Non ho più speranza alcuna per l’avvenire del nostro paese se la gioventù d’oggi prenderà domani il comando, perché è una gioventù senza ritegno e pericolosa. Quando ero giovane mi sono state insegnate le buone maniere e il rispetto per i genitori, oggi invece vuole sempre dire la sua ed è sfacciata. ” Così scriveva Esiodo nel VIII secolo a.C. – VII secolo a.C.

Questo aforisma ci dice già molto di come, da sempre, vengano trattati i giovani, specie in società molto anziane come quella italiana (età media 48 anni, 4 anni sopra la media europea).

La retorica che pervade l’ambito delle politiche giovanili è caratterizzata da due errori di fondo: credere che esista una categoria omogenea catalogabile come “GIOVANI” (chi sono? Fino a che età si è giovani? Hanno tutti le stesse esigenze?) e confondere le politiche giovanili con le azioni di contrasto al disagio giovanile.

Sul primo punto è necessario capire di chi parliamo.

Le Nazioni Unite definiscono giovani le persone di età compresa tra i 15 e i 24 anni, la Duma della Federazione Russa considera giovani i cittadini fino ai 35 anni, in Nigeria sono considerati giovani tutti coloro che hanno un’età compresa tra i 18 e i 35 anni e così via. Evidentemente non c’è una risposta univoca ma solamente convenzionale, pertanto è utile capire quale sia il parametro da considerare per individuare la categoria. Volendo dare una definizione, utile solamente a questo articolo, si potrebbero individuare come giovani coloro che sono in età lavorativa, o di studio universitario, e che non hanno ancora un’indipendenza economica tale da permettergli di avviarsi ai successivi passi dell’età adulta. Convenzionalmente, quindi, coloro che hanno un’età compresa tra i 16 e i 30 anni.

Muovendoci in un range di età 14 anni per comprendere che tipologie di servizi da fornire dovremmo comprendere le variegate esigenze rappresentate da questa fascia di popolazione giovanile. In questa analisi, che non ha l’ardire di risultare esaustiva, potremmo identificare, a titolo esemplificativo: coloro che concludono il ciclo di studi universitario e si affacciano al mondo del lavoro, coloro che sono ancora all’università e cercano occasioni di formazione o di svago, coloro che sono in fase di abbandono scolastico e hanno bisogno di una formazione alternativa a quella scolastica e metodi per contrastare l’inerzia e la noia, coloro che concludono il ciclo di studio obbligatorio e iniziano a lavorare.
Quest’ultima categoria, in special modo, viene spesso dimenticata nei discorsi politici su e intorno ai giovani che sembrano rivolgersi solo a coloro i quali concludono l’università.

Se questo è il panorama, quindi, per rispondere a queste esigenze gli enti pubblici sono chiamati a fornire servizi articolati ed eterogenei.

A questo punto si passa al secondo errore di cui parlavamo prima: pensare che le politiche giovanili si concretizzino unicamente nelle azioni di contrasto al disagio giovanile. Quest’idea discende da quello stesso sentimento sociale espresso da Esiodo 2700 anni fa, cioè il concetto per il quale i giovani, in preda a “devianze” (come le ha definite l’attuale Presidente del Consiglio) vadano in qualche modo salvati e riportati sulla retta via.

Ora, premettendo che la retta via è un concetto che trova asilo solo sui testi dogmatici, perché non identificare le politiche giovanili con dei servizi pubblici rivolti ad una determinata fascia anagrafica di cittadinanza?

D’altronde è ciò che è già stato fatto con la creazione dei Centri Sociali Anziani (che attualmente hanno cambiato nome eliminando le barriere all’entrata ma che nella sostanza rimangono luoghi dedicati alle persone over 60). Lo strumento che meglio risponde a queste esigenze sono i Centri di Aggregazione Giovanile (concetto contenitore che va riempito di contenuto). L’amministrazione pubblica deve realizzare degli Hub sociali destinati (e forse anche gestiti) dai ragazzi e dalle ragazze e che siano volti a fornire sia servizi formativi sia ludico-ricreativi. Dei luoghi che rappresentino uno spazio pubblico privo di barriere all’ingresso che siano attraversabili dai ragazzi e dalle ragazze, dove vengono forniti corsi gratuiti, dove si possano trovare occasioni di confronto e di cura della salute mentale, dove si possano esplorare le varie passioni. Tutto ciò in una forma più libera rispetto alle altre istituzioni che lo Stato fornisce, in un’idea di affiancamento che abbia l’ambizione, complessa ma necessaria, di essere universale e interclasse.

Cominciare a ragionare sulle politiche giovanili, quindi, incentrandole non sul “recupero del disagio” ma sulla fornitura di un servizio pubblico pluridirezionale può, e in parte deve, essere il primo passo per far riallacciare i rapporti tra lo Stato e i suoi cittadini più giovani e per creare una società meno classista e divisa.

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