
I manifesti della Lega sul decreto sicurezza, affissi per le strade di Roma, sono stati rimossi perché veicolavano stereotipi etnici contro categorie fragili, in spregio alla dignità umana. Erano solo espressione di razzismo e propaganda xenofoba. La Lega ha parlato di “censura comunista” e ha ricominciato con il solito piagnisteo vittimistico della destra che, quando viene colta in fallo, invece di ammettere i propri errori, attacca chi glieli fa notare. Infantile e fastidioso ma purtroppo è così.
La Lega cerca di attirare attenzione solo alimentando le peggiori pulsioni razziste. Nel 2018, quando Salvini era Ministro dell’Interno, affrontò il tema delle occupazioni solo in chiave repressiva: ruspe, slogan ma nessuna proposta strutturata. Ricordiamo tutti quel maxi blitz a favore di telecamera all’ex Penicillina a San Basilio: tutto eseguito in pompa magna e tutto ritornato esattamente come prima. Il motivo è semplice: chi non ha un posto dove stare, un tetto dove ripararsi, se ne cerca uno di fortuna, anche se insalubre, malsano o illegale.
Invece, con l’amministrazione Zingaretti abbiamo dimostrato che c’era un’altra via. Abbiamo ripristinato la legalità, ma solo dopo aver assicurato la dignità delle persone sgomberate. Quando sono stati liberati spazi come Villa Fiorita, il Caravaggio, Maria Adelaide o Viale delle Provincie, abbiamo garantito soluzioni abitative reali e rispettose dei diritti. La legalità è importante, ma la dignità viene prima: senza una prospettiva di vita, gli sgomberi si trasformano in nuovi drammi abitativi, perché le persone non “scompaiono”, ma riproducono le stesse condizioni di fragilità altrove.
È chiaro che la destra non veda le fragilità abitative come una questione di diritti ma come un fastidio da eliminare. Chi vive in povertà diventa un colpevole, non una persona da sostenere. Ma questo non crea sicurezza, costruisce esclusione.
Per questo è urgente affrontare con rapidità e serietà l’emergenza abitativa, con strumenti pubblici efficaci. Il Piano nazionale per il diritto alla casa proposto dal Partito Democratico indica la strada: serve incrementare il patrimonio di edilizia residenziale pubblica e sociale, riportare lo Stato al centro delle politiche abitative, intervenire sul mercato per calmierare i costi, promuovere la rigenerazione urbana con finalità sociali e ambientali, e garantire una casa a chi non può permettersela.
Tutto il contrario di ciò che ha fatto la destra in questi tre anni di governo, sia dell’Italia sia della Regione Lazio: invece di affrontare l’emergenza, ha cancellato il fondo per il sostegno all’affitto e alla morosità incolpevole, lasciando sole migliaia di famiglie in difficoltà. Ha promosso condoni e premialità sulle cubature, distorcendo il concetto stesso di rigenerazione urbana, piegandolo agli interessi dei palazzinari, trasformandolo in una scorciatoia per costruire di più, consumare suolo e aumentare profitti, invece di tutelare i territori, l’ambiente e le comunità che li abitano.
La casa è fondamentale e modelli come Housing First, già sperimentati con successo in Italia ed Europa, dimostrano che garantire un alloggio stabile come primo passo è più efficace e sostenibile che percorsi ad ostacoli. Le persone inserite in un’abitazione dignitosa sono poi più predisposte a costruire percorsi di lavoro, cura e reintegrazione sociale.
Senza una casa — e senza una casa dignitosa — è impossibile immaginare una vita normale. Chi vive in emergenza abitativa convive con una spada di Damocle quotidiana: l’incertezza, la paura, l’ansia costante che tutto possa crollare da un momento all’altro. Come si può progettare, lavorare, curarsi o semplicemente respirare serenità se manca un tetto sicuro?
Il Comune di Roma ha fatto bene a rimuovere quei manifesti offensivi: non è censura, è una scelta di civiltà. È difesa della dignità, dell’equilibrio sociale e della convivenza.
Noi crediamo che legalità e giustizia sociale vadano insieme, che la casa sia un diritto e che la politica debba tornare ad avere il coraggio di intervenire per garantire questo diritto. È tempo di scegliere da che parte stare: dalla parte della propaganda o dalla parte delle persone.
