Cagliari si affaccia sul Mediterraneo come una città complessa e stratificata. È il capoluogo di un’isola attraversata da fratture e bellezza, da pressioni globali e bisogni locali. È una città che negli ultimi anni ha iniziato a rimettersi in discussione, anche nel suo modo di pensarsi e di pianificare.

Nell’ultimo anno abbiamo lavorato intensamente alla definizione del nuovo Piano Urbanistico Comunale (PUC) seguendo un percorso avviato nel 2018 con l’idea che l’urbanistica non sia un esercizio tecnico o formale, ma una leva politica potente. E con l’ambizione di trasformare Cagliari in un laboratorio nazionale di ecologia urbana.

Una città tra terra e acqua

Cagliari è una città costiera, costruita su un sistema di colli, affacciata su un sistema di stagni e lagune, attraversata da canali e con una spiaggia urbana chilometrica. È una città dove la relazione tra natura e spazio urbano è quotidiana e strutturale.

Questa geografia non è uno sfondo: è una condizione. Ci interroga su come progettare il futuro senza compromettere gli equilibri ambientali, su come riparare i margini, riconnettere i quartieri, riutilizzare lo spazio già urbanizzato.

Il nuovo PUC parte da questa consapevolezza e costruisce una strategia fondata su alcuni principi cardine: rigenerare l’esistente, fermare il consumo di suolo, adattarsi alla crisi climatica, redistribuire servizi, valorizzare la prossimità.

Una città giusta, verde e attrattiva

Abbiamo scelto di dare tre parole chiave al piano: giustizia, ecologia, attrattività. E le abbiamo tradotte in scelte concrete: un Atlante dei Quartieri per misurare le disuguaglianze territoriali; una serie di progetti guida per rigenerare aree marginalizzate, il fronte mare e i beni storico culturali; un sistema di perequazione e un registro pubblico dei diritti edificatori per distribuire i benefici delle trasformazioni; un’anagrafe del fabbisogno abitativo per legare le previsioni alla domanda reale di casa.
L’urbanistica è uno strumento per costruire uguaglianza spaziale, per dare opportunità a chi ne ha meno. Perché non basta costruire una città bella: bisogna costruirla giusta.

Regolare il turismo prima che sia troppo tardi

Cagliari è attraversata da un fenomeno turistico in crescita, ma ancora contenibile. Non siamo ai livelli di saturazione di Barcellona, Firenze o Venezia. Ed è proprio questa la finestra politica e amministrativa che il nuovo piano ha provato a cogliere: regolare prima, non rincorrere dopo.

Abbiamo previsto strumenti di monitoraggio, vincoli sulle trasformazioni speculative, limiti all’espansione incontrollata. Perché una città può accogliere, ma non deve mai svendersi. L’equilibrio tra chi abita e chi visita è fragile. E senza politiche pubbliche, lo vince sempre chi può pagare di più.

Cagliari come laboratorio: ecologia urbana e democrazia del progetto

Il piano è nato con un metodo aperto e plurale. Abbiamo organizzato incontri nei quartieri, consultazioni online, discussioni con professionisti e cittadinanza. Stiamo stimolando la nascita di un Osservatorio permanente sulle politiche abitative e avviato il Laboratorio di Ecologia Urbana “Enrico Corti”, che resterà attivo anche dopo l’adozione.

La città è un processo. Non si disegna solo nelle mappe, ma nella vita di tutti i giorni. Per questo l’urbanistica deve essere partecipativa, trasparente, accessibile.

Cagliari può diventare un riferimento nazionale per chi cerca un’altra idea di città, una città capace di connettere natura e persone, bellezza e diritto all’abitare, democrazia e territorio.

Una riforma urbanistica nazionale è urgente

Ma il lavoro delle città da solo non basta. Oggi in Italia manca una vera politica urbanistica nazionale adeguata ai nostri tempi. Il quadro normativo resta ancorato a strumenti e logiche novecentesche, dominati dalla rendita fondiaria e da una concezione distorta della “capacità edificatoria”.

In troppi comuni, ancora oggi, il terreno agricolo viene considerato edificabile per decenni senza alcun titolo abilitativo e gravato di tassazione (prima con l’ICI, poi con l’IMU), generando nei proprietari l’illusione che il diritto a costruire esista per il solo fatto di aver pagato un’imposta.

Questo ha prodotto una falsa aspettativa collettiva, una pressione costante alla cementificazione che non risponde a un bisogno reale di case o servizi, ma alla logica dell’investimento finanziario.

Una vera riforma urbanistica nazionale dovrebbe valorizzare la rigenerazione rispetto all’espansione; affrontare in modo deciso i cambiamenti climatici e l’emergenza abitativa; collegare la fiscalità alla titolarità reale del diritto a edificare, legato a un titolo edilizio concreto (piano attuativo o permesso); premiare i comuni che non consumano suolo, anziché penalizzarli; introdurre strumenti strutturali di redistribuzione tra chi trasforma e la collettività.

Una città che può ancora scegliere

Pochi luoghi in Italia hanno ancora margini reali per scegliere. Cagliari può farlo. E noi stiamo provando a costruire strumenti per farlo bene. E vogliamo farlo costruendo una alleanza municipalista con le altre città che affrontano le complessità del presente con il nostro stesso spirito.

Il nuovo PUC è una dichiarazione di visione e di responsabilità. Un piano che dice: la città è un bene comune, non si costruisce per vendere, si costruisce per vivere, e per migliorare la vita di chi ci abita.

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