DELITTO DI VIA POMA.
È RIPARTITA UNA NUOVA INDAGINE A TRENTACINQUE ANNI DALL’OMICIDIO DI SIMONETTA CESARONI

Trentacinque anni dopo l’omicidio di Simonetta Cesaroni, la verità continua a mancare. Il 7 agosto del 1990 la ragazza fu trovata, attinta da ventinove coltellate, nell’ufficio del Comitato regionale per gli ostelli della gioventù, in via Poma, a Roma. Da allora, nessun colpevole. Solo una sequenza di inchieste, archiviazioni, un processo terminato con l’assoluzione dell’imputato e tanti interrogativi lasciati in sospeso.

Paola Cesaroni, la sorella di Simonetta, ha attraversato questi trentacinque anni come chi abita una stanza che non smette di essere buia.
Negli ultimi due anni l’ho intervistata incontrandola numerose volte nello studio di Federica Mondani. Ora l’intervista diventerà un libro.

Paola mi ha raccontato di aver vissuto con un dolore incessante e logorante. La morte di Simonetta è rimasta per lei qualcosa che ha continuato a premere sul petto giorno dopo giorno. Un’assenza assoluta che il tempo non ha attenuato.

Nel suo racconto emerge con forza la figura del padre Claudio, scomparso nel 2005, un uomo che ha creduto nella giustizia e non si è mai rassegnato. Quando i pubblici ministeri non lo ricevevano, lui andava comunque, si sedeva davanti agli uffici aspettando che qualcuno lo ascoltasse. Era certo che molti testimoni mentissero, e non ha mai esitato a comunicare dubbi e intuizioni ai magistrati che, di volta in volta, si sono occupati del caso. Anche quando un inquirente gli rinfacciò di aver danneggiato l’indagine per aver parlato con i giornalisti, pur amareggiato continuò a cercare la verità.

Paola ricorda gli alti e bassi delle tante inchieste. Quando sembrava si fosse finalmente trovata la pista giusta, la speranza si riaccendeva, poi – puntualmente – seguivano nuove delusioni.

Il suo giudizio su ciò che è stato — o non è stato — fatto è netto: in trentacinque anni nessuno ha condotto un’indagine rigorosa su chi lavorava, gestiva o frequentava l’ufficio di via Poma. E nemmeno su chi avrebbe potuto recarsi lì quel pomeriggio di agosto. A novembre del 2024, dopo tre decenni e mezzo di indagini sbagliate, di fallimenti, di lunghe pause, di silenzi, un’ordinanza del giudice per le indagini preliminari Giulia Arcieri ha chiesto alla Procura di ripartire da zero, di esplorare quello che non è mai stato esplorato, di indagare ciò che è stato lasciato ai margini.

Intanto, nella memoria di Paola, continua a riaffiorare l’immagine di Simonetta distesa sul pavimento di quell’ufficio, circondata da innumerevoli gocciolature di sangue. Un pensiero improvviso, ma sempre amaro. Le poche volte nelle quali Paola ha parlato pubblicamente del delitto lo ha fatto con fatica, spesso trattenendo le lacrime. Per anni ha rifiutato interviste e apparizioni pubbliche. Solo recentemente ha rilasciato qualche dichiarazione – sempre senza mostrarsi, senza apparire – solo per chiedere quello che la sua famiglia chiede da sempre: giustizia.

Simonetta è diventata — suo malgrado — il simbolo di una giustizia mai arrivata. Una giustizia negata, non solo alla vittima, ma anche a chi è rimasto ad attenderla. E Paola non ha mai smesso di credere che conoscere la verità è un suo diritto.

Il padre Claudio era certo che tante persone avessero mentito, fin dall’inizio. Perché lo abbiano fatto se lo sono chiesto in pochi. Claudio, riferendosi ai due soci della Reli – la società per cui lavorava la figlia – ma anche ai dipendenti e dirigenti dell’ufficio degli ostelli di via Poma, aveva sempre evidenziato le dichiarazioni contraddittorie, le ricostruzioni poco credibili, i vuoti inspiegabili. In particolare – a suo avviso – il comportamento dei titolari della Reli gli era sembrato non solo ambiguo, ma lesivo della dignità sua figlia. Decise di citarli in giudizio, di fronte al Pretore, convinto che certe omissioni andassero denunciate anche in sede civile.

La Reli non era un vero studio professionale. Niente targa, niente sede formale. Solo una stanza all’interno dell’abitazione della D’Azzeo, madre di Ermanno Bizzocchi, e una sola utenza, quella privata della signora, attraverso la quale passavano anche le comunicazioni di lavoro. Su quel numero, Simonetta ricevette almeno tre telefonate anonime. Lei non attribuì particolare rilievo alla circostanza. L’anonimo interlocutore era educato e si limitava a farle dei complimenti.

Solo recentemente, grazie all’analisi che ne abbiamo fatto io e Luca Dato, quelle chiamate sono tornate all’attenzione degli inquirenti come un indizio sottovalutato. La Squadra Mobile di Roma fece un’indagine per individuare l’anonimo interlocutore, ma fu breve e inconcludente. Un dirigente della Mobile di Roma dichiarò pubblicamente di aver identificato il presunto telefonista: lo disse in diretta TV, durante la puntata di Telefono Giallo condotta da Corrado Augias. Ma si trattò di un errore. Il sospettato non era l’autore delle chiamate.

Restano così aperte tante domande. Chi conosceva il numero di casa della madre di Bizzocchi (ovvero il numero della Reli)? Chi era a conoscenza dei giorni e degli orari in cui Simonetta si trovava lì? E perché le telefonate anonime iniziarono proprio dopo l’avvio del suo lavoro presso l’ufficio degli ostelli di via Poma?

Le telefonate sono state tre, sempre sulla stessa linea, e in almeno una di queste l’interlocutore si rivolse a Simonetta con una domanda diretta: «Non mi riconosci?». Un dettaglio che suggerisce un incontro precedente. Chi chiamava, con ogni probabilità, l’aveva già vista. Resta da capire perché scelse il telefono come mezzo di contatto (si trattava certamente di un tentativo di approccio) e se tra quelle chiamate e il delitto ci sia un nesso diretto.

A trentacinque anni dai fatti, la Procura di Roma ha aperto un nuovo fascicolo. A condurre l’inchiesta c’è il pubblico ministero Alessandro Lia, che ha deciso di riorganizzare completamente il fronte investigativo. Le indagini sono state affidate a un pool di investigatori diverso da quello che ha seguito il caso fino al 2024: un gruppo ristretto di specialisti con esperienza, mezzi e competenze avanzate.

Lia ha già ascoltato l’avvocata Federica Mondani, legale della famiglia Cesaroni, e un consulente della famiglia. L’obiettivo dichiarato è chiaro: non lasciare nulla di intentato, come richiesto anche dal Gip Giulia Arcieri nella sua ordinanza.
Le attività sono iniziate da mesi, con una mappatura accurata di tutti i reperti biologici ancora disponibili, comprese le provette considerate “vuote”, nel caso fossero comunque state conservate. Sarebbe già stato individuato anche il consulente genetico che dovrà eseguire nuove analisi.

Al momento il riserbo è massimo. Ma stavolta tutto lascia intendere che l’intenzione della Procura sia quella di fare davvero chiarezza. Senza scorciatoie. Senza archiviazioni frettolose.
Questa volta, si fa sul serio.

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