di Gianfranco Gasparutto e Luca Bellino, Consiglieri PD VI Municipio
La discussione sui poteri di Roma Capitale è una delle questioni politiche più importanti per il futuro della città. Non riguarda soltanto l’assetto istituzionale della Capitale, né può essere liquidata come un tema tecnico per giuristi, parlamentari o addetti ai lavori. Parla, molto più concretamente, del modo in cui Roma potrà governare sé stessa nei prossimi anni. Parla della capacità della città di decidere, programmare, intervenire, avvicinare le istituzioni ai cittadini e dare risposte più rapide ai territori.
Roma non è un Comune come gli altri. È la Capitale della Repubblica, una città metropolitana enorme, complessa, attraversata da differenze sociali, urbanistiche e infrastrutturali profonde. Governare Roma significa tenere insieme la dimensione nazionale e internazionale della Capitale con la vita quotidiana dei quartieri: le strade, le scuole, il verde, i servizi sociali, il trasporto pubblico, la cultura, la manutenzione, gli spazi di comunità, la qualità dell’amministrazione di prossimità.
Per questo il tema dei poteri di Roma non può essere separato dal tema del decentramento. Una Roma più forte non può essere una Roma più centralizzata. Una Capitale con più strumenti deve essere anche una Capitale capace di rafforzare i Municipi, cioè il livello istituzionale più vicino alla vita concreta delle persone.
Il 29 aprile 2026 la Camera dei Deputati ha approvato in prima deliberazione il disegno di legge costituzionale di modifica dell’articolo 114 della Costituzione in materia di Roma Capitale, trasmettendolo poi al Senato. Il testo prevede, tra le altre cose, che la legge statale disciplini l’ordinamento di Roma Capitale, stabilisca forme di decentramento amministrativo e ne determini i principi.
È un passaggio importante, anche se ancora non conclusivo. Il percorso parlamentare dovrà proseguire, e una riforma vera non si misurerà soltanto dalle parole inserite in Costituzione, ma dalle funzioni effettivamente attribuite, dalle risorse disponibili, dal personale, dalla capacità amministrativa e dalla qualità del rapporto tra Roma Capitale e i suoi territori.
Qui si gioca una partita politica decisiva.
Perché se Roma deve essere messa nelle condizioni di esercitare fino in fondo il proprio ruolo di Capitale, i Municipi devono essere messi nelle condizioni di essere veri presidi di governo territoriale. Non semplici sportelli. Non luoghi dove si raccolgono lamentele senza avere strumenti per intervenire. Non terminali amministrativi deboli, schiacciati tra le aspettative dei cittadini e competenze insufficienti.
I Municipi sono il primo punto di contatto tra istituzioni e cittadini. Sono il luogo in cui la politica viene misurata sulla concretezza. Quando una scuola ha un problema, quando una strada è dissestata, quando un giardino è abbandonato, quando un servizio sociale è sotto pressione, quando un quartiere chiede spazi, cura e presenza, i cittadini guardano innanzitutto al Municipio. È lì che chiedono risposte. È lì che si aspettano ascolto. È lì che vogliono vedere una istituzione capace di agire.
Per questo il decentramento non è una formula. È una questione di democrazia urbana.
Ed è proprio da qui che bisogna partire per leggere il caso del Municipio VI.
Roma oggi è governata dal centrosinistra. Quattordici Municipi su quindici sono governati dal nostro campo politico. C’è una città che, pur dentro difficoltà enormi e problemi accumulati in anni di ritardi, sta provando a costruire una fase nuova: più investimenti, più programmazione, più capacità amministrativa, più protagonismo istituzionale, più attenzione ai territori.
Il problema politico, quindi, non è Roma Capitale contro i Municipi. Non è un Campidoglio che non ascolta. Non è una città immobile. Il problema politico, oggi, è l’anomalia del Municipio VI.
Il Municipio VI è l’unico Municipio di Roma governato da una maggioranza diversa da quella che governa la città e la quasi totalità dei territori municipali. E proprio per questo avrebbe ancora più bisogno di una guida autorevole, presente, capace di stare dentro i processi istituzionali senza trasformare ogni tema in propaganda. Avrebbe bisogno di una Presidenza in grado di rappresentare il territorio con serietà, continuità e responsabilità.
Invece, troppo spesso, vediamo il contrario.
Il Municipio VI è uno dei territori più grandi e complessi della Capitale. È un quadrante vastissimo, popoloso, attraversato da fragilità sociali, carenze infrastrutturali, problemi di mobilità, bisogni educativi, pressione abitativa, domanda di servizi, necessità di manutenzione e richiesta di presenza istituzionale. È un territorio dove il tema dei poteri, delle competenze e delle risorse non è un argomento da convegno. È vita quotidiana.
Qui il decentramento significa poter intervenire meglio sulle scuole. Significa avere strumenti più efficaci sulla manutenzione urbana. Significa poter programmare con più forza gli interventi sul verde, sugli spazi pubblici, sulle politiche sociali, sui servizi di prossimità. Significa rendere più breve la distanza tra il problema e la risposta.
Proprio per questo, quando in Consiglio municipale si vota un atto per chiedere più poteri per Roma e più competenze ai Municipi, noi siamo favorevoli. Non abbiamo alcuna difficoltà a dirlo. È una battaglia giusta. È una battaglia che appartiene alla nostra visione della città. Una Roma più forte deve essere anche una Roma più policentrica, più vicina ai quartieri, più capace di valorizzare le istituzioni territoriali.
Ma una battaglia giusta non può essere usata male.
Una cosa è votare un atto in Aula. Un’altra è stare con serietà nei luoghi in cui quel percorso viene discusso, costruito e seguito. Una cosa è dire “vogliamo più poteri”. Un’altra è dimostrare di sapere come ottenerli, come esercitarli, come difenderli, come trasformarli in risposte per i cittadini.
Qui nasce la contraddizione politica della Presidenza Franco e della sua maggioranza.
Da una parte chiedono più poteri per Roma e per i Municipi. Dall’altra non dimostrano la stessa presenza, la stessa continuità e la stessa responsabilità nei percorsi istituzionali in cui il decentramento prende forma. Da una parte usano parole forti in Aula. Dall’altra non sembrano avere la forza politica di stare fino in fondo dentro la fase che la città sta attraversando.
La mano destra non sa cosa fa la mano sinistra.
È una formula dura, ma rende bene il punto. Perché non basta approvare un documento per poter dire di aver difeso il territorio. Non basta alzare la mano in Consiglio. Non basta rivendicare competenze se poi non si presidiano i luoghi dove quelle competenze vengono discusse. Non basta chiedere più strumenti se poi non si costruisce una proposta chiara, concreta, credibile.
Il decentramento non si proclama. Si pratica.
Si pratica studiando i dossier.
Si pratica partecipando ai tavoli.
Si pratica portando proposte.
Si pratica seguendo gli atti.
Si pratica costruendo relazioni istituzionali.
Si pratica facendo pesare il territorio nei momenti in cui le decisioni prendono forma.
E allora la domanda politica è inevitabile: che idea ha la Presidenza Franco del ruolo del Municipio VI nella nuova fase di Roma Capitale? Vuole davvero rendere il Municipio protagonista, oppure vuole soltanto utilizzare il tema dei poteri come terreno di polemica locale? Vuole costruire una posizione seria sulle funzioni da trasferire, sulle risorse necessarie, sul personale, sulle priorità del territorio, oppure vuole limitarsi a votare atti e poi lasciare che tutto resti sulla carta?
Perché il punto è questo: chiedere più poteri significa assumersi più responsabilità.
E una classe dirigente che chiede più poteri deve dimostrare di essere all’altezza di quei poteri. Deve dimostrare competenza, presenza, visione, continuità. Deve saper dire quali funzioni vuole, con quali risorse, per fare cosa, con quali priorità e con quale modello amministrativo. Deve avere una strategia, non solo uno slogan.
Nel Municipio VI questa strategia non si vede.
Si vede, invece, una maggioranza che spesso confonde il voto di un atto con l’assunzione di una responsabilità politica. Si vede una Presidenza che rivendica centralità, ma non sempre dimostra di saper presidiare i passaggi decisivi. Si vede una destra municipale che parla di territorio, ma fatica a trasformare quella parola in pratica amministrativa costante.
E questo è grave, perché il Municipio VI avrebbe bisogno dell’esatto contrario.
Avrebbe bisogno di una guida capace di stare in prima fila nella discussione sui poteri di Roma. Avrebbe bisogno di una maggioranza in grado di dire con chiarezza quali competenze servono a questo territorio. Avrebbe bisogno di una Presidenza che non si limiti a chiedere, ma che sappia costruire, seguire, pretendere, rappresentare.
Il Municipio VI non può essere il territorio che resta ai margini proprio mentre Roma discute di come rafforzare i territori.
Sarebbe un paradosso enorme. E sarebbe un danno per i cittadini.
Perché quando il Municipio VI non è pienamente dentro i percorsi istituzionali, non perde solo la Presidenza. Perde il territorio. Perdono Tor Bella Monaca, Torre Angela, Borghesiana, Ponte di Nona, Villaggio Prenestino, Finocchio, Castelverde, Due Leoni, Corcolle, Lunghezza, Torre Maura e tutti i quartieri che ogni giorno chiedono più attenzione, più servizi e più dignità.
Perdono i cittadini che vorrebbero un Municipio più forte, ma anche più capace. Perdono le periferie che non hanno bisogno di dichiarazioni, ma di rappresentanza vera. Perdono le comunità che chiedono una politica meno rumorosa e più presente.
Questa è la differenza tra propaganda e governo.
La propaganda vive di frasi.
Il governo vive di presenza.
La propaganda cerca il titolo.
Il governo cerca il risultato.
La propaganda usa i problemi.
Il governo prova a risolverli.
Sul tema dei poteri di Roma, Franco e la sua maggioranza devono scegliere da che parte stare.
Possono continuare a usare il decentramento come una parola utile da spendere in Aula, salvo poi non dimostrare la stessa forza politica nei percorsi istituzionali in cui quella parola può diventare realtà. Oppure possono riconoscere che il Municipio VI ha bisogno di un salto di qualità: più serietà, più continuità, più presenza, più capacità di rappresentanza.
Non si può chiedere più peso istituzionale per il Municipio VI e poi non garantire il peso politico della propria presenza.
Non si può chiedere più autonomia e poi non dimostrare responsabilità.
Non si può parlare di periferie e poi lasciare che il territorio venga rappresentato debolmente proprio nei momenti in cui bisognerebbe esserci con maggiore forza.
Questa non è una polemica sterile. È una questione sostanziale.
La riforma di Roma Capitale, infatti, non riguarda solo i rapporti tra Parlamento, Governo e Campidoglio. Riguarda anche la capacità dei Municipi di prepararsi a una fase nuova. Se Roma avrà più poteri, i Municipi dovranno essere pronti. Dovranno avere una visione. Dovranno sapere quali funzioni chiedere, come esercitarle, come riorganizzare gli uffici, come rendere più efficace il rapporto con i cittadini. Dovranno diventare istituzioni territoriali mature, non semplici luoghi di rivendicazione.
E il Municipio VI, proprio perché è un territorio difficile e strategico, dovrebbe essere tra i primi a costruire questa maturità.
Invece rischia di essere l’eccezione negativa.
Mentre Roma e quattordici Municipi su quindici sono dentro una fase politica che prova a rafforzare la città e i suoi territori, il Municipio VI rischia di restare prigioniero di una maggioranza che usa il conflitto come identità, ma non costruisce forza amministrativa. Una maggioranza che preferisce la postura alla responsabilità. Una maggioranza che chiede poteri, ma non dimostra di saper stare con continuità nella partita in cui quei poteri si definiscono.
Questo è il nodo politico.
Il Municipio VI non può essere governato a intermittenza. Non può essere rappresentato solo quando c’è da fare una dichiarazione. Non può essere portato al centro del dibattito solo a parole e poi lasciato ai margini nei passaggi che contano.
Governare significa esserci anche quando non ci sono telecamere. Significa seguire riunioni, documenti, interlocuzioni, procedure, atti, confronti. Significa fare il lavoro lungo, spesso invisibile, che trasforma una rivendicazione in un risultato.
La politica seria vive anche di questo: della continuità invisibile.
E oggi quella continuità è esattamente ciò che manca al Municipio VI.
Noi non contestiamo la richiesta di più poteri. La sosteniamo. Sosteniamo il rafforzamento di Roma Capitale, il decentramento amministrativo, il ruolo dei Municipi, la necessità di dare ai territori più strumenti per rispondere ai cittadini.
Ma proprio perché ci crediamo, non accettiamo che questa battaglia venga ridotta a slogan dalla maggioranza che governa il Municipio VI.
Non accettiamo che si voti un atto in Aula e poi non si costruisca una vera pratica politica coerente. Non accettiamo che un territorio così grande, fragile e importante venga rappresentato senza la forza necessaria. Non accettiamo che la destra municipale usi il tema dei poteri per fare propaganda, invece di assumersi la fatica concreta dell’amministrazione.
Il Municipio VI merita di più.
Merita una Presidenza presente.
Merita una maggioranza all’altezza.
Merita una rappresentanza capace di entrare nel merito.
Merita una classe dirigente che non si limiti a chiedere poteri, ma sappia dimostrare di poterli esercitare.
Perché più poteri senza responsabilità non bastano. Più competenze senza capacità politica non bastano. Più autonomia senza presenza istituzionale non basta.
Roma sta vivendo una fase importante. La città è al centro di una discussione nazionale sul proprio ruolo, sulle proprie funzioni e sul proprio futuro. È una fase che richiede serietà da parte di tutti. Ancora di più da parte di chi governa territori complessi come il Municipio VI.
Franco e la sua maggioranza devono rispondere a una domanda semplice: vogliono davvero che il Municipio VI sia protagonista della nuova Roma Capitale, oppure vogliono limitarsi a usare il decentramento come un argomento da Aula?
Perché se si vuole essere protagonisti, bisogna esserci.
Bisogna esserci quando si parla di funzioni.
Bisogna esserci quando si parla di risorse.
Bisogna esserci quando si parla di personale.
Bisogna esserci quando si discute il futuro dei Municipi.
Bisogna esserci quando il territorio deve far sentire la propria voce.
E se non ci si è, bisogna avere almeno il coraggio politico di spiegarlo ai cittadini.
Noi continueremo a batterci per una Roma più forte, più giusta, più policentrica, più vicina ai territori. Continueremo a sostenere il rafforzamento dei Municipi, perché senza istituzioni di prossimità forti Roma non potrà mai funzionare davvero fino in fondo. Continueremo a credere che le periferie debbano essere protagoniste e non comparse.
Ma continueremo anche a dire che nel Municipio VI il problema ha un nome politico preciso: una destra che governa il territorio senza dimostrare la presenza, la coerenza e l’autorevolezza che questa fase richiede.
Più poteri per Roma, sì.
Più forza ai Municipi, sì.
Più dignità alle periferie, sì.
Ma basta alibi.
Il decentramento non è una frase da pronunciare. È una responsabilità da esercitare.
E per esercitarla, prima di tutto, bisogna esserci.
