Ho imparato a vivere attraverso entrambe ad apprezzare ciò che mi potevano offrire.
Ho faticato molto nel farlo, ho trovato la gentilezza dell’amicizia e la comprensione nata dall’affetto di tante persone che sono riuscite eclissare di molto l’odio, il disprezzo crescente, gli insulti o gli atteggiamenti razzisti che mi hanno toccato. Non tutti però possono dire lo stesso. C’è ancora chi lotta, sopravvive e si vede negato troppo. Oggi questa battaglia politica penso debba essere il concreto passo per coloro che cresceranno come me, affinché abbiano condizioni più giuste e dignitose. Ai loro genitori che, come i miei, per la ricerca di un futuro hanno strappato la loro intera vita per riscriverne una nuova. Contro le politiche di un governo che nega l’evidente disastro economico, disincentiva la partecipazione democratica, produce una politica che mette in ginocchio i più fragili e fa la guerra ai deboli.
Credo i Referendum dell’8 e 9 Giugno siano un’occasione necessaria per costruire una visione politica capace di rispondere alle sfide drammatiche del nostro presente.
