
Il nuovo disegno di legge delega approvato dal Consiglio dei Ministri, il 12 gennaio 2026 affida al Governo il compito di adottare entro il 31 dicembre 2026 uno o più decreti legislativi per aggiornare il decreto legislativo 502 del 1992 in materia sanitaria. La legge delega sul riordino del Servizio Sanitario Nazionale promette umanizzazione, territorio e digitale, ma senza risorse dedicate, rilancia un ospedalocentrismo competitivo, desertifica la prossimità e spinge verso una managed care all’italiana, selettiva e diseguale.
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Quando una riforma nasce con il vincolo esplicito dell’invarianza finanziaria, la domanda non è se cambierà il sistema, ma chi pagherà il conto. La legge delega sul riordino del SSN si presenta come grande operazione di restyling, con parole chiave impeccabili – territorio, integrazione, digitalizzazione, bioetica – ma l’impianto concreto rischia di ridisegnare la sanità italiana in senso selettivo, diseguale, ospedalocentrico e competitivo, più vicino alla logica della managed care statunitense che all’universalismo della riforma del 1978 e riaffermata nel DLgs 502/92.
Al centro del progetto ci sono i nuovi ospedali di terzo livello e gli ospedali elettivi, descritti con minuzia normativa, mentre il territorio è rimandato a generici richiami al DM 77 e a formule sull’integrazione e le cure domiciliari. Gli ospedali di terzo livello, anche privati non profit o ecclesiastici, avranno status, casistica e risorse “infungibili” che li mettono in posizione dominante rispetto agli ospedali generalisti, chiamati a sostenere l’emergenza con margini economici relativi. Gli ospedali elettivi, privi di pronto soccorso e tipicamente accreditati, assorbiranno parte importante della chirurgia programmata più remunerativa, lasciando ai pronto soccorso pubblici il peso delle urgenze e dei casi complessi, con un rischio evidente di squilibrio strutturale.
Il risultato è un sistema gerarchico a doppio binario: da un lato pochi poli di eccellenza – spesso collocati nelle aree già forti del Paese – che attraggono mobilità attiva, ricerca e professionisti; dall’altro una costellazione di presidi di serie B, svuotati di casistica, meno attrattivi e progressivamente marginalizzati. In un contesto di risorse complessive bloccate, ogni euro blindato per mantenere gli standard del terzo livello è un euro sottratto alla manutenzione, al personale e alla sicurezza dei presidi periferici, con l’effetto di trasformare le differenze organizzative in vere disuguaglianze di accesso.
Il territorio, formalmente evocato come baricentro della sostenibilità futura, è sostanzialmente lasciato senza portafoglio. La delega chiede di potenziare assistenza domiciliare, presa in carico della cronicità, salute mentale e long term care usando “le sole risorse disponibili”, quindi praticamente niente, cioè redistribuendo le risorse già scarse all’interno di bilanci regionali già compressi, spesso gravati da piani di rientro. In questo quadro, distretti e medicina generale vengono spinti verso un ruolo di gatekeeper dei costi più che dei bisogni, con il rischio concreto di trasformare il medico di famiglia da clinico di fiducia in gestore di accessi, vincolato da algoritmi di spesa e sanità predittiva, senza il supporto reale di équipe multiprofessionali.
Il Lazio offre un’anticipazione molto concreta di ciò che potrebbe accadere su scala nazionale. È una Regione con forte invecchiamento, alta quota di anziani soli, povertà urbana marcata e una rinuncia alle cure per liste d’attesa o difficoltà logistiche superiore alla media nazionale, soprattutto nelle aree interne. Qui il PNRR ha messo in moto un piano importante di Case e Ospedali di Comunità, ma solo una minoranza delle strutture raggiunge oggi gli standard pieni del DM 77 su orari e personale, con ritardi significativi fuori dall’area metropolitana. Nello stesso tempo, la nuova geografia degli “ambiti di garanzia” per le liste d’attesa, disegnata su macro-aree da oltre un milione di abitanti, allontana i punti di erogazione, costringendo molti anziani e fragili a spostamenti lunghi o alla scelta, spesso obbligata, del privato a pagamento vicino casa.
In un’Italia organizzata secondo la logica di questa delega, le Regioni con maggior capacità finanziaria e gestionale potranno trasformare i poli di terzo livello in motori di attrazione e di competitività, mentre quelle più fragili, strette tra tetti di spesa e vincoli di rientro, faticheranno persino a garantire i livelli essenziali di assistenza territoriale. La promessa di prossimità rischia così di rovesciarsi nel suo opposto: chi vive vicino ai grandi hub o può permettersi di viaggiare e integrare con il privato avrà accesso a percorsi complessi e innovativi, chi abita nei “deserti sanitari” sarà esposto a rinunce, dilazioni e migrazioni sanitarie sempre più frequenti.
Il paradosso è che la riforma tace sul nodo che più alimenta liste d’attesa e sprechi: la domanda inappropriata. Nessun dispositivo robusto è previsto per incidere sui comportamenti prescrittivi, sulle rendite di posizione, sulla frammentazione di percorsi che moltiplicano esami inutili e accessi impropri ai pronto soccorso. Concentrandosi su classificazioni strutturali e titoli di eccellenza, la delega evita il conflitto con chi beneficia dell’attuale iperproduzione di prestazioni e sceglie la strada più facile: rafforzare chi è già forte, confidando che l’aura dell’alta specializzazione basti a legittimare il resto.
Una via diversa è possibile, ma richiede di rovesciare l’impostazione di fondo. Significa abbandonare il dogma del “costo zero” e varare un piano straordinario di investimenti sul personale territoriale – infermieri di comunità, psicologi, operatori sociali – e sulla sanità di iniziativa, vincolando risorse aggiuntive a obiettivi misurabili di presa in carico, riduzione degli accessi impropri in PS e diminuzione della quota di esami inappropriati. Significa subordinare la nascita dei terzi livelli a una contestuale razionalizzazione dei presìdi sottosoglia, con criteri chiari di chiusura e riconversione, e rafforzare davvero i distretti come luoghi di governo di popolazione, non come semplice coda amministrativa dell’ospedale.
Digitalizzazione e sanità predittiva possono essere un potente fattore di equità solo se vengono pensate come diritto e non come obbligo. L’Ecosistema Dati Sanitari, se calato su un Paese con ampio digital divide, rischia altrimenti di diventare l’ennesimo filtro: chi ha competenze, connessioni e dispositivi naviga nel nuovo SSN digitale, chi ne è privo rimane ai margini, esattamente mentre gli sportelli fisici e i presidi di prossimità si riducono.
In definitiva, la legge delega sul riordino del SSN non è solo un tecnicismo ordinatorio: è un tornante politico. Così com’è, istituzionalizza un’Italia sanitaria a due velocità, in cui l’equità torna a essere variabile dipendente da geografia, reddito e alfabetizzazione digitale. Se la si vuole trasformare in un vero cantiere di nuova sanità, occorre riscriverne l’architrave: meno competizione per DRG e mobilità, più governo della domanda, territorio forte, prevenzione e lavoro professionale messo nelle condizioni di fare ciò per cui il SSN è nato: curare tutti, non solo chi vince la corsa agli hub di eccellenza.
Fonti
2026. Legge delega sul riordino del SSN
