
Più che un accordo, ciò che è stato annunciato ieri tra Stati Uniti e Commissione europea somiglia a un diktat, imposto da un’amministrazione americana sempre più aggressiva nei confronti di un’Europa che paga il prezzo della sua divisione e delle derive nazionaliste. Dopo l’arretramento sulla Global Minimum Tax, ci troviamo ora di fronte a concessioni che penalizzano, ancora una volta, le imprese europee.
La tariffa del 15% sulle importazioni europee negli USA significa una triplicazione delle aliquote medie attualmente in vigore. E in cambio, l’Europa si impegna a mantenere una tariffa pari allo 0% su tutte le importazioni americane: si tratta di uno squilibrio evidente e inaccettabile. Un simile scenario rischia di colpire in modo pesante settori chiave come l’industria automobilistica, ancora in bilico tra promesse e ambiguità.
Sul piano energetico, ci si impegna a importare ancora più gas naturale liquefatto dagli Stati Uniti. Un orientamento comprensibile per ridurre la dipendenza dal gas russo, ma che arriva accompagnato da un investimento europeo di 600 miliardi di dollari e da ulteriori aperture verso l’acquisto di armamenti statunitensi. Decisioni di grande impatto economico e strategico che dovrebbero essere prese in modo trasparente e condiviso con il Parlamento europeo, ancora una volta superato su scelte strategiche in un ambito centrale sin dalla nascita dell’Unione Europea.
Ciò che emerge con chiarezza è una dinamica pericolosa: gli Stati Uniti intendono aumentare le proprie entrate fiscali attraverso le tariffe. In questo contesto, più che parlare di “accordo” dovremmo quantomeno dirci la verità, ovvero che si tratta di una cessione unilaterale che rischia di indebolire lo sviluppo economico europeo e compromettere la competitività del nostro tessuto produttivo. In particolare, l’elogiatrice di Trump, Giorgia Meloni, dovrebbe preoccuparsi di dare risposte all’industria italiana e alle imprese, in quanto l’Italia è tra i paesi maggiormente esposti alle tariffe, in particolare nei settori automotive, moda e farmaceutico, ma anche agroalimentare. E non lo dice solo l’opposizione, ma lo stesso Giorgetti ha più volte affermato che dazi sopra il 10% sarebbero “insostenibili” per l’economia del nostro Paese.
Ancora una volta emerge quanto l’Europa non possa più permettersi di presentarsi divisa, così come vorrebbero la maggior parte dei governi europei. Serve una strategia comune, fondata su un commercio equo, la difesa degli interessi industriali, produttivi e sociali europei. Non ci stancheremo di chiedere maggiore trasparenza, giustizia e dignità nei rapporti commerciali con gli Stati Uniti. Non possiamo accettare un futuro fatto di imposizioni, né possiamo permettere che il nostro modello sociale ed economico venga sacrificato sull’altare di interessi o velleità dettati da altri.
