Ieri, esattamente a un anno dal ritrovamento del corpo di Giulia Cecchettin è stata presentata alla Camera dei Deputati la Fondazione a lei dedicata. Non finiremo mai di far sentire la nostra vicinanza e di ringraziare la famiglia di Giulia Cecchettin, il padre Gino, la sorella Elena e il fratello Davide per l’impegno che si sono assunti, per aver trasformato il loro dolore in un’occasione di cambiamento. 

Un anno fa il femminicidio di Giulia è stato uno spartiacque nella coscienza pubblica. 

La scrittrice messicana Cristina Rivera Garza nel romanzo L’invincibile estate di Liliana, pubblicato nel 2021, ricostruisce la storia della sorella, vittima di femminicidio a Città del Messico il 16 luglio del 1990. 

Cristina Rivere Garza spiega perché non avrebbe potuto farlo prima. “Negli anni Novanta avrei avuto a disposizione solo le parole del delitto passionale, che, come sappiamo, dà spesso la colpa alla vittima per la violenza subita. Avrei fatto del male a mia sorella e a me stessa. Ci sono voluti anni di cambiamenti. Avevo bisogno di un altro vocabolario. Abbiamo cambiato il nome alle cose, abbiamo smesso di chiamare la violenza con il lessico dell’amore romantico”. 

La famiglia Cecchettin ha saputo usare il nuovo vocabolario. Centinaia di migliaia di ragazze e ragazzi in quei giorni hanno fatto rumore, come chiedeva Elena, la sorella di Giulia. Lo sgomento e la rabbia per l’ennesimo femminicidio, grazie alle parole del padre e della sorella di Giulia, hanno messo sotto accusa la cultura patriarcale e sessista che produce la violenza e hanno chiesto un cambiamento culturale.

Di quanto ce ne sia bisogno ne è stata una prova l’intervento del Ministro Valditara proprio alla presentazione della Fondazione, in cui ha provato a spiegarci che il patriarcato è finito e che ci sono più abusi per via degli immigrati irregolari. Un intervento stonato in una cerimonia importante ed emozionante. 

Del resto, il tanto sbandierato progetto Valditara di educazione al rispetto presentato un anno fa latita, e a questo punto forse è una fortuna, viste le premesse culturali. Si parla di rispetto, di bullismo, ma non si sconfigge la violenza cancellando la questione di genere, o peggio additando gli immigrati cosiddetti irregolari come causa di un aumento degli episodi di violenza. 

La verità è che in Parlamento, abbiamo approvato diverse leggi, l’ultima un anno fa, la legge 168/2023, che rafforza le misure cautelari, l’uso del braccialetto elettronico. Votata, come spesso è avvenuto nel caso delle norme sulla violenza, in modo unitario.  Rimane però il problema del modo in cui vengono applicate le leggi, la realtà delle sentenze che ancora banalizzano la violenza o non la riconoscono, quella della pratica processuale che produce la cosiddetta vittimizzazione secondaria delle donne, le giudica, inoltre troppo spesso viene sottovalutato il rischio che corrono. Tutto questo perché manca una formazione obbligatoria, e io dico anche integrata, tra i diversi soggetti che si occupano di violenza, a partire dalla magistratura. Il cuore della questione rimane quella culturale. Come nominiamo la violenza, come ne parliamo e il passaggio da una cultura del possesso a quella del consenso.

Se quello che è successo un anno fa è stato uno spartiacque nella coscienza pubblica, lo stesso non può dirsi per le politiche, soprattutto sul terreno della prevenzione. Abbiamo detto dell’inerzia del Ministero dell’Istruzione. Con un anno di ritardo forse arriverà nei prossimi giorni il nuovo Piano strategico nazionale contro la violenza nei confronti delle donne e la violenza domestica, che con la legge di bilancio 2022 ha smesso di essere straordinario.  Ad oggi siamo ancora a quello 2021-2023. Ancora troppo debole è la rete dei centri antiviolenza e delle case rifugio, luoghi essenziali, ma mai finanziati adeguatamente. Un anno fa in Senato avevamo votato un ordine del giorno unitario che impegnava il Parlamento a discutere entro gennaio 2024 i progetti di legge presentati.  Ma la maggioranza ha preferito votare mozioni ideologiche contro una presunta ideologia gender. 

Le cronache che ci hanno avvicinato a questo 25 novembre ci hanno consegnato, come sempre, l’elenco di una mattanza. Gli ultimi casi ci raccontano di giovanissime, a Piacenza, nella provincia di Bergamo. 

Non produrremo nessun cambiamento senza affrontare la cultura che produce la violenza, per superare il dominio maschile che ancora segna le relazioni tra uomini e donne, la difficoltà degli uomini a convivere con la libertà delle donne. 

È questo il salto di qualità che le politiche faticano a fare, nonostante, la Convenzione di Istanbul sia molto chiara su questo. Nella Convenzione si dice chiaramente che “la violenza contro le donne è una manifestazione dei rapporti di forza storicamente diseguali tra i sessi, che hanno portato alla dominazione sulle donne e alla discriminazione nei loro confronti da parte degli uomini e impedito la loro piena emancipazione”. Si parla della “natura strutturale della violenza contro le donne, in quanto basata sul genere,” del fatto che è “uno dei meccanismi sociali cruciali per mezzo dei quali le donne sono costrette in una posizione subordinata rispetto agli uomini”

Lottare contro la violenza significa impegnarsi per affermare la cultura del consenso, il rispetto dell’autonomia delle donne, della loro libertà su di sé e sul proprio corpo. 

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