
Il principio di fondo che deve guidare la riorganizzazione dei servizi socio-sanitari in un area metropolitana, come quella di Roma, o delle Province laziali è: “Il sistema deve essere in grado di garantire un percorso di cura e di assistenza alla persona con un bisogno di salute, attraverso una presa in carico strutturata, che garantisca continuità assistenziale, a prescindere dal luogo e dal momento in cui questo si manifesta”.
Bisogna quindi pensare, progettare e realizzare un modello proattivo di Welfare di Comunità in interazione continua, in cui elementi come l’istruzione, la giustizia, l’ambiente, la tutela delle fragilità e delle conicità siano inserite in un sistema a rete, e che le interdipendenze capaci di garantire la presa in carico, siano adeguate e accessibili ad ogni persona. Un modello in grado di intercettare il bisogno e di gestirlo. Energie in comune che formano e irrobustiscono la rete, impreziosendola di valore sociale e d’importanza all’interno dell’organizzazione generale dei servizi.
Un’idea olistica di comunità come luogo della salute e per la costruzione continua di salute, che si scontra certo con le maglie strette della burocrazia, dell’individualismo, dell’indifferenza e della quotidianità, ma che resta alla base valoriale di ogni costruzione di protezione globale che abbia l’ambizione di durare nel tempo e di garantire servizi intorno alla persona e alla comunità.
Le Istituzioni sanitarie ai diversi livelli, hanno la responsabilità della cura e dell’assistenza della popolazione. Emerge sempre di più la necessità di affrontare con soluzioni percorribili la transizione epidemiologica e demografica che sta facendo i conti con l’aumento negli anni dell’età media della popolazione ed ancora di più dopo il Covid, delle patologie croniche nella popolazione italiana e laziale. Condizione di cronicità, o polipatologie, a cui si aggiunge la riduzione progressiva di risorse per il finanziamento dei servizi sanitari, la disuguaglianza nella qualità e nell’accesso alle cure, una progressiva rinuncia alle cure soprattutto per gli eccessivi tempi di attesa, l’emergenza legata alla mancanza di personale medico in alcune specialità e nella medicina di famiglia, una sbagliata programmazione del personale sanitario negli anni. Le patologie croniche sono in costante aumento generando bisogni crescenti e un incremento della spesa sanitaria. È bene ricordare che l’impatto delle cronicità non colpisce tutti allo stesso modo in quanto le diseguaglianze territoriali, culturali e socio-economiche influiscono più che mai nel determinare gli esiti di salute del singolo paziente. Lo snodo principale resta la capacità di presa in carico e la continuità di cura/assistenza fuori dalle mura degli ospedali e nel territorio, soprattutto attraverso la creazione di reti sociosanitarie davvero in grado di migliorare la qualità della vita dei pazienti. E il fabbisogno di cure, con questo quadro demografico ed epidemiologico aumenta ogni anno di più. Le stime ci dicono che un giovane ha necessità dell’ospedale mezza giornata su 365 giorni dell’anno. I giorni, per una persona anziana, diventano almeno 3. Cioè almeno 6 volte di più. È evidente quindi, che la programmazione dei servizi sociosanitari, anche attraverso l’esperienza e lo strumento della programmazione sociosanitaria e dei Piani di Zona, debba essere fatta con un occhio attento a quanto i dati raccontano. E anche gli investimenti vanno indirizzati soprattutto in questa direzione. Gli indici demografici e di struttura della popolazione della regione Lazio, e dell’Area Metropolitana di Roma in particolare, mostrano un quadro sostanzialmente in linea con l’andamento nazionale, Come e più di quanto succede a livello nazionale, nel nostro territorio romano la piramide dell’età si sta ribaltando progressivamente sulle fasce d’età più anziane con una maggior prevalenza delle patologie croniche e delle fragilità. Queste, infatti, sono condizioni di morbosità di patologie che più volte nel singolo anno possono portare la persona a richiedere assistenza sociosanitaria. Da qui l’importanza della programmazione dei servizi e dell’integrazione sociosanitaria come base delle politiche sanitarie e sociali del nostro territorio.
Nella Regione Lazio il 61,7% della popolazione over 65 anni è affetta da una o più patologie croniche. Per garantire a questa fascia di popolazione l’assistenza le ASL investono all’incirca il 60% del proprio fondo annuale.
Complessivamente, è evidente come il fenomeno dell’invecchiamento della popolazione nel territorio soprattutto romano, sia legato a fattori che partono da lontano e che coinvolgono molte dimensioni sociali e politiche. Incidere quindi sui determinanti della salute è la base delle policy d’azione per lo sviluppo dei sevizi sociosanitari di tutto il territorio. In questo senso, qualsiasi Azienda Sanitaria presente nell’Area metropolitana o nel Lazio non può prescindere dal contesto, dalle Istituzioni e dagli stakeholders che lo compongono. Costruire reti solidali e alleanze sociali è l’unica vera innovazione che tutela la salute, bene collettivo che porta con sé i temi delle disuguaglianze e del loro superamento.
Un fenomeno su cui riflettere, da cui imparare e che ha avuto ricadute importanti sulla capacità del sistema di rispondere alla domanda di salute della popolazione più anziana e fragile con una logica di rete dei servizi, è stato quello del Covid. Infatti, si è dovuto fare i conti con il tratto dell’imprevedibilità e della variabilità costante con cui si presentavano i fenomeni, si modificavano i contesti e si richiedeva una continua rivisitazione organizzativa delle strutture e dell’organizzazione stessa nell’erogazione delle prestazioni. Condizione quella della pandemia, contro la quale il territorio laziale e romano ha contrapposto ogni forma di energia di comunità per contrastarne gli effetti sulle disuguaglianze e il disagio sociale. La capacità di “fare rete”, di creare sinergie tra sanità e sociale, tra i diversi attori istituzionali ha permesso alla Regione Lazio di essere tra le più efficienti e capaci di contrastare gli effetti di una emergenza che ha portato morte tra tante persone fragili ed anziane.
La pandemia, più di tutti, ci ha insegnato a governare l’imprevedibilità e l’incertezza attraverso la versatilità e la multidisciplinarietà, con estrema rapidità, in modo flessibile ma anche controllato. In realtà si è rivelata, un vero acceleratore di cambiamento per la riorganizzazione dei servizi sociosanitari. Questi fenomeni esterni hanno evidenziato quanto sia stato necessario riorientare ed indirizzare, attraverso nuovi assessment organizzativi, i servizi verso filiere e reti integrate d’offerta, con un’attenta rivisitazione critica e standardizzata del flusso delle attività sanitarie e sociosanitarie, che è stata pensata e strutturata in funzione della salvaguardia della qualità delle cure, della loro appropriatezza ed efficienza. Il contrasto alla Pandemia ha confermato la necessaria importanza e sviluppo dell’assistenza territoriale, attraverso una risposta veloce, flessibile, pianificata di tipo proattivo, in grado di intercettare il bisogno anche attraverso la creazione di modelli operativi ed organizzativi smart, di prossimità reale con una maggiore integrazione dei servizi territoriali e dei professionisti e il coinvolgimento di tutta la comunità che si è fatta: “ Rete di Comunità”.
I dati sugli effetti della crisi pandemica hanno documentato come molte persone sono dovute ricorrere ad aiuti economici di familiari, a prestiti bancari o a sussidi statali. Ed è proprio da questa lettura di necessità e di forte supporto al tessuto sociale ed economico, che la Sanità laziale dovrebbe trasformare e riorientare il proprio modello operativo ed organizzativo. Più salute di prossimità, più professionisti dedicati al territorio, più presa in carico di pazienti presso il proprio domicilio con strumenti di telemedicina, televisita teleassistenza, più circolarità di servizi e professionisti dei diversi setting assistenziali come garanzia della continuità assistenziale, servizi di comunità nei diversi territori dei Municipi romani, sviluppo reale delle Case di Comunità , non solo come nuovo maquillage delle vecchie Case della Salute, ma veri centri di servizi aperti nelle 24 ore, con presenza costante dei medici di medicina generale e di tutti i servizi previsti nel DM77/22 nelle forme di Hub e Spoke. Una rete di servizi sanitari e sociosanitari, nella più vasta rete di servizi di comunità integrati in una logica di intersettorialità e di interdisciplinarietà.
E’ evidente a tutti quanto la capacità di fare rete abbia avuto un ruolo determinante nella gestione dell’ emergenza e di quanto questo modello di rete sia stato funzionale alla cura e all’assistenza della popolazione. Le ASL, insieme alla Regione, ai Comuni, alle strutture sociali comunali, senza tralasciare l’apporto delle diverse espressioni della società civile e del Terzo settore, hanno dato prova di una straordinaria capacità di coordinamento e di governance riuscendo a contrastare non solo il virus, ma dimostrando anche quella flessibilità organizzativa e quella resilienza straordinaria che non si deve perdere.
Il modello di stretta collaborazione e integrazione “agita”, tra i vari livelli che sono intervenuti sul territorio è stata la formula vincente per la gestione dei differenti bisogni espressi dai cittadini in un momento che non ha precedenti nella storia della regione Lazio se non per la gestione del Sisma nel reatino.
Puntare cioè sulla prossimità, provando a limitare al minimo gli spostamenti della popolazione verso i servizi ospedalieri, ma anche verso quelli territoriali se non ce n’è bisogno, è la strategia vincente per garantire la sostenibilità del SSN/SSR e garantire il diritto e l’esigibilità delle cure ai cittadini. Durante la pandemia, al potenziamento delle strutture territoriali sono state abbinate l’utilizzo diffuso della tecnologia digitale (telemedicina, teleradiologia, teleconsulto, televisita, teleriabilitazione), insieme alle equipe itineranti, al servizio di Assistenza Proattiva Infermieristica, con professionisti aziendali che hanno raggiunto le persone direttamente a domicilio. Un modello, oggi previsto dalla riforma dell’assistenza territoriale, che si è rivelato strategico attraverso il coinvolgimento attivo della rete sociale, un modello in grado di costruire “ponti di collegamento” con tutto il tessuto produttivo e istituzionale dell’intero territorio romano e laziale.
Lo stesso modello, sia teorico che operativo, si deve riproporre concretamente per la programmazione dei fondi del PNRR e l’attuazione degli obiettivi della Missione 6 , secondo la logica della rete di comunità e degli assi di sviluppo territoriale. Un sistema di risposta che dalla stratificazione del bisogno/rischio, programma e pianifica gli interventi in funzione del diverso grado di intensità di cura e del diverso setting strutturale, clinico assistenziale ed organizzativo necessario a rendere la risposta, appropriata e sostenibile.
Nell’ottica della rete integrata e del Welfare di comunità, devono essere definiti e concertati i Piani di Zona con un percorso il cui elemento caratterizzante dev’essere la tridimensionalità della risposta (sociale, sanitaria e abitativa) costruito con le realtà associative e con i Municipi e i Comuni delle Province che esprimono esigenze e bisogni simili, ma caratteristici di zone diverse a secondo dei territori di riferimento.
Un percorso di partecipazione fattiva, che dev’essere realizzato anche insieme alle Organizzazioni Sindacali e alle tantissime Associazioni di Volontariato, allineando le politiche di sviluppo con le linee e i progetti per una gestione integrata dei servizi sul territorio. Infatti, dev’essere forte la consapevolezza comune della dimensione oggettiva del Servizio Sanitario, elemento fondamentale di protezione per tutto il tessuto economico: investire in sanità significa investire sulla salute delle persone, ma anche sullo sviluppo e la continuità delle attività economiche del territorio.
Salute, mobilità, budget di salute, connessione digitale e sanità digitale, sono obiettivi su cui si deve concentrare la programmazione, elementi che possono fare da volano per realizzare compiutamente il modello di sviluppo della sanità romana e laziale per il prossimo periodo. Migliorare la mobilità infrastrutturale nel territorio dell’Area Metropolitana di Roma, da e verso la Capitale e tra i Comuni delle province, è l’asset che può favorire l’assistenza sociosanitaria attraverso una migliore capacità di connettere le strutture sanitarie del territorio. Arrivare prima a casa del paziente, potenziare la rete dell’emergenza e dell’offerta dei servizi sociosanitari vicini ai luoghi di vita dei pazienti sono la giusta risposta alla cronicità ma anche alla prevenzione primaria.
E’ altresì necessario considerare la natura della popolazione e i bisogni di salute che questa esprime dal punto di vista sociosanitario: la strategia è quella del rafforzamento della governance della domanda della popolazione anziana, tale da orientare le soluzioni abitative per l’anziano, con una corretta valutazione dimensionale, verso la soluzione che meglio risponde ai suoi bisogni. Le potenzialità si esprimono nel riprogettare tutta la rete dei servizi in una ottica di complementarietà ed integrazione, che favorisca il modello sociosanitario di salute d’iniziativa, proattivo e di prossimità, tale da garantire al paziente, soprattutto se anziano e fragile, interventi adeguati e differenziati in rapporto al livello di rischio. Un modello in cui gli operatori sanitari e sociosanitari, volontariato e istituzioni rappresentano il link continuo con e tra i servizi. Lo strumento della programmazione integrata, dei Piani di Zona, del Budget di salute, devono essere sostenuti da investimenti e politiche mirate a migliorare la qualità dell’abitare e i luoghi di prossimità, che provvedono per tempo ad occuparsi delle esigenze e delle aspettative per la fase più avanzata della vita, prima che insorgano le fragilità e le debolezze della vecchiaia.
E’ quindi necessario che ci sia una piena responsabilità di tutte le Istituzione deputate alle scelte di politica sanitaria per garantire una ragionata e coraggiosa riorganizzazione dell’assistenza sanitaria e sociosanitaria che realizzi in tempi brevi gli obiettivi contenuti nel PNRR e nella Missione 6 e le sue componenti, con una chiara e trasparente ridefinizione dell’allocazione delle risorse. Il pericolo di tornare indietro rispetto ai risultati ottenuti con il contrasto alla pandemia sono sotto gli occhi di tutti. Questo pericolo purtroppo reale va scongiurato! Siamo chiamati ad affrontare una vera e propria battaglia per il diritto alla salute, così come richiamato nel documento degli esperti di questi giorni. C’è bisogno di un cambio di passo, così come previsto dal PNRR, che oltre ad un nuovo approccio sistemico per l’assistenza ai pazienti fragili e cronici ed ad un nuovo modello organizzativo-operativo dell’assistenza territoriale domiciliare ed ospedaliera, possa realizzare politiche di prevenzione, le sole in grado di garantire la sostenibilità grazie ad azioni proattive di tutta la collettività e delle Istituzioni in termini di promozione di stili di vita salutari di prevenzione di secondo livello e di politiche concrete per l’invecchiamento attivo.
La strada è tracciata. Il successo starà nella capacità di tutti di scegliere bene gli obiettivi e concentrare tutte le energie (anche di finanziamento) nella loro realizzazione. Più tecnologia, più infrastrutture e più salute. Insieme, tutti, ognuno per le proprie competenze e possibilità. Una rete integrata e flessibile, dinamica e aperta all’ascolto di tutti i punti di vista, per superare le disuguaglianze in salute e rendere effettivamente esigibile il diritto alla salute per tutti i cittadini.
