La mobilitazione delle ultime settimane in occasione della Giornata Internazionale per l’Eliminazione della Violenza sulle Donne, e che continua positivamente a persistere anche sull’onda delle cronache giudiziarie, ci impone di chiederci come potenziare gli  interventi per la sicurezza nelle nostre città.


I reati da codice rosso, in particolare violenze sessuali e femminicidi, sono oggi gli unici in aumento, in controtendenza con gli altri reati, come anche omicidi e rapine, che invece sono diminuiti del 25% negli ultimi 10 anni.


Un fenomeno purtroppo ormai strutturale, determinato, da un lato, dall’aumento delle denunce da parte delle donne, grazie all’informazione e alla rete dei sostegni fornita dalle amministrazioni locali; dall’altro, da una perdurante sopravvivenza di una cultura patriarcale che va combattuta soprattutto con la prevenzione.


Ciò a fronte, comunque, di un miglioramento complessivo in punto di violazione della norma penale.


La garanzia della sicurezza, intesa come prevenzione e repressione del fenomeno criminoso sui territori, appartiene in primis alle Forze dell’Ordine. Spetta, peraltro, ai Governi centrali prevedere maggiori risorse, economiche e di personale, giacchè le nostre forze di Polizia risultano gravemente ridotte negli organici e sottopagate.


In punto di vigilanza, l’intervento degli enti locali può essere di grande supporto, come, ad esempio, attraverso l’istallazione di sistemi di videosorveglianza e di illuminazione dei luoghi percepiti come meno sicuri, o la predisposizione di personale di controllo nei siti ritenuti più sensibili, o la bonifica di aree degradate.


Ma, oltre all’aspetto meramente repressivo, il tema della sicurezza delle cittadine e dei cittadini sui territori va affrontato in maniera ben più articolata e deve passare, soprattutto, attraverso la via della inclusione, del superamento dell’emarginazione sociale e civile, dei sostegni economici e della divulgazione di cultura e formazione, a partire dalle scuole e dalle giovani generazioni.


Il rispetto delle regole della civile convivenza e, per tornare ai reati da codice rosso, della pari dignità e rispetto di tutti i generi e di tutte le differenze, non può essere affidato al solo concetto di compressione, ma va costruito favorendo l’ “occupazione” degli spazi da parte della società civile, per sottrarli al controllo della criminalità, estemporanea o organizzata.  


Per salire di livello, attivare politiche che assicurino a tutte e tutti, alla luce dell’art. 3 della Costituzione, senza distinzione di censo, provenienza, lingua o colore della pelle, il godimento dei diritti fondamentali, come il diritto alla casa, ad un lavoro, alla cura della salute, o dell’accesso ai servizi, serve a combattere anche quella rabbia sociale che tutti giorni si manifesta in ogni aspetto della nostra convivenza civile e che spesso origina episodi di violenza verbale o fisica che inquinano ogni relazione.


I provvedimenti del governo Meloni, che in due anni ha creato più di 40 nuovi reati o aggravamenti di pene, che col decreto Caivano ha accresciuto del 50% il numero dei minori nelle carceri, che ha criminalizzato le donne rom incinte, senza porsi il tema della condizione di vita nelle loro comunità, non solo stanno facendo implodere i nostri istituti di pena, ma – ormai e’ comprovato – non determinano alcuna deterrenza, né miglioramento della condizione delle persone.


Per non parlare della politica repressiva in tema di immigrazione, dove ancora una volta si criminalizza il diverso, nonostante, addirittura, anche sotto il profilo economico e produttivo, il nostro Paese non possa prescindere dal lavoro delle persone provenienti da Paesi extra unione, di cui invece si perpetra la condizione di illegalità e sfruttamento. 


Perseguire il disegno di una politica securitaria e di compressione dei diritti civili e sociali, abbandonando ogni intervento solidaristico (come con la legge sull’Autonomia Differenziata), sventolando l’esempio (ovviamente apparente, perché ormai in questo Paese la ricchezza e la povertà sono fattori ereditari) virtuoso del “self made man”, l’uomo che ce la fa da solo, attraverso la selezione sul merito dei più capaci contro coloro che rimangono indietro, in un concetto competitivo di società, è una visione alternativa a quella del Partito Democratico.


Ridurre al silenzio studenti, lavoratori, attivisti e ogni portatore di fragilità economica o sociale, comprimendo persino la libertà di dissentire e manifestare il proprio disagio, non crea più sicurezza, ma solo maggiore ribellione, a cui la destra risponde con Daspo, arresti in flagranza differita (un ossimoro giuridico), pene sproporzionate ai fatti e carcere per tutti, alimentando sentimenti di paura e di insicurezza verso le differenze.


Si tratta di due visioni di società completamente diverse. 
Il Partito Democratico, prima di tutti, si è sempre proposto, in punto di sicurezza, ricette meno semplicistiche e più articolate che, oltre al necessario lavoro di controllo, offrano in via preventiva una maggiore protezione sociale, strutturando percorsi inclusivi alternativi alla devianza, preventivi e a valle dei reati commessi, senza che vi sia alcuna contraddizione tra i due aspetti.
Non si tratta di incapacità di proposta, o peggio, di buonismo o lontananza dai problemi e dal disagio, ma, al contrario, è la volontà di fornire una risposta non momentanea, né univoca, ma complessiva alla richiesta di presenza delle istituzioni accanto alle esigenze vere dei cittadini.


Davanti a governi delle destre da sempre forti con i deboli e deboli con i forti, e ad un concetto di sicurezza esclusivamente repressivo, il Partito Democratico ha sempre cercato una risposta più completa, vantando una cultura della legalità e della sicurezza probabilmente piu’ ambiziosa, ma certamente lontana dai facili populismi o dalla sollecitazione della pancia del Paese.


A chi sostiene che tra destra e sinistra non ci sia alcuna differenza, o a chi accusi il PD di non avere una visione realistica in termini di sicurezza, rivendichiamo che, al contrario, anche su questo tema siamo profondamente alternativi, con buona pace di chi, per necessità di sopravvivenza, finora ha intervallato alleanze di convenienza. L’unica prospettiva futura per cambiare il Paese è costruire una coalizione testardamente unitaria, attorno ad una visione di società radicalmente alternativa e condivisa.

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