Pensiamo sempre alla storia come qualcosa di passato, dimenticando che gli eventi che la compongono si sono svolti in un tempo che è stato presente. E quegli accadimenti, avvenuti nella loro contemporaneità, sono stati spesso dirompenti, segnando così un punto di svolta che li ha portati ad essere uno spartiacque, segnando un prima e un dopo. La comunità LGBTQIA+ questo lo sa bene, a partire dai moti di Stonewall del 1969. E allora quale titolo più appropriato di “We make history” avrebbe potuto avere la quarta edizione dei Rainbow Awards, ospitata lunedì sera al Teatro Brancaccio di Roma? 

Uno slogan che parla di storia rivendica la propria libertà di essere e di scegliere, sfidando stereotipi e pregiudizi. Non è una formula rassicurante, né celebrativa: è una presa di parola e una presa di posizione. 

Dietro questo percorso c’è il lavoro di Adriano Bartolucci Proietti, presidente di Gaycs LGBT Aps, ideatore e anima dei Rainbow Awards. Negli anni Bartolucci Proietti ha costruito un progetto capace di tenere insieme cultura pop, attivismo e politica, trasformando un premio in uno strumento di legittimazione pubblica dei diritti. La quarta edizione segna un punto di maturità: i Rainbow Awards non parlano più solo “alla” comunità LGBTQIA+, ma al Paese nel suo complesso. Il patrocinio e il sostegno economico concesso da Roma Capitale e il patrocinio della Città Metropolitana di Roma Capitale ne sono la testimonianza.

I Rainbow Awards nascono infatti con un obiettivo preciso: valorizzare persone, opere e istituzioni che, attraverso il proprio lavoro, contribuiscono a contrastare discriminazioni, stereotipi e narrazioni tossiche, ampliando gli spazi di libertà e rappresentazione. Premiare significa indicare un orizzonte, valorizzare quelle storie che meritano di essere portate al centro e raccontare quelle pratiche che possono diventare un modello. È in questo senso che “fare la storia” non è una celebrazione del passato, ma un atto che riguarda il presente.

A garantire coerenza e autorevolezza alle scelte è stata una giuria composta da figure del mondo culturale, dell’informazione e dell’attivismo, chiamate a valutare non solo il successo mediatico, ma l’impatto sociale dei percorsi premiati. La serata è stata guidata da Chiara Francini e Alessio Marzilli, presentatori capaci di tenere insieme leggerezza e profondità, restituendo il senso di una festa che non rinuncia mai al contenuto politico del proprio messaggio.

Il parterre dei premiati ha attraversato i linguaggi che più incidono sull’immaginario collettivo. Per la musica è stata premiata Big Mama, voce radicale e fuori dagli schemi contro body shaming, sessismo e omolesbobitransfobia. Per la televisione, il riconoscimento è andato a Francesca Fagnani, per uno sguardo capace di scardinare ruoli e ipocrisie del racconto pubblico. Un premio alla carriera è stato assegnato a Luciana Littizzetto, figura che da anni intreccia comicità, satira e critica sociale. Tra i premiati anche Viscardi, giovane cantante di X Factor 2025. E poi tante esperienze, dal cinema al teatro, dalla televisione ai reality alla letteratura. Nessuna espressione artistica e culturale è stata tralasciata perché ogni spazio è quello giusto per rivendicare i propri diritti.

Ampio spazio è stato dato anche alla politica e alle istituzioni, a conferma del fatto che i diritti non vivono solo nella cultura ma nelle scelte concrete. È stata premiata la deputata Maria Elena Boschi per il contributo al percorso delle unioni civili che proprio nel 2026 compiono 10 anni, così come la sindaca di Genova Silvia Salis per politiche locali che traducono i diritti in atti amministrativi concreti. Forte il riconoscimento al Sindaco di Budapest Gergely Karácsony, che nel 2025 ha sfidato un governo repressivo di Viktor Orban per garantire lo svolgimento del Pride nella capitale ungherese. In platea era presente anche la Segretaria del Partito Democratico Elly Schlein che è intervenuta per sottolineare come la battaglia per i diritti civili sia una questione democratica centrale e non un tema di nicchia.

Tra i momenti più intensi della serata, l’intervento della drag queen Priscilla (Mariano Gallo), che ha ricordato come rivendicare spazi di libertà significhi farlo per tutte e tutti: contro la discriminazione, il razzismo, l’omolesbobitransfobia, ma anche contro le guerre e le violenze del presente, a partire da ciò che accade in Palestina.

I Rainbow Awards 2026 si sono confermati così come una serata di festa e di lotta, in cui estetica ed etica si tengono insieme. Un evento che parla alla comunità LGBTQIA+, ma anche a chi ne è fuori, perché rivendicare libertà per qualcuno significa, sempre, allargarla per tutti.
Appuntamento al prossimo anno per la quinta edizione dei Rainbow Awards!

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