
Roma, quartiere Talenti.
Un vialetto largo, pavimentato in mattonelle rosate, incorniciato da grandi vasi di terracotta e da alberi che affondano le radici nei pochi spazi tra il cemento e l’asfalto. La strada si chiama via Domenico Oliva. Le palazzine si fronteggiano da un lato all’altro, ornate di lunghi balconi, con serrande abbassate a metà.
È il 10 aprile 1994, una domenica un po’ fredda rispetto alla stagione e nell’aria c’è odore di pioggia. Il civico 8 è un luogo discreto. Si entra dalla strada e, dopo aver percorso il vialetto, ci si trova di fronte ad un cancello ampio in ferro. Oltre il cancello c’è, ad accogliere condomini e visitatori, un atrio luminoso, con decorazioni geometriche alle pareti e piante negli angoli. Un condominio borghese, tranquillo e silenzioso.
Nel vialetto c’è un ragazzo. Si chiama Sergio. È lì con la fidanzata. Chiacchierano amabilmente, come accade tra loro. Ma c’è anche un uomo che non appartiene a quella “normalità”. È basso, di corporatura robusta, con una busta di plastica stretta in mano. Ha un aspetto dimesso. Sergio lo nota già intorno alle 18.00. L’uomo guarda i nomi sui citofoni, li scorre uno ad uno, come quando si cerca un cognome preciso. Sergio gli chiede chi stia cercando. «No, niente. Sto cercando una signora che non c’è a casa», risponde quello bofonchiando, come se dare spiegazioni gli pesasse.
Alle 18.40, quando Sergio e la fidanzata ridiscendono in cortile, l’uomo è ancora lì. Va avanti e indietro. Cala la sera. Verso le 20.00 – 20.30, Sergio sente dei passi. Si gira: è Antonella Di Veroli che rientra dal garage. La conosce. I due si salutano. Lei sale la breve rampa di scale e apre la porta del suo appartamento al piano rialzato.
Sergio non è in grado di dire con certezza se, in quel momento, l’uomo fosse ancora presente. Sa però che, subito dopo il passaggio di Antonella, dall’angolo fino all’inizio della strada non c’è più nessuno. La sua fidanzata ricorda di averlo visto ancora poco prima dell’arrivo della Di Veroli, più vicino alla strada che al cancello della palazzina.
Nel frattempo, Antonella si è spogliata, sparpagliando borsa e vestiti tra salone e camera da letto. È il comportamento di chi non aspetta visite. Ascolta i messaggi della segreteria, telefona alla madre e ad un paio di amiche. Poi cala il buio.
Antonella ha attrezzato il suo studio professionale nell’abitazione della madre. Il lunedì mattina, 11 aprile, non si presenta al lavoro. Non avvisa. Non risponde al telefono. La madre si preoccupa. Prova a chiamarla più volte nel corso della giornata, ma dall’altra parte non arriva risposta. Nel tardo pomeriggio chiede alla figlia, Carla, di andare a controllare nell’appartamento di via Domenico Oliva. Carla si reca al civico 8 insieme al marito, intorno alle 20.30. Si fanno consegnare la chiave dalla vicina, Ninive Colombo, che ne conserva una copia.
La prima anomalia è che delle due serrature della porta d’ingresso è chiusa solo quella superiore. Varcata la soglia, l’ingresso si apre direttamente sul salone. Il pavimento è in parquet a spina di pesce, lucido. L’arredamento è tradizionale. Due divani e una poltrona, rivestiti in tessuto verde acqua con piccoli motivi floreali, sono disposti intorno a un tavolino basso con piano in marmo. Su un mobile scuro, un televisore di piccole dimensioni. Quadri alle pareti, cornici dorate. Piante ornamentali negli angoli.
Al primo sguardo tutto sembra a posto, ma la luce è accesa. Sulla destra dell’ingresso c’è un comò in legno scuro. Sopra, due borse da donna in pelle: una nera, l’altra con tracolla marrone. Colpiscono perché sembrano lasciate lì da poco. Più avanti, in una saletta separata da un arco, c’è un tavolo rotondo coperto da una tovaglia chiara, con due sedie ai lati. Su una sedia sono appoggiate due cartelle rigide, una rossa e una nera, chiuse. Anche queste sembrano “fuori posto”.
La cucina è piccola. Le pareti sono rivestite da piastrelle bianche con un motivo verde ripetuto. Il pavimento è in cotto aranciato. Al centro, un tavolo rettangolare con una tovaglia plastificata a fiori gialli. Sopra ci sono due bottiglie d’acqua, una caraffa con tappo rosso, una tazza, un piccolo vassoio. Uno straccio bianco è buttato sul tavolo, non piegato. Sta lì abbandonato.
Il bagno è stretto e lungo. Piastrelle chiare con decori aranciati. Il tappetino scuro davanti al lavabo è spostato e arricciato. Sul mobile sono appoggiati flaconi e oggetti da toilette. Anche qui alcuni dettagli sembrano fuori asse rispetto a un ordine abituale: come il wc aperto.
Anche la camera ha il parquet a spina di pesce. Il letto matrimoniale ha un copriletto floreale, steso ma non perfettamente teso. Non appare disfatto, ma neppure sistemato. Sul lato sinistro, un comò in legno scuro con specchio. Accanto, un tavolino con un piccolo televisore. Su una poltroncina sono ammucchiati alcuni indumenti, non ripiegati. Sul comodino, un telefono fisso. In tutta la casa si avverte un’interruzione di consuetudini. Sono questi piccoli disallineamenti che Carla Di Veroli percepisce, quando si sposta nell’abitazione della sorella.
Alle 21.30 – 22.00 di quel lunedì entra in scena anche un altro terzetto. Si tratta di Umberto Nardinocchi, del figlio Massimo e di un loro amico, ispettore di Polizia. Umberto ha 64 anni, occhi neri vivaci, capelli bianchi ma ancora folti. È un consulente del lavoro con ambizioni politiche e gravita nell’appena nata Forza Italia. Con Antonella ha avuto una lunga relazione sentimentale, terminata da anni, ma l’ha anche incontrata a cena la sera prima, sabato 9 aprile. Ninive Colombo riapre l’appartamento. I tre entrano, osservano, controllano. Non notano nulla di strano. Almeno così dicono. Infine, se ne vanno.
Martedì 12 aprile, nel primo pomeriggio, Nardinocchi torna in via Domenico Oliva insieme a Carla, al marito e a Sandra, un’amica di Antonella. Questa volta qualcosa li colpisce: un odore acre, di mastice, quello usato per il legno. In effetti accanto alla segreteria telefonica c’è un tubetto vuoto. Ma l’odore proviene dall’armadio della camera da letto. Il corpo di Antonella è lì dentro. L’assassino le ha sparato alla testa due colpi, premendole sulla faccia il cuscino, con una pistola di piccolo calibro, una 6,35, senza ucciderla. La Di Veroli è morta per asfissia, soffocata da un sacchetto di nylon.
La storia giudiziaria del caso è complessa. Il primo a essere indagato è proprio Umberto Nardinocchi. Successivamente, però, l’attenzione degli inquirenti si sposta su Vittorio Biffani, 51 anni, baffi scuri, fotografo di reportage pubblicitari. Sposato con due figli. È considerato affascinante. Sta attraversando pesanti difficoltà economiche.
I due si sono incontrati nel 1992. È lo stesso Biffani a raccontarlo: «Ho conosciuto Antonella nel gennaio 1992 tramite mio cugino, perché avevo bisogno di una commercialista. Lei dimostrò interesse e io ricambiai. La prima volta la invitai a teatro, poi iniziammo ad avere rapporti. Ci incontravamo in via Oliva, due o tre volte a settimana, spesso di domenica. Di solito era lei a prendere l’iniziativa. Io, passati i primi tempi, ne avrei fatto volentieri a meno, ma non mi opponevo perché volevo tenerla tranquilla sulla faccenda del debito».
Il tallone d’Achille di Vittorio Biffani è un prestito ricevuto da Antonella: quarantadue milioni di lire. Lui si era impegnato a restituirli con rate da due milioni al mese, ma non ne ha pagata nemmeno una. Biffani finisce indagato insieme alla moglie. Entrambi vengono rinviati a giudizio. Il dibattimento si apre nel 1995. Nel 1997 arriva un’assoluzione piena per entrambi. La decisione viene poi confermata in appello e, definitivamente, dalla Cassazione nel 2003. Mentre l’attenzione degli inquirenti si concentra su Nardinocchi e Biffani, una traccia resta sullo sfondo: è un’impronta rilevata sull’armadio. Appartiene a una persona che non verrà mai identificata.
Torniamo a Sergio. Nella sua testimonianza descrive un uomo presente nel cortile del civico 8 già nel tardo pomeriggio di domenica: “bassetto”, “di corporatura robusta”, con “una busta di plastica in mano”, che scorre i nomi sui citofoni. Gli dà l’impressione di “essere un artigiano”. Quando lui gli chiede chi stia cercando, l’uomo risponde un po’ controvoglia: «Una signora che non c’è a casa».
È un elemento che oggi colpisce, ma va letto con cautela: non sappiamo se quell’uomo stesse davvero aspettando Antonella Di Veroli, né se abbia un legame con ciò che accadrà di lì a poco. Sappiamo però che il ragazzo, Sergio Bottaro, appena quarantotto ore dopo le 18.00 del 10 giugno 1995, ovvero quarantotto ore dopo la sua deposizione inizia a ricevere delle minacce. Resta poi il dato di una presenza anomala nel contesto ordinario di una domenica sera, uno sconosciuto che si aggira davanti ai citofoni e attende a lungo.
Nel 2023 i giornalisti d’inchiesta Diletta Riccelli e Flavio Maria Tassotti mettono mano al fascicolo e riportano in primo piano dettagli mai davvero approfonditi. La rilettura del caso culmina in una conferenza stampa alla Camera dei deputati, insieme alla sorella di Antonella, Carla Di Veroli, per chiedere ufficialmente che l’indagine venga riaperta.
L’istanza, presentata dall’avvocato della famiglia Giulio Vasaturo, produce un effetto concreto: il 22 luglio 2025 la Procura di Roma riapre formalmente un fascicolo contro ignoti, a trentuno anni dall’omicidio.
Tra gli elementi riportati all’attenzione degli inquirenti c’è anche un dettaglio mai verificato. In una relazione del Commissariato di via Inselci viene riportato che l’ultimo numero chiamato dall’utenza di Antonella Di Veroli risulta intestato a Taxi Montesacro, con sede in via Ugo Ojetti, a Roma. Secondo la ricostruzione medico-legale, quella chiamata sarebbe partita quando Antonella era già morta.
Il 19 aprile 1994 — nove giorni dopo il delitto — erano stati rilevati i nominativi dei tassisti in servizio nella notte tra il 10 e l’11 aprile. Ma a nessuno di loro viene chiesto alcunché sull’eventuale trasporto da via Domenico Oliva verso un’altra destinazione. Se davvero venne chiamato un taxi dall’appartamento di una donna che — secondo l’autopsia — all’ora della chiamata era già morta, è possibile che a telefonare sia stato proprio l’assassino.
Secondo Carla Di Veroli, il movente non sarebbe passionale, ma professionale. «Qualcuno potrebbe averle proposto di avallare un documento non regolare, come — ad esempio — un bilancio aggiustato. E lei si è rifiutata di farlo». È un’ipotesi che sposterebbe radicalmente l’asse del racconto. La verità, forse, non è mai stata cercata davvero.
Nel frattempo, qualche reperto è andato perso. È sparita l’ogiva non di uno dei due proiettili ed è scomparso anche l’unico bossolo repertato sulla scena del crimine. Peccato, perché oggi il progresso delle scienze forensi consente analisi impossibili all’epoca delle indagini, e quel bossolo avrebbe potuto contenere l’impronta di chi aveva caricato la pistola 6.35. I reperti rimasti impronte digitali, capelli, tracce biologiche e anche il sacchetto di plastica che avvolgeva la testa di Antonella, con le tecnologie attuali, potranno forse raccontare quella verità che non è ancora stata scritta.
Le foto dell’appartamento scattate durante i rilievi degli inquirenti






