Confine, s. m. – Limite geografico o politico che delimita uno spazio. Linea lungo la quale corre una divisione, una separazione, una discontinuità. E forse anche un’ingiustizia.”
Con questa frase si apre il tuo ultimo libro,  Attraversare i confini.
Cosa sono e cosa rappresentano i confini oggi?


I confini sono linee di demarcazione che dividono noi dagli altri, dividono comunità, dividono paesi. In questo momento storico, rappresentano soprattutto una separazione tra civiltà, tra comunità in costante conflitto. Nel libro parlo di cosa possano rappresentare i confini in determinate circostanze e quindi racconto quelli europei in relazione alle rotte migratorie e quindi parlo di quella che viene definita Fortezza Europa, quel dispositivo securitario che l’Unione Europea ha costruito attorno a sé che ci rende impenetrabili dall’esterno nei confronti delle persone che arrivano da paesi in guerra, da paesi colpiti dalla fame o dai cambiamenti climatici, in cerca di una vita dignitosa.

Ma parlo anche altri confini, come quello russo-ucraino, un confine che è stato invaso, quello tra l’Ucraina e i paesi dell’UE. Infine, c’è quello che definisco un varco spazio-dimensionale: il muro che separa Israele dai territori palestinesi della Cisgiordania e della Striscia di Gaza, dove ormai non esiste nemmeno più un muro. C’è semplicemente un’operazione militare che porta avanti un genocidio.

Questi sono i confini: attraversarli, oggi, significa spesso compiere un atto rivoluzionario, andare oltre quel dispositivo securitario che abbiamo eretto proprio lungo le linee di separazione.

Tu scrivi che noi europei, per anni, ci siamo quasi dimenticati dei confini, pensando che fossero un retaggio del secolo scorso. Il tempo però ci ha fatto capire che non era così.
Perché la nostra percezione è cambiata? Quali sono stati i passaggi che hanno segnato questa inversione di tendenza?

La nostra percezione dei confini è cambiata perché la guerra ci ha ricordato innanzitutto che i conflitti possono scoppiare anche in Europa. In realtà c’era già stata una guerra proprio qui, quella dei Balcani ma ce ne eravamo dimenticati. La guerra ci ha fatto capire che non tutto il mondo è disposto ad accoglierci, o almeno che non tutti i Paesi hanno relazioni così buone con il nostro tali da permetterci di viaggiare senza problemi. Per esempio, non abbiamo più voli per la Russia. Ma, più in generale, anche all’interno dell’Unione Europea, questo clima di guerra e terrorismo ha portato alcuni Paesi, come la Francia o l’Austria, a sospendere il Trattato di Schengen e quindi la libera circolazione delle persone tra gli Stati membri.

Abbiamo vissuto in una sorta di bolla, nella percezione della pace, nonostante il mondo attorno a noi non fosse affatto pacificato: pensiamo appunto ai Balcani, alla Palestina, o più recentemente alla Libia. Già durante la Guerra Fredda si respirava un’aria di tensione, soprattutto lungo la Cortina di Ferro. A un certo punto, tra terrorismo interno e guerre alle porte, ci siamo svegliati e abbiamo capito che quella bolla di pace era appunto una bolla in un mondo in costante conflitto.

Negli attentati che hanno colpito l’Europa tra il 2015 e il 2016, i terroristi hanno sfruttato la libertà di movimento garantita dall’UE ed chi ci ha colpito, era spesso figlio o nipote di immigrati cresciuti in società che si ritengono aperte e democratiche. Come può l’Europa proteggere le proprie libertà fondamentali, come quella di movimento, e allo stesso tempo prevenire la radicalizzazione e garantire la sicurezza?

Oggi la sicurezza passa necessariamente attraverso l’adozione di canali sicuri e legali di ingresso nell’Unione Europea. Ho parlato in precedenza della Fortezza Europa, un sistema che, di fatto, rende impossibile entrare legalmente in Italia e nella UE. Il risultato è che le persone tentano di entrare illegalmente e noi non abbiamo più il controllo delle frontiere. In mezzo a queste migliaia di persone, magari una su 2.000, 3.000 o 5.000 può radicalizzarsi, o è già radicalizzata. Non dimentichiamoci, però, che molti degli attentatori legati all’ISIS o di altre organizzazioni terroristiche viaggiavano con documenti in regola, senza particolari difficoltà.

Il vero problema è un altro: gli attacchi terroristici che abbiamo subìto sono spesso stati compiuti da persone nate e cresciute in Europa – come Belgio e Francia– che non sono mai state realmente integrate. Per garantire la sicurezza, dobbiamo quindi accogliere legalmente e puntare seriamente sull’integrazione. Se lasciamo le persone ai margini della società – che siano figli o nipoti di persone immigrate decenni fa, o anche adulti e giovani arrivati da poco – creiamo terreno fertile per l’alienazione e la marginalità, la mancanza di prospettive, tutte condizioni che, nei casi più estremi, possono portare alla radicalizzazione. Dobbiamo lavorare per tutte e tutti, ma soprattutto per far accolte le nuove generazioni.

Questo è ciò che non è accaduto in Francia, nel Regno Unito, o in alcune aree del Belgio, e i risultati sono stati drammatici: basti pensare alla cellula di Molenbeek e agli attentati al Bataclan, all’aeroporto e alla metropolitana di Bruxelles.

Molte rotte migratorie seguono traiettorie che partono da Paesi i cui confini, tracciati con linee rette sulle mappe, riflettono un’eredità coloniale evidente. Possiamo dire che questi flussi siano l’espressione di un “passato che non passa”, in cui le conseguenze delle politiche coloniali e post-coloniali bussano oggi alle porte dell’Occidente. Perché l’Europa fa così fatica ad assumersi la responsabilità storica di queste dinamiche?

I confini tracciati con linee rette sono il segno evidente di come, durante la fase coloniale, l’Occidente abbia pensato di poter dividere territori, comunità e popoli con la semplice forza della penna e del potere. Ma quelle linee oggi ci tornano indietro come un boomerang. Prima hanno alimentato conflitti locali, poi, tra guerre e sfruttamento delle risorse naturali, hanno generato povertà e instabilità, elementi che portano inevitabilmente alla migrazione.

Abbiamo esportato un modello coloniale che, nei secoli, si è dimostrato fallimentare. Eppure, nonostante tutto, continuiamo a pensare di poter imporre il nostro modello: esportare la democrazia, comprare territori come se fossero merci – basti pensare all’idea di Trump di acquistare la Groenlandia – o continuare a sostenere governi fantoccio che fanno i nostri interessi a scapito di quelli dei propri cittadini.

Il caso della Siria, dell’Iraq e di molti altri Paesi è emblematico. Governi costruiti a tavolino, con il potere affidato a minoranze e penso agli Assad, alawiti, in un Paese a maggioranza sunnita; ma anche a Saddam Hussein, sunnita alla guida di un Iraq a prevalenza sciita. Abbiamo creduto di poter gestire quelle terre come ritenevamo più opportuno per i nostri interessi, ignorando le dinamiche sociali, religiose ed etniche.

Oltre ai governi, ci sono stati interi paesi costruiti a tavolino e mi viene in mente ad esempio il caso del Libano, che è stato voluto dalla Francia, proprio seguendo questa logica. Un Paese che, in origine, era parte della Siria, oggi conta circa quattro milioni di abitanti, di cui mezzo milione sono rifugiati palestinesi storici, e un milione e mezzo sono profughi siriani. Sedici gruppi etnici e religiosi convivono in un equilibrio fragilissimo, sorretto da un sistema istituzionale estremamente complesso, basato sulla distribuzione delle cariche per confessione religiosa. Eppure, il vero motivo della nascita del Libano come entità separata era geopolitico: far sì che la Francia potesse mantenere una presenza in Medio Oriente. Non a caso, una delle principali vie di Beirut si chiama ancora Boulevard Charles De Gaulle. Un dettaglio che dovrebbe farci riflettere, e molto.

In un periodo di tempo relativamente breve, le ONG che salvavano i naufraghi nel Mediterraneo, sono passate dall’essere considerate angeli del mare a scafisti e taxi del mare, con attacchi diretti da parte della politica. Perché il mondo informazione si è prestato a questa distorsione?

Gli attacchi contro le ONG sono stati profondamente strumentali. A dare spazio a queste accuse è stato Luigi Di Maio, che ha rilanciato la narrazione dei “taxi del mare” nata da Frontex, l’agenzia europea di controllo delle frontiere, all’epoca guidata da Fabrice Leggeri, oggi parlamentare europeo del Rassemblement National, quindi un lepenista dichiarato. Questo già basta a far capire da quale contesto politico provengano certe posizioni.

Prima di Di Maio, questa retorica era stata utilizzata da esponenti della destra italiana come Maurizio Gasparri. Ma anche Marco Minniti, pur non utilizzando questa definizione, ha poi messo in dubbio il lavoro delle ONG, rilanciando l’idea che la loro presenza incentivasse le partenze dei migranti, contribuendo così a creare un clima di sospetto e delegittimazione dell’operato di queste organizzazioni.

La stampa ha seguito questo cambio di linea, purtroppo, perché stava cambiando l’orientamento politico del governo italiano. In Italia, una stampa davvero indipendente è merce rara: lo abbiamo visto anche nel caso del genocidio a Gaza, dove molti giornalisti si sono adeguati a una narrazione che non ho problemi a definire imbarazzante. Ora alcuni sembrano denunciare il genocidio, ma in realtà ciò che promuovono è semplicemente la rimozione di Netanyahu, non una reale messa in discussione dell’assetto politico e statuale di Israele.

E lo stesso schema si è ripetuto con le ONG. Con l’arrivo di Minniti e il governo Gentiloni, le ONG non servivano più: c’era bisogno di chiudere le frontiere e bloccare la rotta migratoria dalla Libia. Così si è scelto di stringere accordi con personaggi come gli Al-Masri, soggetti che dovrebbero essere in carcere e che invece oggi si muovono liberamente in Libia, anche grazie al sostegno diretto dell’Italia che, con il Meloni, lo ha rimpatriato con un volo di stato.

Perché la sinistra ha scelto di seguire, o inseguire, la destra sul tema delle migrazioni e dell’accoglienza? A cosa si deve questa subalternità politica e culturale?

La sinistra non ha una propria idea, insegue la destra si fa dettare l’agenda,  motivo per cui le destre sono sempre avanti e continuano a crescere nei sondaggi dei paesi europei. Quello che ha fatto il PD renziano, nonostante fosse nel periodo post Renzi, con Minniti Ministro dell’Interno, è stato inseguire Salvini per provare a non far raccogliere voti alla destra. Ma se invece di proporre una propria agenda alternativa, si insegue la destra, perché le persone dovrebbero votare la sinistra? Il problema è che la sinistra non ha più quell’identità di classe che aveva prima e quindi si insegue la destra su determinati temi come l’immigrazione che è stata declinata tutta in termini di sicurezza. Minniti ha fatto esattamente le cose che ha fatto Salvini quando è diventato vice premier e Ministro dell’Interno e, in piena continuità, c’è stata anche Luciana Lamorgese con il Governo Draghi.

Nella parte dedicata al confine tra Israele e Palestina, tu aggiungi un particolare importante rispetto a quelli precedenti: parli chiaramente della questione di classe. Perché?

In quel capitolo parlo di una questione di classe, perché il conflitto tra Israele e Palestina viene spesso descritto come “ideologico”. In parte è vero, soprattutto se pensiamo al dibattito internazionale. Tuttavia, secondo me si dimentica una chiave di lettura fondamentale: quella coloniale.

C’è un occupante e c’è un occupato. E l’occupante, anche dal punto di vista economico, gode di una posizione di superiorità. Basti pensare alla Cisgiordania: dopo il 7 ottobre 2023, tutti i checkpoint, per i palestinesi con permesso di lavoro, sono stati chiusi all’improvviso. Una regione già fragile economicamente è così precipitata in una crisi drammatica. Questo perché gran parte dei lavoratori palestinesi della Cisgiordania era impiegata in Israele, nelle sue aziende e nei suoi cantieri.

Nel frattempo, e se ne è parlato pochissimo in Europa, Israele ha cominciato a “importare” manodopera dall’India e dall’Etiopia — due Paesi con cui mantiene relazioni privilegiate, per ragioni storiche e religiose — per sopperire alla mancanza di lavoratori palestinesi. Le aziende israeliane erano in crisi: senza lavoratori non potevano andare avanti.

Ecco perché il conflitto è anche una questione di classe, non solo di identità o ideologia. Ma purtroppo questo aspetto viene quasi sempre ignorato. Forse perché, come spesso accade, la lotta di classe esiste ancora, ma l’abbiamo persa noi. E chi l’ha vinta, i padroni, non ha alcun interesse a farne parola.

Sembra sempre più diffusa, nella politica e tra le persone, l’idea che la soluzione “due popoli, due stati” sia l’unica percorribile. Parlando però di confini, Gaza e la Cisgiordania sono separate da Israele. Secondo te, è una proposta davvero praticabile?

La soluzione “due popoli, due Stati” non mi sembra al momento praticabile, anche se moralmente è giusto sostenerla, perché significa riconoscere il diritto del popolo palestinese ad avere uno Stato. Ma nella realtà dei fatti, questa prospettiva è sempre più lontana. Lo ha detto chiaramente anche l’ambasciatore statunitense in Israele, affermando che “non c’è posto per uno Stato palestinese in Palestina”. La vera ragione – che però l’ambasciatore non ha esplicitato – è che Israele non ha alcuna intenzione di restituire i territori occupati.

E non si parla solo della Striscia di Gaza, oggi ridotta in macerie, o della Cisgiordania nel suo complesso. Il problema principale sono le colonie. Non si tratta solo di terra sottratta ai palestinesi: quelle aree sono abitate da coloni spesso mossi da un estremismo religioso radicale, convinti che quella terra gli spetti per diritto divino. Ed è evidente che con chi si muove su un piano di fede assoluta non si può negoziare politicamente, perché la politica è l’arte del compromesso.

Ma il nodo più critico è la geografia: le colonie israeliane sono distribuite “a macchia di leopardo” in tutta la Cisgiordania che è quindi spezzettata e priva di una continuità territoriale. E questo rende impossibile pensare alla Cisgiordania come alla base solida di un futuro Stato palestinese.

Non è solo un problema di due territori separati, come Gaza e Cisgiordania, che potrebbero essere eventualmente collegati con un corridoio (anche se Israele potrebbe occuparlo in qualsiasi momento). Il vero punto è che la Cisgiordania stessa non è più un territorio integro. È frammentata, attraversata da insediamenti posizionati in maniera strategica per il controllo delle risorse idriche e delle infrastrutture.

Smantellare queste colonie sarebbe indispensabile per creare uno Stato palestinese. Ma come si fa? Chi dovrebbe farlo? L’esercito israeliano, in parte composto anche da coloni o da chi li sostiene? Non sembra realistico. Le Nazioni Unite? Ovviamente no: non entreranno mai militarmente in quei territori, perché per farlo, dovrebbero usare la forza.

E allora, come si può ancora pensare di creare uno Stato palestinese in queste condizioni? A me sembra, purtroppo, una prospettiva sempre più irrealizzabile.

Quando la Russia ha invaso l’Ucraina, nei Paesi europei si è attivata una catena di solidarietà per dare assistenza e sostegno a chi scappava da una guerra, cercando altrove un rifugio. La politica, le persone, i mezzi di informazione erano schierati a sostegno di cercava un posto migliore in cui vivere. Perché nei confronti dei migranti che scappano da condizioni simili, ma da territori diversi, non c’è la stessa accoglienza? Da cosa deriva questo doppio standard?

La differenza nell’accoglienza riservata ai profughi ucraini – in particolare alle donne ucraine, visto che gli uomini non potevano lasciare il Paese a causa della legge marziale – rispetto a quella riservata ad altri migranti e rifugiati alle porte dell’Europa è evidente e sostanziale: le ucraine sono bianche, bionde, cristiane, europee dell’Est. È stato più facile, per gli europei, immedesimarsi in loro, ci sono sembrate simili a noi. Ben diverso è il caso di una donna afghana, di cui spesso sappiamo pochissimo. Il cittadino europeo medio non conosce la differenza tra sunniti e sciiti, non sa chi siano gli Hazara, né che i talebani perseguitano questa minoranza sciita. In mancanza di conoscenza, li percepiamo come “altri”, lontani, estranei. E questo ci impedisce di provare quell’empatia che porta poi a organizzarsi per dare sostegno.

Con l’Ucraina, invece, è scattata una gara di solidarietà impressionante. Straordinaria, sì, ma per certi versi anche quasi imbarazzante, se paragonata a quanto non facciamo per chi fugge da altri conflitti, spesso a pochi chilometri dai nostri confini. Ricordo che in quei giorni mi trovavo prima a Kiev, poi lungo i confini, per seguire l’esodo ucraino. Le persone dall’Italia mi chiedevano: “Cosa posso fare per aiutare?” E io rispondevo: “Vai in Bosnia, a due ore di macchina da Trieste. Lì c’è bisogno. Ci sono profughi in viaggio da anni.” Gli ucraini erano in fuga da appena due o tre giorni e, per fortuna, potevano già contare su una rete di sostegno organizzata. Ci sono altre persone che vengono invece lasciate indietro e abbandonate eppure fuggono per le stesse ragioni.

Insomma, è una questione di pelle, di religione, di percezione di vicinanza. Eppure, se ci pensiamo, Roma dista da Gaza o da Tripoli quasi quanto da Mariupol, e il punto più a sud dell’Italia è più vicino a Gaza di quanto Trieste non sia da Mariupol. Ma abbiamo smesso di guardare al Mediterraneo: il nostro sguardo si è spostato a nord, e questo racconta molto di noi.

L’Europa considera se stessa come un faro di civiltà. Eppure dai tuoi racconti, emergono particolari inquietanti sul modo in cui vengono gestiti i confini. Violenze e soprusi nei confronti dei migranti, sono all’ordine del giorno. Quanto è pericolosa questa politica basata sull’ipocrisia dei due pesi e delle due misure?

Per anni ci siamo raccontati di essere i più bravi, i più giusti, i più accoglienti. Ma oggi è evidente che esiste una politica dei doppi standard, e ormai tutti ne siamo consapevoli. Abbiamo deciso, di fatto, che la Dichiarazione Universale dei Diritti Umani vale solo per noi: per gli europei, per gli occidentali, per i ricchi. Per gli altri, non vale più nulla.

Abbiamo lasciato torturare, abbiamo lasciato morire, abbiamo chiuso le frontiere in nome del nostro benessere. Ci siamo rinchiusi dentro i confini del nostro privilegio, e abbiamo deciso che non vogliamo condividerlo con nessuno.

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