Nonostante i gravi problemi umanitari e la scarsa attenzione mediatica, l’Afghanistan attraversa oggi una fase di relativa tranquillità che potrebbe aprire a scenari futuri diversi.


Situato lungo l’antica “Via della seta”, l’Afghanistan è stato più volte invaso ma mai completamente sottomesso, tanto da meritarsi il titolo di “tomba degli imperi”. Nel XIX secolo né la Russia né la Gran Bretagna riuscirono a dominarlo durante il “Grande Gioco”. L’occupazione sovietica, la guerra civile, il regime talebano e l’intervento degli Stati Uniti hanno provocato gravi perdite e distruzioni. Dopo l’11 settembre, gli afghani furono associati a Talebani e Al Qaeda, accentuando l’isolamento politico ed economico del paese.


Gli Stati Uniti e i loro alleati non riuscirono a garantire stabilità, anche a causa della corruzione diffusa tra i signori della guerra e di una scarsa comprensione della società locale. Gli sforzi di pace sono stati ostacolati dai continui attacchi contro le forze internazionali e dalla diffidenza della popolazione. Alcuni afghani sono tornati nel paese attratti da migliori prospettive economiche, ma la stabilizzazione resta lontana, nonostante le numerose conferenze internazionali. Le interferenze regionali e internazionali continuano a condizionare la situazione.


Comprendere l’Afghanistan richiede un’analisi delle sue etnie e tribù, che fin dal 1747 cercano legittimazione attraverso legami ancestrali e rivalità. In questa società tribale, la famiglia ha più peso dei meriti individuali. La risoluzione dei conflitti è resa difficile dalla mancata legittimazione dello Stato e dalla riluttanza ad accettare un’autorità centrale. Segnati da violenza e povertà, gli afghani vivono in un clima di sfiducia diffusa e soffrono frequentemente di disturbi mentali che possono sfociare in episodi di violenza.


Nonostante la tradizione di ospitalità, permane una certa diffidenza verso gli stranieri, alimentata da esperienze passate. Gli afghani ascoltano volentieri, ma tendono a non condividere le proprie sofferenze, anche se i loro sguardi possono comunicare molto.
Stati confinanti come Pakistan e Iran hanno fortemente influenzato le vicende interne del paese. La questione dei Pashtun, popolo diviso tra Afghanistan e Pakistan, è tuttora una fonte di tensione. A questa si aggiungono questioni territoriali, etniche e religiose, che continuano ad alimentare vecchi conflitti. La Linea Durand, tracciata dall’Impero Britannico, è da tempo oggetto di contesa: le popolazioni locali non ne hanno mai riconosciuto la legittimità. La mancata risoluzione di questa disputa tra Kabul e Islamabad comporta costi economici e sociali rilevanti, e anche un piccolo incidente può degenerare in un conflitto più ampio.
Recentemente, al valico di Torkham, principale punto di frontiera nei pressi del Khyber Pass, si sono verificati scontri tra truppe afgane e pakistane, con conseguente chiusura del confine. Anche le tensioni con l’Iran, dovute a contenziosi irrisolti, necessitano di arbitrati internazionali. Incidenti nelle zone di confine continuano a verificarsi, accompagnati da frequenti accuse reciproche.


A ciò si aggiunge la questione dei profughi afgani: la loro presenza massiccia nei paesi vicini genera continui attriti. Il governo pakistano ha annunciato l’espulsione forzata dei migranti afghani a partire da fine marzo 2025. Già ora, la polizia pakistana ha intensificato gli arresti degli immigrati irregolari.


L’Emirato Islamico dell’Afghanistan, nome ufficiale del paese, resta dipendente dagli aiuti esterni. L’attuale leadership, alla ricerca di fondi per vari progetti, tenta di attrarre investimenti stranieri e auspica relazioni positive con i paesi occidentali, puntando anche alla revoca delle sanzioni. Pur sollevando dubbi, questi segnali rappresentano un passo avanti rispetto al passato isolamento del regime talebano.
L’inflazione dei beni essenziali e la disoccupazione aggravano la crisi umanitaria. Nonostante le difficoltà, alcune organizzazioni umanitarie continuano a operare. Il governo ha migliorato alcuni servizi pubblici, distribuito terreni a migliaia di famiglie e avviato misure contro la povertà. Sono ripresi i contatti con gli USA e altri paesi occidentali, con un approccio più pragmatico. L’Afghanistan ha inoltre ottenuto risultati importanti nella lotta alla coltivazione dell’oppio.


Si discute di una possibile riapertura dell’ambasciata statunitense a Kabul, cui potrebbero seguire altre. Accordi politici ed economici con paesi centroasiatici, del Golfo, con India e Cina mostrano l’intento di uscire dall’isolamento. Progetti come la diga nella provincia di Zabul e i collegamenti ferroviari con Iran e Turkmenistan indicano una volontà di sviluppo.


L’adesione alla Sharia appare oggi più flessibile, per favorire la riconciliazione nazionale. Tuttavia, la carenza di infrastrutture rende la vita difficile, in particolare per gli sfollati e molti abitanti di Kabul, che vivono senza acqua corrente né energia stabile. Nonostante la miseria, la comunità internazionale non può restare indifferente. La visione fatalista dell’Islam aiuta molti a sopportare le difficoltà, spesso sostenuti da parenti emigrati. La diaspora afgana, presente in tutto il mondo, costituisce un supporto economico fondamentale.
Con un’età media molto bassa, l’Afghanistan conta numerosi orfani e bambini mutilati dalle mine, spesso abbandonati a sé stessi, come testimoniato dai medici Gino Strada e Alberto Cairo. Le condizioni sanitarie restano drammatiche, con un’alta mortalità infantile e malattie infettive diffuse.


La leadership attuale si confronta con sfide complesse e deve bilanciare le esigenze della popolazione. Nonostante le difficoltà, si percepisce un impulso al cambiamento, favorito da una fragile pace, occasionalmente minacciata da attacchi dell’ISIS. Il paese sembra in transizione verso un sistema più aperto, sebbene l’Islam mantenga un ruolo centrale come collante sociale. È fondamentale considerare la varietà di fattori – spesso trascurati – che caratterizzano la realtà afgana. Pur essendo oggi l’Islam religione ufficiale, permangono credenze preislamiche e il Sufismo continua a influenzare la mentalità collettiva.
Durante il mio recente soggiorno ho notato segnali di cambiamento, seppur cauti. Dettagli apparentemente marginali possono rivelarsi significativi. Il governo incoraggia nuove attività, nonostante le resistenze interne. All’interno della dirigenza talebana convivono tendenze diverse, e chi spinge per un’apertura agisce con discrezione. Non vi è più l’uniformità del passato: nelle città si osserva maggiore varietà negli abiti e nei colori. Prodotti tecnologici sono sempre più diffusi tra i giovani, anche se alcuni temono possano indebolire i valori tradizionali. Alcuni comportamenti un tempo vietati, come l’uscita delle donne senza accompagnatore, sono ora tollerati con limitazioni.
Il mondo maschile e quello femminile restano separati. I diritti delle donne sono ancora violati, ma esistono gruppi che cercano l’indipendenza economica. Gli uomini non sono più obbligati a portare la barba o indossare l’abito tradizionale. Anche la musica è consentita, seppur non nei luoghi pubblici. Sono nate nuove attività commerciali, ma persistono consuetudini che possono frenarne lo sviluppo. L’apertura al turismo, seppur limitata, potrebbe giovare all’economia e facilitare il confronto con altre culture.


L’Afghanistan ha molto da offrire: paesaggi naturali straordinari e un ricco patrimonio culturale. Oggi è possibile viaggiare con una certa sicurezza, sperimentando l’ospitalità del popolo afgano.


Molti giovani aspirano a emigrare per un futuro migliore, affrontando grandi rischi. Chi riesce a rifarsi una vita all’estero spesso sostiene economicamente i familiari rimasti. In patria, i giovani introducono nuove idee, in contrasto con l’autorità paterna tradizionale, generando potenziali conflitti generazionali.
L’Afghanistan è più aperto rispetto all’epoca del Mullah Omar. L’Occidente deve saper cogliere questi segnali senza pregiudizi. Si spera che il paese possa diventare pacifico e aperto al mondo, riscoprendo anche il suo passato culturale, come testimonia la figura del poeta Rumi. Serve una politica capace di superare le fratture storiche, evitando nuovi conflitti e correggendo le ingiustizie del passato. Gli afghani, in patria e all’estero, desiderano pace e continuano ad amare profondamente la loro terra.

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