Negli ultimi anni, il Lazio sta vivendo un grave problema di spopolamento dovuto a diversi fattori, dal calo costante delle nascite al numero crescente di adulti che scelgono di lasciare la nostra regione per emigrare all’estero dove le condizioni lavorative sono migliori da un punto di vista sia economico sia di stabilità.

Questa è in sintesi la fotografia che emerge sulla base di alcuni Istat e Inps relativamente all’andamento socio economico nella nostra regione tra il 2023 e il 2024.

Nel Lazio infatti, non solo i contratti a tempo determinato hanno subìto un’impennata a scapito di quelli a tempo indeterminato ma il 30% dei lavoratori è part time e il 15% dei giovani tra i 16 e i 29 anni rientra fra i cosiddetti neet, persone che non lavorano e non studiano. A questo si aggiungono le migrazioni interregionali, quelle di chi abbandona la Capitale a favore dei paesi dell’hinterland, oberato dai costi eccessivi degli affitti, dei mutui e del carovita che a Roma si fa sentire più che altrove, oltre che da una tassazione che ancora è la più alta d’Italia.

L’insoddisfazione crescente è solo in parte compensata dai nuovi ingressi di immigrati nella nostra regione che nel 2023 si attestano a 18 mila, abbassando di parecchie migliaia gli ingressi pre covid che si attestavano intorno ai 21 mila.

Una situazione che riflette da un lato le difficoltà crescenti del post pandemia, l’incremento dei prezzi dei beni essenziali e delle compravendite immobiliari e dall’altro, un lavoro prevalentemente precario e con retribuzioni non al passo con l’aumento dell’inflazione. Ed ecco che i giovani, ma anche ormai i nostri quarantenni, cercano fortuna all’estero, abbandonando il Paese in cui hanno studiato e dove si sono formati, ricalcando quasi l’emigrazione del primo Novecento seppur con competenze differenti dai nostri progenitori e con non più gli Stati Uniti come meta privilegiata.

Così davanti a uno scenario di precariato costante che ormai non interessa soltanto i neo laureati o i giovani in generale, ma caratterizza la maggior parte dei lavoratori under 50, prevalentemente donne, si opta per il trasferimento negli altri Stati dell’Unione Europea e non solo, in cerca di un’occupazione più redditizia ma soprattutto di un lavoro più stabile, che possa permettere anche la creazione di una famiglia e la crescita di eventuali figli.

Non dimentichiamo che la forte denatalità è strettamente connessa alla precarietà lavorativa e allo scenario socio economico in cui si vive. Come si fa a mettere al mondo dei figli lavorando magari 5- 6 giorni al mese o non arrivando a guadagnare il necessario per poter vivere? Potrebbe sembrare retorico, ma non lo è.

Non è un caso infatti che il numero dei lavoratori a tempo indeterminato, in somministrazione e stagionale sia superiore a quello di chi lavora a tempo indeterminato e che questi ultimi siano gradualmente diminuiti negli anni fino a rappresentare oggi solo un quarto del totale dei contratti di lavoro attivati nella regione.

È il commercio il settore in cui si concentra il maggior numero di addetti, seguito dall’intrattenimento, dai servizi di alloggio e ristorazione e dai rappresentanti dello Stato. Tutti settori, ad eccezione dell’ultimo, in cui i contratti a tempo o a giornata dilagano mentre aumenta ovviamente il numero dei pensionati, che si attesta a circa 1,6 milioni. Uscite non compensate dalle nuove assunzioni, soprattutto a livello contrattuale.
Non è un caso infatti che nel 2024 siano notevolmente cresciute le domande di Naspi, passate da 166 mila nel 2022 a 178 mila nel 2023 a circa 189 mila lo scorso anno.

Un’ulteriore triste conferma del clima di totale incertezza economica in cui stiamo vivendo per via anche delle guerre e dei dazi che aumentano il senso di instabilità e a cui è urgente porre rimedio, con interventi mirati e investimenti ad hoc che possano almeno parzialmente compensare le drammatiche dinamiche nazionali e internazionali in cui ci troviamo che influenzano non poco la quotidianità di tutti noi.

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