“Sono fiera che, sotto il primo governo guidato da una donna, il tasso di disoccupazione femminile sia il più alto di sempre”. Queste parole, pronunciate da Giorgia Meloni durante un intervento in occasione della chiusura della campagna elettorale per Ugolini Presidente, sono, certamente, frutto di un mero lapsus. D’altronde, in altre occasioni la premier ha rivendicato i presunti risultati ottenuti dal proprio governo sul lavoro delle donne. Il lapsus sarebbe meno grave, però, se non provenisse dalla leader del partito che in Parlamento Europeo, nel 2022, ha votato contro la direttiva sulla trasparenza delle retribuzioni, che conteneva misure di contrasto al gender pay gap. Se Meloni non si fosse scagliata, pochi secondi prima, contro l’intera categoria delle “femministe”. E, soprattutto, se veramente il governo di centrodestra avesse messo in atto delle politiche strutturali per migliorare la qualità dell’occupazione femminile, anziché limitarsi a misure spot volte a incentivare la natalità e ad attaccare la legge 194. La gaffe della premier tradisce le reali idee di Fratelli d’Italia, ancora più evidenti in quanto affermato da Arianna Meloni al Centro Congressi di Riccione a inizio novembre, in una lode all’eccezionalità delle donne: “Siamo quelle persone che sanno fare mille cose nello stesso momento e ricordiamo mille cose nello stesso momento. Io parlo qui e penso che mia figlia mi potrebbe chiamare”. Le donne sono forti perché si occupano di mille cose: dal lavoro produttivo, al lavoro di cura. Che quest’ultimo debba essere a carico esclusivamente di madri, figlie, sorelle, non viene mai messo in discussione.
Le donne, soprattutto le più giovani, sono inoltre chiamate a dover costantemente dimostrare e in ogni aspetto della propria vita di meritare un trattamento paritario in merito all’accesso ai servizi, alla formazione superiore e all’ambito lavorativo. Il Focus gender gap pubblicato da Almalaurea nel 2024 segnala come, nell’attuale società della conoscenza e in un panorama di inserimento nel mondo del lavoro sempre più complesso e incerto, le laureate, che sono in termini assoluti di più dei colleghi (59,7%), si laureano anche con un voto medio più alto (pari a 104,8 su 110, mentre per gli uomini è 102,9). In aggiunta a ciò, le donne sono spinte più di frequente da forti motivazioni culturali (30,5% rispetto al 27,4% degli uomini) all’iscrizione dell’università, pur provenendo da contesti familiari culturali e socio-economici meno favoriti. Tradotto: le giovani donne si impegnano di più negli studi e ottengono risultati migliori, partendo da situazioni familiari più svantaggiate. Non sarebbe questo di per sé un fenomeno particolarmente rilevante, se non lo si associasse alle preoccupanti condizioni occupazionali che le giovani donne si trovano a dover affrontare alla fine del proprio percorso di studi superiore e a cinque anni dal conseguimento della laurea. Lo scenario appena illustrato, al momento dell’accesso al mondo del lavoro, si ribalta completamente. Non solo il tasso di occupazione delle donne è inferiore rispetto a quello degli uomini laureati (87% per le donne e 91% per gli uomini), ma sono più diffuse tipologie contrattuali a tempo determinato, invece di quelle a tempo indeterminato destinate maggiormente ai colleghi maschi. In aggiunta a ciò, viene purtroppo confermata la presenza del fenomeno del gender pay gap, con un differenziale superiore al 10% fra donne e uomini, ovviamente a scapito delle donne. A incidere ulteriormente su tale scenario la presenza di figli/e, che consiste in una evidente forma discriminatoria nei confronti delle donne, tanto da far raddoppiare il differenziale retributivo. I motivi di tale fenomeno sono dovuti in primo luogo a retaggi culturali, purtroppo duri a morire, come dimostrato dalle recenti dichiarazioni di cui si sono resi rappresentanti diversi esponenti del Governo, ma che è necessario legare oggi ai principali motivi che spingono tante donne a dover scegliere fra la carriera e la famiglia (in Italia sono 7,8 milioni le donne inattive), se si vuole leggere il fenomeno per invertire la rotta. Basti pensare che (dati ISTAT) dei 101 mila che hanno perso il lavoro a causa degli effetti della pandemia, 99 mila furono donne (ovvero il 98%) e, in anni più recenti, l’aumento dell’occupazione femminile è avvenuto fra le più adulte, mentre per la fascia delle 35-44enni l’occupazione fra il 2019 e il 2023 è calata del 7,9%. È chiaro allora che ciò che sta avvenendo è l’applicazione di un disegno volto a ricondurre le donne a svolgere in primo luogo il proprio ruolo di madri, abbandonando aspettative sulla carriera, realizzazione dei propri sogni e investimento sul proprio futuro economico e pensionistico. Non solo viene attuata una riconfigurazione di un modello di società che non è più aderente alle aspettative delle donne, ma che inoltre vanifica gli investimenti economici del recente passato, compiuti da tante famiglie e dalle istituzioni in termini di formazione e alta formazione in favore di tutta la società, facendo fare in questo modo un preoccupante passo indietro al Paese.
L’attuale divisione del lavoro su cui si basa la nostra società (da cui dipendono remunerazione, qualità e tempi di lavoro) costituisce la base materiale della forma attuale neoliberista della produzione (di valore) e della riproduzione sociale. Il patriarcato, dunque, lungi dall’essere qualcosa di inesistente o puramente aleatorio, è una realtà concreta che ottiene la sua legittimazione in quanto sublimazione culturale di un impianto prettamente economico (e politico) che mira ad aumentare il profitto tentando di contenere i salari; parte fondamentale di questo processo è la costruzione delle identità sociali degli uomini e, soprattutto, delle donne che devono essere funzionali a questo schema (il lavoro di cura è tipico delle donne perché le donne posseggono naturalmente qualità che le rendono adatte a tali attività, per esempio). La battaglia per condizioni di lavoro eque e giuste che, tra le altre cose, impone la centralità del lavoro riproduttivo, non deve però essere genderizzata: lo stesso sistema di welfare, ancora oggi prevalentemente basato sul modello del male breadwinner, favorisce l’attribuzione del lavoro di cura seguendo linee di genere che non fanno altro che consolidare e rendere strutturali le disuguaglianze che attraversano la nostra società e che, invece, proprio attraverso le politiche pubbliche e i sistemi di welfare, potrebbero essere sradicate (eppure, anche qui, sembra che i soldi per queste riforme scarseggino sempre). La chiave è fare del nostro essere donne un atto puramente politico che costituisca il nostro fronte di lotta: ripensare oggi le categorie del lavoro (e la sua divisione sociale) in modo inclusivo significa anche immaginare una riforma strutturale della nostra società che abbia l’obiettivo di scardinare, definitivamente, quei ruoli sociali incancreniti che hanno sostenuto lo sviluppo del capitalismo e consentire così lo sviluppo di una collettività libera e plurale. Oggi questo non accade, come abbiamo visto dai dati precedenti, perché si sceglie di non investire in questo percorso di emancipazione umana – oltre che femminile e collettiva – oltre che individuale.
Sinceriamoci allora che quello della Presidente del Consiglio sia stato davvero un mero lapsus. E non, come temiamo, un suo auspicio.

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