Ho letto il bello e appassionato articolo di Lionello sul tema del partito.

Inutile dire che quel sentimento, a metà tra la nostalgia e l’impotenza, per chi come me ha vissuto altre stagioni della politica, è un sentimento che ci accomuna.  

Il punto è  che la nostra Costituzione attribuisce ai partiti una funzione essenziale, quella di essere lo strumento in cui liberi cittadini si associano per concorrere alla gestione della cosa pubblica. E se i partiti non funzionano, il danno è enorme e pericoloso e il prezzo lo paga tutto la democrazia. Oggi, escluso il PD, con tutti i nostri limiti da superare, tutti i partiti sono partiti personali e l’attuale maggioranza rappresentata in Parlamento, non affonda certo le radici nella costituzione antifascista. Anzi, spesso la disconosce. A questo si deve aggiungere un altrettanto forte indebolimento di tutti i luoghi di intermediazione e  rappresentanza sociale e sindacale, cioè di quegli strumenti attraverso i quali una  democrazia è davvero tale perché partecipata e popolare ma che oggi si dimostrano insufficienti. 

La sinistra, nella sua accezione più ampia e in tutto il mondo, di fronte ai cambiamenti sociali e alle tante novità del suo tempo, spesso ha faticato a ritrovare il suo scopo, arrivando a chiudersi nella sua funzione istituzionale di buon governo ma senza anima. Abbiamo cancellato il “sogno” e lo abbiamo sostituito con la parità di bilancio. Abbiamo cercato di far quadrare i conti della “spesa storica” invece di metterne in discussione l’attualità. Così, nel tempo, abbiamo allentato il contatto con tutto un mondo che cambiava e con tutte quelle persone che, da questo cambiamento sono state travolte e spinte sempre più ai margini della società, fino a non sentirsi più rappresentate nemmeno da noi che siamo stati percepiti come i guardiani dei conti responsabili della loro condizione sociale. Così si spiega perché nelle periferie di tutto il mondo la sinistra è spesso considerata da chi ci vive come una cosa distante e nefasta.

Il punto non è tanto il nostro consenso elettorale ma i rischi che l’abbandono di una qualsiasi speranza producono per il futuro della democrazia. La destra non ha nel suo DNA la soluzione.

Se vogliamo provare a ricostruire una nostra funzione dentro le contraddizioni del nostro tempo, dobbiamo fare delle scelte politiche e valoriali chiare e radicali. Bisogna mettere al centro l’ascolto, la partecipazione, ricostruire un progetto politico di cambiamento che veda protagonisti coloro che si sentono esclusi e che non ci credono più, avendo il coraggio di tornare ad avere una visione coerente del mondo e delle cose della vita. Rompiamo uno schema di autoreferenzialità interna che, al di là delle apparenze, non è fondato su un sano confronto di idee ma su una bieca e a volte selvaggia lotta per il potere per cui una persona viene giudicata e valorizzata non sulle sue capacità e proposte ma semplicemente sulla fedeltà  al capo o capetto del momento. Questo modello, inutile nasconderlo, è il modello di partito che spesso, negli ultimi anni, abbiamo portato nelle istituzioni e proprio questo modello è complice di un sistema che ha portato al degrado della cosa pubblica, utilizzata più per sistemare appetiti che per servire il popolo. Questo meccanismo, come ci dicono i dati di astensione dal voto, non funziona. Bisogna avere il coraggio di cambiare  e di metterci tutti in discussione ciascuno di noi, riscoprendo una dimensione della politica più comunitaria e meno individualista, in grado di rompere equilibri e di disegnare nuove priorità sulla forza della sua visione.  

A Roma ci stiamo provando, abbiamo deciso di mettere il partito al centro di un processo di partecipazione dal basso e, attraverso la riattivazione delle sezioni territoriali e del lavoro e la costituzione di tanti forum tematici, centinaia di persone e tante associazioni si incontrano e si confrontano sui temi in modo libero con l’idea di tracciare insieme percorsi innovativi che rompano anche con le posizioni più rigide e ostili al cambiamento che il nostro partito ha assunto in passato. Sanità pubblica, scuola pubblica, lavoro giusto e ben pagato, il tema dell’ambiente e dei diritti delle persone. Temi che dovranno aiutarci ad avere una nuova visione che deve anche diventare il motivo per cui noi stiamo nelle istituzioni. Non serve essere il partito dei consigli di amministrazione: è necessario essere il partito a cui può guardare chi ha perso la speranza in modo da ritrovare fiducia e speranza. E anche i nostri comportamenti istituzionali devono cambiare. Dobbiamo anche qui darci una missione e farlo tutti assieme, legando il proprio consenso a un progetto generale che ci faccia tutti e tutte protagonisti. Dobbiamo essere coerenti e ricostruire fiducia e credibilità. Le istituzioni sono sì il luogo dell’amministrazione ma sono anche il luogo dove far emergere la nostra diversità di comportamenti, sono il luogo dove deve diventare evidente ciò che ci differenzia dalla destra ma anche se necessario luogo di una battaglia politica coraggiosa e innovativa. Un partito non esiste senza la sua rappresentanza istituzionale ma un partito che vuole svolgere i compiti che la Costituzione gli ha dato, non può essere solo nelle istituzioni ma deve essere innanzitutto un partito di popolo. Dobbiamo evitare un futuro in cui oltre a sentirsi orfani di un partito, si rischi di sentirsi orfani della democrazia.  

Sta a tutte e a tutti noi, Lionello compreso, decidere se giocare o meno questa partita tornando a riempire uno stadio oggi con troppi vuoti di tifo e di passione. Si può fare e si deve provare a farlo.

Rispondi

Scopri di più da DIURNA.NET

Abbonati ora per continuare a leggere e avere accesso all'archivio completo.

Continua a leggere

Scopri di più da DIURNA.NET

Abbonati ora per continuare a leggere e avere accesso all'archivio completo.

Continua a leggere