
Il 16 maggio 1925 Gramsci pronuncia il suo primo e unico discorso da deputato eletto alla Camera. Il centenario da tale avvenimento è degno di essere ricordato non solo per la ricorrenza storica ma anche, e soprattutto, perché si tratta di un documento di notevole spessore politico, in grado di offrire spunti di riflessione su diversi temi irrisolti del nostro paese.
Prima di addentrarci nel discorso -che le cronache dell’epoca riportano come seguito con estrema attenzione dallo stesso Mussolini- occorre ricostruire il contesto storico nel quale è pronunciato. Passata l’ondata di sdegno per l’omicidio Matteotti dell’estate del 1924, a partire dal celebre discorso del 3 gennaio 1925, Mussolini avanza una serie di proposte legislative che condurranno nel biennio 1925 -1926 alla completa “fascistizzazione dello stato” e, quindi, alla realizzazione di un regime totalitario in cui vengono soppressi i principali diritti e libertà.
L’intervento di Gramsci avviene, proprio in questo percorso, nell’ambito della discussione del disegno di legge “contro le società segrete” che imponeva l’obbligo a tutte le associazioni di consegnare allo stato l’elenco dei propri iscritti e vietava ai dipendenti pubblici di iscriversi ad associazioni segrete. Il fine dichiarato del governo era in particolare quello di colpire la massoneria.
Gramsci individua un duplice ordine di effetti di tale proposta di legge: un primo livello, legato alle conseguenze immediate; un secondo livello, costituito dagli effetti “durevoli” che rispondono ad una necessità storica del fascismo per potersi affermare definitivamente.
In primo luogo, Gramsci denuncia dalla tribuna parlamentare che la legge in discussione verrà utilizzata non solo contro la massoneria ma per colpire la principale e più attiva forza di opposizione del regime: il Partito Comunista. Infatti, mentre le altre forze politiche erano ancora ritirate passivamente sull’Aventino in attesa di un intervento del re, il PCd’I era invece tornato in parlamento, sia per usare ogni mezzo ancora consentito contro il regime sia per la sfiducia nella corona. Afferma Gramsci “noi diciamo che in realtà la legge è fatta specialmente contro le organizzazioni operaie. Domandiamo perché da parecchi mesi ormai, senza che il PCd’I sia stato dichiarato fuorilegge i carabinieri arrestano i nostri compagni ogni qual volta li trovano riuniti in numero di almeno tre.”
Più interessante è il secondo livello dell’analisi condotta da Gramsci con il suo discorso. Il tema centrale è incentrato sulla funzione della massoneria nella costruzione dello stato unitario e, quindi, si domanda se il fascismo riuscirà nella “conquista dello stato” attraverso l’attacco e l’assorbimento di tale organizzazione nelle sue fila. Prima di addentrarci in tale sviluppo, occorre sottolineare come il discorso parlamentare, più volte interrotto e infine concluso di forza dai fascisti in aula, per essere compreso appieno debba essere letto in combinato con l’articolo – non firmato ma riconducibile allo stesso Gramsci- “La conquista fascista dello stato” (Lo stato operaio, 21 maggio 1925) in cui esporrà con completezza il suo argomentare sulla questione.
La massoneria, per il modo con cui si è realizzata l’unità d’Italia, data la debolezza delle classi dirigenti del paese, ha rappresentato “l’ideologia e l’organizzazione reale della classe borghese capitalistica” che era stata il motore del processo di costruzione dello stato unitario. Dunque, la massoneria aveva fino ad allora svolto una funzione storica progressiva, affermatasi per contrasto alle forze clericali e feudali nemiche del processo unitario. Essere quindi contro la massoneria significa essere contro lo stato liberale e laico. Ma Gramsci evidenzia un altro aspetto centrale dell’attacco alla massoneria. Questa organizzazione, infatti, ha sotto il proprio controllo la burocrazia dello stato italiano e, dunque, per il fascismo diventa essenziale sostituirsi ad essa per poter avere il pieno controllo della macchina organizzativa del regno. Gramsci si sofferma quindi sulla funzione della burocrazia che non è un corpo a sé stante ma una forma essenziale interna del blocco sociale dominante, attraverso la quale la classe dirigente collega e radica la macchina statale nelle masse popolari. Di conseguenza, accedere al controllo dell’amministrazione pubblica vuol dire accedere al controllo dello stato: la massoneria, dunque, si pone come competitore del fascismo da sopprimere o assorbire.
Tornando all’articolo citato, Gramsci propone poi una articolata analisi sul carattere progressivo del ruolo della massoneria nel processo di costruzione dell’unità d’Italia, anche per effetto della composizione sociale stessa della burocrazia italiana. Infatti, dopo un primo momento di reclutamento caotico dei funzionari statali, nel nord, con l’affermarsi dell’industria, la piccola borghesia veniva assorbita nelle aziende private; nel sud, privo di tale sviluppo, l’occupazione nell’amministrazione pubblica restava l’unica strada di occupazione per la piccola borghesia che finisce così per diventarne la spina dorsale. La conseguenza di tale strada di strutturazione della macchina statuale è che “le classi medie e intellettuali del meridione furono sottratte all’influenza dei clericali e passarono sotto il dominio della massoneria, unico partito organizzato della borghesia italiana unitaria e quindi, per definizione, anticlericale in quanto ostile al Vaticano”.
Con la legge contro le associazioni segrete, dunque, il fascismo punta a sostituire sé alla massoneria laica e unitaria nella selezione dei componenti della burocrazia per giungere così al controllo della macchina statale. Ciò ha per Gramsci i segni di una regressione per il paese, non solo in termini di restrizione della libertà di associazione, ma anche in quanto avrebbe significato espungere le classi medie e intellettuali dalla burocrazia statale e ripiombarle sotto il dominio delle classi reazionarie e clericali del meridione. Per questa ragione, prosegue Gramsci nel suo discorso, in uno scambio di battute direttamente con Mussolini, “l’abbattimento del regime liberale da parte del fascismo non è una rivoluzione perché è tale solo quella che si fonda su una nuova classe. Il fascismo non si basa su nessuna nuova classe che non fosse già al potere”.
In questo intervento parlamentare si vedono quindi accennati in controluce alcuni altri temi che verranno elaborati più compiutamente negli anni a seguire dal pensatore sardo: dalla questione meridionale all’egemonia.
Ricordare oggi questo discorso non è solo un modesto ma doveroso omaggio al comunista sardo ma il rilanciare l’idea che la riflessione politica, anche partendo da temi di attualità – che variano ovviamente a seconda delle epoche – non può prescindere da una compiuta consapevolezza della dimensione storica e sociale in cui i fatti dell’oggi si pongono.
