In Grecia è diventata legge la riforma che consente di lavorare fino a 13 ore al giorno per 37 giorni l’anno, con una maggiorazione del 40%. Il governo parla di flessibilità e lotta al lavoro nero, ma l’opposizione e i sindacati denunciano un arretramento dei diritti. Ne parliamo con Lefteris Stoukogerorgos, economista e membro del comitato centrale di Néa Aristerá (Nuova Sinistra).

Il governo sostiene che la misura offra “più opportunità di guadagno” e metta fine al lavoro nero. Voi parlate invece di una “mostruosità legislativa”. Perché considerate questa legge un passo indietro, e non un miglioramento delle condizioni reali dei lavoratori?

Nell’era in cui la produttività dipenderà sempre più dall’intelligenza artificiale e in piena sesta rivoluzione tecnologica — con il rischio concreto di una massiccia perdita di posti di lavoro — la legge di Mitsotakis che introduce la giornata lavorativa di 13 ore rappresenta un passo indietro epocale. Essa accresce le disuguaglianze, riduce i diritti e trascina la democrazia greca nel Tartaro, gli inferi della mitologia ellenica.

Questo governo di destra non è semplicemente subordinato all’élite economica greca: ne costituisce parte integrante. I dati che precedono l’approvazione di questa legge delineano un quadro già allarmante. Secondo un sondaggio condotto nel maggio 2025 dall’Istituto del Lavoro della Confederazione Generale dei Lavoratori Greci, il 52% dei dipendenti lavora già oltre l’orario contrattuale, il 56% presta servizio almeno un fine settimana al mese, il 25% è spesso costretto a lavorare nel tempo libero e il 65% riceve una retribuzione parziale o nulla per le ore straordinarie.

Un’indagine recente della Confederazione Europea dei Sindacati sulle malattie professionali colloca la Grecia ai primi posti in tutti gli indicatori di rischio, rendendola uno dei paesi europei con il maggiore impatto sulla salute derivante da condizioni di lavoro precarie. Oggi si contano 300.000 posti di lavoro in meno rispetto all’inizio della crisi del 2008, mentre la diminuzione del tasso di disoccupazione è dovuta in larga parte al calo della popolazione e della forza lavoro.

La destra sta imponendo un modello economico fondato su lavoro a basso costo, flessibile e individualizzato. Un modello che determina una continua redistribuzione del reddito a danno dei lavoratori, alimenta le disuguaglianze e incrementa la redditività delle grandi imprese.

La ministra Kerameus insiste che le 13 ore siano solo una “facoltà” e non un obbligo. Ma in un mercato del lavoro fragile, dove molti accettano qualsiasi condizione pur di non perdere il posto, è realistico parlare di scelta volontaria o esiste il rischio che diventi un’imposizione alla quale sarà impossibile sottrarsi?

Questa della “scelta libera”, è l’illusione più grande del neoliberismo e qui la vediamo applicata al mondo del lavoro. La destra sostiene che il dipendente possa scegliere liberamente di lavorare 13 ore al giorno, cioè che possa scegliere di schiavizzare completamente la propria vita quotidiana.

La legge, però, vìola una serie di principi costituzionali perché, come si sa bene, nel mercato del lavoro, non esiste davvero la libera scelta del lavoratore dato che il rapporto di potere non è paritario con il datore di lavoro. E oltre alla questione lavorativa, già di per sé grave, vengono violati una serie di elementi fondamentali per la vita di ciascuno, dalla tutela della famiglia a quella della salute, fino alla messa in discussione della contrattazione collettiva. E c’è un’altra violazione, quella della direttiva 391 del 1989 che riguarda la salute e la sicurezza sul lavoro.

In Parlamento le opposizioni hanno detto che la Grecia rischia di isolarsi rispetto all’Europa, dove si discute di riduzione dell’orario e di equilibrio vita-lavoro. Cosa significa, secondo voi, approvare una legge del genere proprio ora, in questo contesto europeo?

Se al Nord Europa si tenta la riduzione a 32 ore della settimana lavorativa, la Grecia è l’unico paese dell’UE che si muove per tornare indietro invece di andare avanti. Qui le condizioni di lavoro sono già tra le peggiori d’Europa, sia per quanto riguarda i salari medi, che sono tra i più bassi, sia per il potere d’acquisto in cui siamo penultimi: peggio di noi, solo la Bulgaria.

Secondo i sindacati, la riforma “normalizza lo sfruttamento” e mina la fiducia dei cittadini nelle istituzioni dopo anni di sacrifici e austerità. Condivide questa lettura? E quali conseguenze politiche teme sul piano sociale?

Chiaramente condivido la lettura dei sindacati. L’esaurimento del lavoratore che deriva dalle 13 ore lavorative uccide la sua vita sociale e famigliare, la salute e fa sparire il cosiddetto “leisure time”. È evidente che il diritto del lavoro e la Carta sociale europea vengono violati.

Il governo parla di flessibilità, ma l’opposizione teme un ritorno al passato. Se foste al governo, quale alternativa proporreste per conciliare competitività, regolarità del lavoro e tutela dei diritti?

Proponiamo aumenti salariali definiti attraverso contratti collettivi e la promozione di lavoro stabile, insieme a una riduzione dell’orario di lavoro a parità di retribuzione. Questi due principi rappresentano i pilastri di un modello economico e sociale realmente fondato sul lavoro e non sullo sfruttamento.

Chiediamo che le ore lavorate oltre le otto giornaliere siano riconosciute come straordinari e retribuite adeguatamente. È necessario ridurre progressivamente l’orario di lavoro settimanale a tempo pieno, portandolo inizialmente a 35 ore senza alcuna riduzione salariale, con l’obiettivo finale di introdurre la settimana lavorativa di 32 ore su quattro giorni.

Rivendichiamo inoltre la piena libertà di esercizio del diritto di sciopero e l’abolizione di tutte le norme che criminalizzano l’azione sindacale. Il rispetto della legislazione sul lavoro, la tutela dei dipendenti, la garanzia di salute e sicurezza nei luoghi di lavoro e la lotta alla disoccupazione devono essere considerati parametri fondamentali di ogni politica economica e sociale.

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