
In un recente articolo del Il Foglio del 18.11.2025 è stato sollevato un tema cruciale della sanità italiana: la crisi del Sistema Sanitario Nazionale non è nei fondi mancanti, ma nei tabù che impediscono valutazione, innovazione e fiducia nel sistema.
Condividendo l’affermazione, posso aggiungere che sicuramente la crisi che attanaglia il SSN, non è solo una questione di risorse economiche insufficienti, ma soprattutto di inefficienza sistemica radicata in fattori culturali, organizzativi e politici. Infatti, le criticità evidenziate, rappresentano una vera emergenza nazionale che mina le fondamenta stesse del nostro sistema sanitario pubblico. Il paradosso è evidente: mentre la spesa sanitaria pubblica è cresciuta del 20% nell’ultimo decennio, la produttività del sistema è rimasta sostanzialmente immobile, e la fiducia dei cittadini è crollata dal 78% al 48% in soli dieci anni. Questa situazione testimonia un fallimento non tanto economico quanto organizzativo e gestionale, che si manifesta attraverso numerose criticità interconnesse.
Il paradosso della spesa inefficace
La narrazione dominante sul Servizio Sanitario Nazionale si concentra ossessivamente sulla mancanza di fondi, invocando continuamente aumenti di bilancio come panacea per tutti i mali del sistema. Tuttavia, i numeri raccontano una storia più complessa e inquietante. Nel 2024, la spesa sanitaria pubblica italiana si attesta al 6,3% del PIL, una percentuale inferiore sia alla media OCSE (7,1%) che a quella europea (6,9%), collocando l’Italia all’ultimo posto tra i paesi del G7. Il gap complessivo rispetto alla media europea ammonta a 43 miliardi di euro, una cifra certamente significativa. Eppure, nonostante la spesa sanitaria pubblica sia cresciuta del 20% nell’ultimo decennio, la produttività del sistema è rimasta ferma, segnalando un problema ben più profondo di semplice sottofinanziamento.
Il Rapporto OASI 2024 della Bocconi evidenzia come, per allinearsi agli altri grandi Paesi europei, servirebbero almeno 40 miliardi di euro aggiuntivi, una cifra pari alla metà dell’attuale spesa annua per l’istruzione. Tuttavia, il vero nodo della questione non risiede tanto nella quantità delle risorse quanto nella loro allocazione e gestione. Le disparità regionali nella produttività sanitaria sono eclatanti: i consumi delle stesse prestazioni sanitarie variano anche del 100% tra territori simili di una stessa regione. Questo dato rivela come il problema non sia uniforme sul territorio nazionale, ma dipenda fortemente da fattori organizzativi, gestionali e culturali locali che determinano l’efficienza nell’utilizzo delle risorse disponibili.
La questione si complica ulteriormente quando si considera che, accanto alla spesa pubblica, le famiglie italiane hanno sostenuto direttamente nel 2023 oltre 40,6 miliardi di euro in spese sanitarie out-of-pocket. Questa cifra rappresenta un indicatore allarmante del progressivo spostamento del costo dell’assistenza sanitaria dal bilancio pubblico ai budget privati delle famiglie, creando il presupposto di una sanità differenziata per capacità economica. Nel 2024, ben 5,8 milioni di persone, quasi uno su dieci, hanno rinunciato a prestazioni sanitarie per motivi economici o per le liste d’attesa fuori controllo. Questo fenomeno della rinuncia alle cure rappresenta un fallimento fondamentale del principio universalistico su cui si fonda il nostro Sistema Sanitario Nazionale.
L’occupazione politica del sistema: una virosi perdurante
La politica occupa il sistema sanitario come una virosi diventata cronica. Questo è forse l’argomento più pesante e meno discusso della sanità italiana. Il 70% delle nomine dei direttori generali delle Aziende Sanitarie è deciso su base politica, con una logica clientelare che privilegia la fedeltà rispetto alla competenza tecnica. Le nomine recenti in alcune regioni confermano questa dinamica e anche per le figure tecniche come i direttori sanitari e amministrativi, “decide la politica”, come viene riportato spesso da fonti giornalistiche.
Non stupisce quindi che le Regioni con i migliori risultati sanitari siano quelle dove i vertici cambiano meno e dove la competenza conta più della fedeltà politica.
Il management sanitario è trattato come un sottoprodotto della burocrazia, piuttosto che come una professione specializzata, che richiede competenze tecniche avanzate in pianificazione strategica, gestione delle risorse umane, valutazione della performance e leadership organizzativa e trasformativa.
Questa carenza formativa ha conseguenze concrete sulla capacità di governo delle aziende sanitarie. In un contesto sempre più complesso, caratterizzato da vincoli di bilancio stringenti, invecchiamento della popolazione, avanzamento tecnologico e crescenti aspettative dei cittadini, la gestione delle organizzazioni sanitarie richiede competenze manageriali adeguate e sofisticate. L’approccio aziendalista applicato alla sanità italiana ha finito per privilegiare il rispetto dei vincoli di bilancio rispetto ai criteri di valutazione fondati sui reali bisogni di cura e l’appropriatezza delle prestazioni per la tutela della salute dei cittadini.
L’emorragia di capitale umano: una fuga dalla sfiducia
La cosiddetta “fuga dei professionisti” dal Servizio Sanitario Nazionale rappresenta uno dei fenomeni più preoccupanti degli ultimi anni. Ogni anno circa 10.000 medici escono dal sistema pubblico, con 4.349 dimissioni volontarie registrate nel 2022, un incremento drammatico rispetto alle 1.564 del 2016. A questa cifra si aggiungono le 20.000 dimissioni di infermieri nei primi nove mesi del 2024, un aumento del 170% rispetto all’anno precedente. Negli ultimi quattro anni, il Servizio Sanitario Nazionale ha perso 43.000 infermieri nella sola sanità pubblica. Si tratta di numeri che descrivono un’emorragia di capitale umano che mette a rischio la tenuta dell’intero sistema assistenziale.
Contrariamente alla narrazione dominante, il problema non è principalmente economico, sebbene le retribuzioni degli operatori sanitari italiani siano mediamente più basse del 22% rispetto ai colleghi europei. Il vero motivo dell’esodo è la perdita di fiducia nel sistema. I professionisti sanitari non si sentono ascoltati, non hanno autonomia decisionale, non vengono giudicati per il merito ma sono schiacciati da una burocrazia opprimente e da condizioni di lavoro sempre più difficili. È un’emorragia di fiducia, non solo di stipendi.
Le condizioni di lavoro sono peggiorate progressivamente negli ultimi anni. Dal 2008, la crescita del personale sanitario, che si protraeva da più di 30 anni, si è arrestata a causa del blocco del turnover e dei tagli alla spesa sanitaria. Nel 2014 venivano assunti 80 dipendenti ogni 100 andati in pensione, nel 2015 si è scesi a 70 ogni 100. Questo ha comportato un progressivo aumento dell’età media del personale: nel 2020 l’età media era di circa 51 anni per i medici e 47 per gli infermieri. Contemporaneamente, è aumentato il ricorso al lavoro flessibile: nel 2018, nel comparto sanità si concentrava il 45% dell’utilizzo di unità annue a tempo determinato di tutta la Pubblica Amministrazione, e tra il 2019 e il 2022 il ricorso al personale a tempo determinato è aumentato del 44,6%. Circa il 70% degli operatori sanitari ritiene peggiorati i ritmi di lavoro, il 65% le condizioni economiche e il 45% le opportunità di carriera e di affermazione professionale. Il 97% lamenta lo sforzo mentale ed emotivo, e il 93% lo sforzo psicologico legato al proprio lavoro. In questo contesto, quasi il 50% di medici e infermieri in burnout ha dichiarato di avere intenzione di licenziarsi entro l’anno. La situazione è aggravata dalle aggressioni fisiche e verbali da parte di pazienti e familiari, dalle richieste di risarcimento per motivi spesso pretestuosi, e da un clima generale di sfiducia che rende il lavoro in ospedale ma anche sul territorio, una vera e propria battaglia quotidiana.
Le disuguaglianze territoriali: un paese, due cure
Le disuguaglianze territoriali nell’accesso alle cure rappresentano la forma più ingiusta di povertà sanitaria, quella che non si vede perché non fa notizia quotidianamente ma si accumula nel tempo minando il diritto costituzionale alla tutela della salute. Un cittadino del Nord riceve in media 600 euro di prestazioni in più ogni anno rispetto a uno del Sud. Nel Mezzogiorno, oltre il 60% degli indicatori SDGs considerati dall’Istat, si colloca in posizione peggiore rispetto al valore medio italiano. Le regioni più penalizzate risultano Campania, Calabria e Sicilia, dove le criticità si sommano in più ambiti: povertà, accesso ai servizi sanitari, istruzione, occupazione e salute.
La dotazione di infrastrutture sanitarie riflette drammaticamente questo divario: nel Sud, la disponibilità di posti letto ospedalieri è di 27,1 ogni 10.000 abitanti, contro i 32,5 del Nord-Ovest. Una forbice che si traduce in maggiori difficoltà nell’accesso alle cure e in tempi di attesa più lunghi, in particolare per prestazioni specialistiche e diagnostiche soprattutto perché oltre alla ridotta offerta di servizi rispetto al nord, si riscontra un livello di inefficienza organizzativa e gestionale maggiore. La situazione si aggrava nelle aree interne e nei piccoli comuni, dove i servizi sanitari risultano spesso sottodimensionati o assenti, rendendo più difficile la presa in carico delle patologie croniche in un contesto segnato anche da invecchiamento demografico e mobilità sanitaria passiva.
La mobilità sanitaria interregionale ha raggiunto nel 2022 la cifra record di 5,04 miliardi di euro, il livello più alto mai registrato e superiore del 18,6% ai 4,25 miliardi del 2021. Questo fiume di denaro scorre dalle regioni meridionali a quelle settentrionali, con Lombardia, Emilia-Romagna e Veneto che si confermano le regioni più attrattive, cumulando da sole il 94% del saldo attivo della mobilità sanitaria. Al contrario, Calabria, Campania, Sicilia, Lazio, Puglia e Abruzzo costituiscono quasi l’80% del saldo passivo, perdendo non solo risorse economiche ma anche pazienti che sono costretti a spostarsi per ricevere cure adeguate.
Il paradosso: si toglie ai più poveri per dare ai più ricchi
Questa mobilità sanitaria non rappresenta più una libera scelta del cittadino, ma una necessità imposta dalle profonde disuguaglianze nell’offerta dei servizi sanitari regionali. Le persone sono sempre più costrette a spostarsi per ricevere cure adeguate, con costi economici, psicologici e sociali spesso insostenibili. Nel 2019, su 14 Regioni adempienti ai Livelli Essenziali di Assistenza (LEA), solo 3 erano del Sud (Abruzzo, Puglia e Basilicata), e tutte si collocavano a fondo classifica. L’autonomia differenziata rischia di legittimare normativamente questa “frattura strutturale” tra Nord e Sud, amplificando le inaccettabili disuguaglianze nell’esigibilità del diritto costituzionale alla tutela della salute.
La salute mentale: il fallimento culturale invisibile
Un italiano su sei soffre di disturbi psichici, ma solo uno su tre riceve assistenza. Non è un’emergenza sanitaria, è un fallimento culturale. La malattia mentale è ancora trattata come vergogna, non come condizione di cura che richiede pari dignità rispetto alle patologie fisiche. All’assistenza psichiatrica viene assegnato appena il 3,5% della spesa sanitaria complessiva, una quota insufficiente a garantire una rete di servizi territoriali capillare ed efficace su tutto il territorio nazionale. La dotazione di strutture territoriali psichiatriche è estremamente disomogenea: si va da un massimo in Toscana (+147,7% rispetto alla media nazionale) a un minimo in Calabria (-78,1%). Basilicata, Abruzzo, Campania, Lazio, Emilia-Romagna e Sicilia mostrano un numero di strutture semiresidenziali psichiatriche per 100.000 abitanti mediamente inferiore del 30% rispetto alla media nazionale.
L’Intesa in Conferenza Stato-Regioni del 21 dicembre 2022 ha finalmente posto rimedio alla discussa assenza della Salute Mentale dal disegno di riorganizzazione dell’assistenza territoriale definito dal DM 77/2022, introducendo standard minimi di personale necessari per il funzionamento a regime del sistema di salute mentale di comunità. Tuttavia, l’applicazione di questi standard procede con lentezza e le disuguaglianze interregionali rimangono marcate. La necessità di un approccio integrato che riconosca la salute mentale come parte integrante del benessere globale della persona, resta ancora un obiettivo lontano dalla piena realizzazione.
Il PNRR inattuato: l’occasione sprecata della medicina territoriale
Il Piano Nazionale di Ripresa e Resilienza rappresentava una storica opportunità per rivoluzionare il sistema sanitario italiano, in particolare attraverso il potenziamento della medicina territoriale. Tuttavia, a pochi mesi dalla scadenza fissata per giugno 2026, la Missione 6 dedicata alla salute procede con una lentezza allarmante. Al 30 giugno 2025, sono stati spesi solo il 34,4% dei fondi disponibili: 6,6 miliardi su 19,3 miliardi complessivi. Su 10.100 interventi previsti, ne sono stati completati poco più di un terzo, il 38,2%.
La situazione è particolarmente critica per le opere più attese dai territori. Le Case della Comunità, pensate per diventare il cuore dell’assistenza di prossimità con servizi di base, prevenzione, vaccinazioni, prelievi, visite mediche e sportelli sociosanitari, sono ancora in alto mare: è stato speso solo il 17% dei 2,8 miliardi di euro stanziati, e sono state completate appena 50 strutture su 1.415 progetti previsti, pari al 3,5% del totale. A questo ritmo, secondo le stime della CGIL, serviranno cinque anni per terminare le opere.
Non va meglio per gli Ospedali di Comunità, le strutture a gestione prevalentemente infermieristica che dovrebbero garantire cure intermedie e accompagnare i pazienti nel passaggio dall’ospedale al rientro a casa. Sono stati completati solo 14 progetti su 428, pari al 3,3%, con una spesa di appena il 15,1% dei fondi disponibili. Serviranno sei anni a questo ritmo per completare tutte le opere previste. Anche il programma “Verso un ospedale sicuro e sostenibile”, che riguarda 198 interventi di adeguamento e ammodernamento delle strutture sanitarie esistenti, procede a rilento con solo 28 lavori completati.
Questa situazione rappresenta non solo uno spreco di risorse europee che rischiano di non essere utilizzate, ma soprattutto un’occasione mancata per trasformare strutturalmente il sistema sanitario italiano. La sanità territoriale immaginata nel PNRR, quella che dovrebbe alleggerire gli ospedali, gestire la cronicità, intercettare il bisogno sanitario prima che diventi emergenza, rischia di non vedere la luce nei tempi previsti. Le risorse ci sono, ma non vengono trasformate in cantieri; i progetti esistono, ma non avanzano. Il problema risiede nella capacità amministrativa e gestionale di Regioni e ASL di tradurre i finanziamenti in realizzazioni concrete, in un contesto di frammentazione delle competenze e di complesso confronto tra Stato e Regioni.
Il crollo della fiducia: la perdita del “Patto Sociale”
In dieci anni, la fiducia dei cittadini nel Servizio Sanitario Nazionale è crollata dal 78% al 49%. Nel 2024, solo il 48% degli italiani si dichiara soddisfatto del SSN, un dato che colloca l’Italia all’ultimo posto in Europa per soddisfazione dei cittadini verso il proprio sistema sanitario. Questo crollo non è avvenuto per mancanza di ospedali o di tecnologie, ma per mancanza di credibilità del sistema nel suo complesso. La credibilità nasce da parole giuste, da una narrazione onesta, dalla coerenza tra promesse e realizzazioni, non solo da bilanci approvati o da fondi stanziati.
L’insoddisfazione non riguarda tanto le prestazioni che il SSN eroga, quanto piuttosto il livello di accessibilità al sistema, in particolare alle visite specialistiche, alla diagnostica e ai servizi di prevenzione. Le liste d’attesa fuori controllo rappresentano uno dei principali fattori di frustrazione per i cittadini. Nonostante il governo abbia recentemente varato due provvedimenti mirati alla riduzione delle liste d’attesa per l’erogazione di prestazioni e servizi sanitari, i segnali che arrivano da pazienti e medici raccontano che in Italia il problema è in continuo peggioramento. Secondo un sondaggio condotto da Ipsos per la Federazione Italiana Medici di Medicina Generale, l’80% degli italiani ha rinunciato alle cure del SSN almeno una volta proprio a causa delle file interminabili e del tempo necessario per ottenere una prestazione.
Il Piano Nazionale di Gestione delle Liste d’Attesa 2025-2027 ha introdotto alcune novità, come la creazione di un sistema di monitoraggio nazionale attraverso una Piattaforma presso l’AGENAS. Tuttavia, permangono dubbi sull’efficacia di queste misure, poiché soluzioni simili sono state già adottate in passato in diversi Paesi senza conseguire i risultati sperati, e l’impianto complessivo delle disposizioni sconta la frammentazione delle competenze amministrative, la necessità di un complesso confronto tra Stato e Regioni, e la temporaneità dei finanziamenti.
Il 44,5% degli italiani ha sperimentato, direttamente o tramite familiari negli ultimi 24 mesi, situazioni di sovraffollamento in reparti ospedalieri o strutture sanitarie. I pronto soccorso sono ormai allo stremo, con condizioni di lavoro insostenibili per il personale e tempi di attesa lunghissimi per i pazienti. La mancanza di medici di famiglia, le disuguaglianze territoriali e sociali sempre più marcate, e la necessità sempre più frequente di pagare di tasca propria visite e prestazioni sanitarie fino a rinunciare del tutto alle cure hanno contribuito a erodere il patto sociale su cui si fondava il Servizio Sanitario Nazionale.
La Prevenzione dimenticata: investimento trattato come spesa
Ogni euro speso bene in prevenzione fa risparmiare tre euro in cure future. Questo dato, confermato anche dall’Organizzazione Mondiale della Sanità che stima come un investimento di soli 3 dollari a persona all’anno nella lotta alle malattie non trasmissibili potrebbe produrre benefici economici fino a 1 trilione di dollari entro il 2030, dovrebbe orientare in modo decisivo le politiche sanitarie. Eppure, in Italia si continua a parlare di “spesa sanitaria” come se fosse una tassa, piuttosto che riconoscerla come un investimento di civiltà.
La prevenzione rappresenta uno degli strumenti più efficaci ed efficienti per migliorare lo stato di salute della popolazione e ridurre i costi sanitari nel lungo periodo. Le malattie non trasmissibili, come le patologie cardiovascolari, il diabete, le malattie respiratorie croniche e i tumori, sono responsabili della maggior parte dei decessi a livello globale, e quasi il 75% dei decessi legati a queste patologie si verifica nei paesi a basso e medio reddito. Molte di queste malattie potrebbero essere prevenute o ritardate attraverso interventi sugli stili di vita, programmi di screening precoce, e campagne di educazione sanitaria.
Tuttavia, il sistema sanitario italiano continua a privilegiare l’approccio curativo rispetto a quello preventivo. L’organizzazione dei servizi sanitari, i meccanismi di finanziamento, e gli incentivi professionali sono tutti orientati verso la gestione della malattia conclamata piuttosto che verso la sua prevenzione. Questa scelta miope ha conseguenze di lungo periodo sia in termini di salute della popolazione che di sostenibilità economica del sistema. L’invecchiamento demografico e l’aumento delle patologie croniche richiedono un cambio di paradigma verso modelli di assistenza basati sulla medicina di iniziativa, sulla presa in carico proattiva dei pazienti fragili, e sulla promozione di stili di vita sani.
Le aziende private stanno cominciando a investire massicciamente in prevenzione sanitaria per abbattere i costi dell’assistenza ai propri dipendenti. Più di due terzi (67%) delle aziende stanno investendo nella prevenzione sanitaria per affrontare l’impennata dell’inflazione medica e ridurre i costi delle polizze sanitarie aziendali. Questo dato dimostra che il settore privato ha compreso il valore economico della prevenzione, mentre il settore pubblico continua a trattarla come una voce marginale del bilancio sanitario piuttosto che come una priorità strategica.
Il merito negato: l’ascensore sociale bloccato
Solo il 3% dei medici under 40 proviene da famiglie non laureate. È un segnale di chiusura verticale, di sistema autoreferenziale, che scoraggia il talento e premia l’origine sociale. La professione medica, che storicamente ha rappresentato uno dei principali canali di mobilità sociale ascendente in Italia, sta diventando sempre più un’attività riservata a chi proviene da famiglie già laureate o con elevato capitale culturale. Questo fenomeno non riguarda solo la medicina, ma si inserisce in un quadro più ampio di riduzione della mobilità sociale nel nostro Paese.
All’interno del sistema sanitario, il problema del merito si manifesta in molteplici dimensioni. Non esiste una vera cultura della valutazione delle performance individuali e organizzative. I professionisti sanitari lamentano di non essere giudicati per il merito, ma secondo logiche di anzianità, appartenenza e fedeltà soprattutto politica. Le progressioni di carriera sono spesso legate più alla permanenza nel ruolo che all’eccellenza professionale o ai risultati conseguiti. Mancano sistemi di incentivazione che premino l’innovazione, l’appropriatezza delle prestazioni, e il miglioramento degli esiti di salute.
Questa assenza di cultura meritocratica ha effetti deleteri sulla motivazione dei professionisti e sulla capacità di attrazione del sistema sanitario pubblico nei confronti dei giovani talenti. Molti medici scelgono di lasciare il SSN non tanto per questioni economiche, quanto per la frustrazione derivante dall’impossibilità di vedere riconosciuto il proprio impegno e la propria competenza. Altri decidono di trasferirsi all’estero, dove trovano contesti lavorativi più meritocratici e stimolanti dal punto di vista professionale. Questa emorragia di capitale umano qualificato impoverisce ulteriormente il sistema sanitario pubblico, innescando un circolo vizioso difficile da interrompere.
Il ruolo dei pazienti: da oggetti a soggetti attivi
I pazienti sono troppo spesso ridotti a casi pietosi o a statistiche di spesa, privati della loro soggettività e della loro capacità di essere protagonisti del cambiamento. Eppure, sono proprio le loro narrazioni a cambiare concretamente le politiche sanitarie: l’80% delle campagne che hanno modificato leggi o linee guida – dall’HIV ai tumori, dall’Alzheimer alle malattie rare – è nato da testimonianze dirette, non da circolari ministeriali. Questo dato dimostra il potere trasformativo dell’esperienza vissuta e della partecipazione attiva dei cittadini alla definizione delle politiche sanitarie.
La medicina centrata sul paziente non è solo uno slogan retorico, ma rappresenta un approccio che riconosce la persona come partner attivo nel processo di cura, con le sue preferenze, i suoi valori, le sue aspettative e il suo contesto di vita. Questo approccio richiede un cambio di paradigma culturale da parte dei professionisti sanitari, delle istituzioni e dell’organizzazione dei servizi. Significa passare da una logica paternalistica, in cui il medico decide per il paziente, a una logica di condivisione delle decisioni, in cui il paziente è informato, coinvolto e responsabilizzato rispetto alle scelte che riguardano la sua salute.
La partecipazione dei cittadini e delle associazioni di pazienti alla governance del sistema sanitario è ancora largamente insufficiente in Italia. Mentre in altri paesi europei i rappresentanti dei pazienti sono presenti negli organismi decisionali delle aziende sanitarie, partecipano alla definizione delle priorità di ricerca, e collaborano alla valutazione della qualità dei servizi, nel nostro Paese questa presenza è sporadica e marginale. Valorizzare il contributo dei pazienti significa non solo migliorare la qualità e l’appropriatezza delle cure, ma anche ricostruire quella fiducia nel sistema che si è così drammaticamente erosa negli ultimi anni.
Verso un nuovo lessico della Salute
Gli argomenti intoccabili della sanità italiana sono gli stessi del Paese: la paura del merito, l’adorazione della politica, l’assenza di fiducia. Affrontarli e risolverli non significa semplicemente cambiare un bilancio, ma cambiare un lessico, una narrazione, una cultura organizzativa profondamente radicata. La salute di un Paese comincia dalle parole con cui decide di curarsi, dalla capacità di guardare in faccia i propri fallimenti senza cercare alibi facili nella carenza di risorse.
È necessario un cambio di paradigma che riconosca come l’inefficienza del sistema non derivi primariamente solo dalla mancanza di fondi, ma da una serie di fattori strutturali, culturali e organizzativi che impediscono di utilizzare efficacemente le risorse disponibili e soprattutto di continuare a non sprecarle. Serve una classe dirigente selezionata per competenza e non per appartenenza politica, formata specificamente nelle discipline del management sanitario. Serve una cultura della valutazione che premi il merito, l’innovazione e i risultati conseguiti in termini di salute della popolazione, non solo il rispetto formale dei vincoli di bilancio.
Serve ridare centralità ai professionisti sanitari, restituendo loro autonomia professionale, capacità decisionale e riconoscimento del valore del loro lavoro, formandoli di più e meglio alla cultura di servizio alla persona. Serve combattere le disuguaglianze territoriali attraverso politiche redistributive che garantiscano davvero l’universalità dell’accesso alle cure su tutto il territorio nazionale. Serve investire massicciamente nella medicina territoriale e nella prevenzione, spostando il baricentro del sistema dall’ospedale al territorio, dalla cura della malattia alla promozione della salute.
Serve ricostruire la fiducia dei cittadini attraverso la trasparenza, la responsabilizzazione, la partecipazione attiva ai processi decisionali. Serve riconoscere che la salute mentale ha pari dignità rispetto alla salute fisica e investire conseguentemente nella rete dei servizi territoriali psichiatrici, nei servizi per la cura e il contrasto alla cronicità, alla disabilità, per una piena presa in carico che assicuri a tutti i pazienti continuità assistenziale e percorsi strutturati di cura. Serve accelerare drammaticamente l’attuazione del PNRR per non sprecare un’occasione storica di trasformazione del sistema. Serve, infine, cambiare il lessico con cui parliamo di sanità: non “spesa sanitaria” ma investimento in salute, non “costo dei pazienti” ma valore della cura, non “gestione delle risorse” ma servizio alla persona.
La crisi del Servizio Sanitario Nazionale è prima di tutto una crisi di senso, di missione, di visione. Prima ancora che di denaro, abbiamo bisogno di coraggio: il coraggio di rompere i tabù, di dire la verità senza infingimenti, di costruire un sistema sanitario che metta davvero al centro la salute delle persone e non gli equilibri politici o i vincoli di bilancio. Solo così potremo restituire al nostro Servizio Sanitario Nazionale quella credibilità e quella capacità di rispondere ai bisogni di salute della popolazione che ha progressivamente perso negli ultimi anni, e che rappresentano la precondizione indispensabile per qualsiasi ipotesi di rilancio e di riforma strutturale.
