
Il fuoco su Teheran non si è ancora spento. La guerra tra Iran, Stati Uniti e Israele è entrata oggi nel suo tredicesimo giorno, con attacchi navali nel Golfo Persico, bombardamenti in Libano e crescenti timori per l’economia mondiale.
I prezzi del petrolio si mantengono sopra i 100 dollari al barile e i mercati azionari sono in calo, segnali inequivocabili che questo conflitto non è una questione lontana: riguarda le bollette delle famiglie italiane, la sopravvivenza delle imprese europee, l’ordine mondiale che la nostra generazione ha ereditato e che rischia di consegnare in macerie a quella che verrà.
Eppure, nel palazzo del governo italiano, regna una strana calma.
Non quella della saggezza o della diplomazia operosa. Piuttosto, quella dell’immobilismo travestito da prudenza.
Per comprendere il peso di ciò che sta accadendo, bisogna guardare i fatti nella loro brutalità. Tra la fine del 2025 e il gennaio 2026, l’Iran era stato investito da una nuova ondata di proteste, innescata dal crollo del riyāl e dall’inflazione, poi estesasi a una contestazione politica più ampia.
Un popolo che reclamava libertà, che chiedeva dignità. E invece di trovare nella comunità internazionale un alleato di quella battaglia, si è ritrovato tra due fuochi: la repressione degli ayatollah da un lato, le bombe di Trump e Netanyahu dall’altro.
Il 28 febbraio 2026, Israele ha annunciato l’avvio di un attacco preventivo contro l’Iran, coordinato con gli Stati Uniti, con i primi raid sulla capitale iraniana nei pressi degli uffici della Guida Suprema Ali Khamenei. Da quel momento, il Medio Oriente è precipitato in uno scenario che molti analisti temevano ma che i governi occidentali — a partire da Washington — hanno contribuito ad accelerare con anni di politica miope e aggressiva.
La reazione internazionale è stata immediata e si è concentrata sul rischio di un allargamento del conflitto. Le immagini che giungono dall’Iran in questi giorni sono strazianti: una scuola femminile rasa al suolo a Minab, petroliere in fiamme al largo dell’Iraq, soldati di mezza Europa feriti in basi sparse tra Iraq e Cipro. È una guerra regionale che rischia, ogni giorno di più, di diventare globale.
La nuova Guida Suprema iraniana, Mojtaba Khamenei, ha dichiarato che il blocco dello Stretto di Hormuz deve continuare, mentre secondo fonti di intelligence statunitense la leadership iraniana rimane sostanzialmente intatta e non è a rischio di collasso. Trump, dal canto suo, afferma di essere a un passo dalla vittoria, ma due funzionari israeliani hanno detto alla Reuters che Israele non crede che Trump stia per ordinare la fine della guerra. Nel mezzo di questa guerra di dichiarazioni e bombe, cosa fa l’Italia?
Il governo Meloni ha scelto di non scegliere. Crosetto dice che è “prudenza” ma un’analisi più attenta rivela qualcosa di più preoccupante: l’assenza totale di una politica estera autonoma, la rinuncia a quella vocazione mediterranea che dovrebbe essere il cuore pulsante della proiezione internazionale italiana.
Giorgia Meloni ha oscillato tra “né concordo né condanno” e “non siamo complici di decisioni altrui” che suonano come esercizi di equilibrismo pilatesco più che come la voce di un grande Paese democratico. È vero che la premier, nel suo discorso al Senato dell’11 marzo, ha definito l’intervento di USA e Israele “fuori dal perimetro del diritto internazionale”
Un’affermazione importante, in teoria. Ma priva di conseguenze pratiche, di proposte, di iniziative. Una condanna senza peso, pronunciata e poi subito ritirata nel vuoto dell’ambiguità.
Per capire quanto sia grave questa assenza di visione, basta guardare cosa ha fatto la Spagna. Madrid ha scelto da subito di non offrire supporto alle operazioni militari di USA e Israele, applicando rigorosamente i propri accordi bilaterali nel rispetto del diritto internazionale. Il Pentagono ha dovuto ritirare dalla base spagnola di Moron de la Frontera una decina di aerei cisterna KC-135 usati per il rifornimento in aria dei caccia, trasferendoli in Francia e in Germania. La ministra della Difesa spagnola ha ricordato che gli accordi di cooperazione prescrivono che le truppe americane “devono operare nell’ambito della legalità internazionale.”
Questa è politica estera. Questa è sovranità. Questa è coerenza tra i valori proclamati e le azioni intraprese. L’Italia, al contrario, vanta una “prudenza estrema” di fronte a uno scenario che “costringe a scegliere tra cattive opzioni”, lasciando senza risposta la domanda cruciale sulle basi militari americane presenti sul territorio nazionale.
Il ministro Salvini, nel frattempo, ha pensato bene di approfittare della crisi per chiedere la sospensione dell’ETS europeo, sostenendo che se lo fanno gli USA, perché non può farlo l’UE, e definendo il Green Deal privo di senso economico, ambientale, sociale e commerciale.
Una guerra che brucia il Medio Oriente viene letta, dalla Lega, come un’occasione per smantellare le politiche climatiche. Mentre il petrolio supera i 100 dollari per barile. È la cifra di questo governo: in un momento di crisi planetaria, la risposta è sempre ideologica, mai all’altezza della Storia.
Da una prospettiva progressista ed europeista, la risposta a questa crisi non può che passare dall’Unione Europea. Non l’Europa dei tecnocrati o quella dei veti incrociati, ma l’Europa dei valori fondativi: la pace, il multilateralismo, il primato del diritto internazionale.
Vari governi europei hanno sottolineato, con accenti diversi, la necessità di impedire sia l’ulteriore militarizzazione del dossier nucleare iraniano sia una guerra regionale su scala più ampia. Francia, Germania e Regno Unito hanno emesso dichiarazioni congiunte. L’Agenzia Marittima delle Nazioni Unite ha convocato una riunione straordinaria per il 18 e 19 marzo per esaminare l’impatto della guerra sul trasporto marittimo, su richiesta di Egitto, Emirati Arabi Uniti, Francia, Marocco, Qatar e Regno Unito. Si costruisce, lentamente, un perimetro multilaterale. L’Italia ne fa parte? Formalmente sì, nella misura in cui Meloni telefona a Macron, Merz e Starmer. La premier ha riferito di essere in contatto con i partner europei per coordinare le risposte nazionali. Ma il coordinamento senza visione è solo burocrazia diplomatica.
Ciò che manca è un’iniziativa italiana. Una proposta. Un’agenda. L’Italia è un Paese con una storia millenaria di mediazione nel Mediterraneo, con relazioni profonde con i Paesi arabi e con l’Iran, con una presenza navale e militare significativa nell’area. Potrebbe essere un attore prezioso in qualsiasi processo di de-escalation. Invece preferisce galleggiare, per usare la metafora felice di un analista, sperando che la tempesta passi senza alzare la testa.
C’è poi una questione morale che il dibattito italiano ha quasi completamente ignorato: il destino del popolo iraniano. Di quelle donne che da anni, con il coraggio che toglierebbe il respiro, sfidano il regime degli ayatollah. Di quella generazione giovane che ha fatto di “Donna, Vita, Libertà” un grido universale. Quelle persone non meritano né le bombe di Trump né la prigione di Khamenei. Meritano libertà, e il sostegno di una comunità internazionale che sappia distinguere tra il regime e il popolo.
Il governo italiano ha saputo condannare la strage di bambine nella scuola di Minab, e questo va riconosciuto. Ma non basta. Un governo progressista — e qui sta il punto — avrebbe già da settimane costruito canali umanitari, proposto corridoi di pace, chiesto all’Unione Europea di farsi garante di un cessate il fuoco negoziato. Avrebbe riconosciuto che questa guerra non rende il mondo più sicuro, non ferma il nucleare iraniano, non libera il popolo persiano dalla teocrazia.
Siamo al tredicesimo giorno di una guerra che potrebbe durare mesi. Il petrolio è sopra i cento dollari. Lo Stretto di Hormuz è minacciato. Le borse scendono. Le famiglie italiane pagheranno, già pagano, il prezzo di questa follia. E il governo che le rappresenta non sa dire né sì né no, né bianco né nero. Sa solo dire: “non siamo complici” — come se l’assenza di complicità esplicita fosse sufficiente, in un momento in cui l’ordine mondiale si sgretola.
L’Europa ha bisogno di un’Italia che parli, che proponga, che abbia il coraggio della propria storia. Un Paese che fu tra i fondatori del progetto europeo non può ridursi a spettatore compiacente di una guerra illegale, nascondendosi dietro un’ambiguità calcolata che non inganna nessuno.L’Italia merita una politica estera.
Il Medio Oriente merita la pace.
Il popolo iraniano merita la libertà.
E noi tutti meritiamo una politica che abbia il coraggio di stare dalla parte giusta della Storia.
