La recente condanna del Ministero dell’Interno a risarcire un cittadino algerino deportato illegalmente nel CPR di Gjader rappresenta molto più di un episodio isolato. Segna un punto di non ritorno per quella che il governo guidato da Giorgia Meloni ha presentato come una svolta epocale nella gestione dei flussi migratori.

I fatti risalgono al 10 febbraio. Un uomo di 50 anni, che secondo i piani del Viminale avrebbe dovuto trovarsi a Brindisi, è stato invece trasferito oltre l’Adriatico senza una base giuridica solida. Il risultato è stato un risarcimento di 700 euro – pagato dai contribuenti – e l’ennesimo schiaffo giudiziario a una strategia che, secondo i giudici, non può prescindere dal rispetto del diritto internazionale e delle normative europee in materia di asilo.

Il prezzo dell’ostinazione

Come si è arrivati a questo punto? La narrazione politica che ha accompagnato il “modello Albania” si regge su almeno tre elementi critici.

Il primo è quello che potremmo definire un’efficienza fantasma: mentre si destinano centinaia di milioni di euro alla costruzione e gestione di strutture all’estero, i CPR sul territorio nazionale versano spesso in condizioni precarie, tra carenze strutturali e criticità gestionali.

Il secondo riguarda il corto circuito legale. Il Tribunale di Roma ha ribadito un principio che giuristi ed esperti ripetono da mesi: il diritto d’asilo non può essere aggirato con trasferimenti forzati verso uno Stato extra-UE. Ogni misura deve trovare fondamento in norme chiare e compatibili con l’ordinamento europeo e internazionale.

Il terzo punto è l’errore procedurale. Il migrante in questione, secondo quanto emerso, non avrebbe mai dovuto essere trasferito in Albania. Non si tratterebbe di una semplice svista burocratica, ma del sintomo di una macchina amministrativa che corre verso lo slogan politico dimenticando di consultare con rigore il “libretto delle regole”.

Un castello di carte che rischia di crollare

Il “modello Albania” era stato presentato come il fiore all’occhiello del sovranismo di governo, un esperimento da esportare in Europa. Oggi, invece, rischia di trasformarsi in un boomerang costoso. Ogni trattenimento dichiarato illegittimo non è solo una violazione di diritti individuali, ma anche un potenziale esborso economico per lo Stato.

La questione migratoria è troppo complessa per essere ridotta a un set cinematografico per video sui social. La realtà è fatta di sentenze, principi giuridici e diritti inalienabili. E quando questi vengono ignorati, il conto arriva puntuale.

Mentre una parte della politica denuncia una “giustizia politicizzata”, le pronunce dei tribunali raccontano un’altra storia: quella di decisioni fondate su giurisprudenza consolidata. La domanda che resta aperta è semplice: chi pagherà davvero per questi errori di valutazione? Per ora, il conto è di 700 euro a colpo. Ma il prezzo politico potrebbe essere ben più alto.

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