Da anni, nel quadrante est della Capitale, i cittadini sono costretti a pagare per entrare e uscire dalla propria città.

È il paradosso dell’autostrada A24 nel tratto urbano: tre caselli (Lunghezza, Ponte di Nona e Settecamini), tutti all’interno del territorio comunale, dove ogni giorno migliaia di residenti versano un pedaggio per potersi spostare.

Il tema è tornato centrale il 5 maggio scorso, quando comitati, associazioni e rappresentanti delle istituzioni locali si sono riuniti in presidio davanti al Ministero delle Infrastrutture e dei Trasporti, in una manifestazione promossa dal Partito Democratico di Roma e dal Gruppo Cconsiliare PD in Campidoglio.

L’obiettivo era chiaro: chiedere al ministro Matteo Salvini l’abolizione di un pedaggio iniquo, promesso (da lui e dalla Premier Meloni) più volte in campagna elettorale e mai rimosso.

Nelle settimane precedenti alla manifestazione, l’Assemblea Capitolina ha approvato una mozione presentata tra gli altri dalla Presidente Svetlana Celli e dai consiglieri Mariano Angelucci e Nella Converti. Il documento impegna la Giunta di Roma Capitale a farsi portavoce presso il Governo per l’abolizione del pedaggio nei tratti urbani dell’A24.

Anche nel nostro VI Municipio abbiamo portato la questione in aula. Sono il primo firmatario di un ordine del giorno che chiedeva con chiarezza la rimozione del pedaggio urbano e misure concrete a tutela della mobilità per i cittadini delle periferie. Il testo è stato respinto dalla maggioranza di centrodestra, dimostrando – ancora una volta – quanto il territorio venga sacrificato alle logiche di partito.

Eppure, il VI Municipio è il più colpito da questa anomalia. È qui che risiedono la maggior parte dei cittadini che ogni giorno pagano 1, 1,30 o 1,70 euro a tratta per accedere a un’autostrada che, nei fatti, è diventata un viale urbano.

Un residente a Lunghezza che utilizza l’A24 per andare al lavoro spende in media 70 euro al mese solo in pedaggio. A questo si sommano i costi di carburante e tempo. Le alternative di trasporto pubblico sono spesso insufficienti, anche e soprattutto   per via dell’estensione geografica di questa parte di città e le tante opere delle quali questo territorio ha disperatamente bisogno sono, nel migliore dei casi, ancora in fase di progettazione.


Nel 2024 la concessionaria Strada dei Parchi SpA ha incassato quasi 17 milioni di euro solo dai tre caselli urbani. Di questi, oltre 6,5 milioni provengono dal solo casello di Ponte di Nona. Secondo i dati raccolti, oltre 260.000 residenti di Roma sono direttamente coinvolti.

Nel frattempo, altre infrastrutture a uso urbano – come il Grande Raccordo Anulare o la Roma-Fiumicino – restano gratuite grazie a contributi pubblici. Per l’A24, invece, nulla è stato fatto. Eppure, coprire il pedaggio con fondi statali costerebbe circa 14 milioni di euro l’anno: una cifra contenuta, a fronte del beneficio diretto per migliaia di famiglie.

In risposta all’interrogazione presentata dal deputato PD Andrea Casu, il Ministero delle Infrastrutture ha dichiarato di non voler assumere l’onere dell’abolizione del pedaggio. Nessun impegno, nessuna convenzione alternativa, nessuna apertura a un tavolo con Comune e concessionaria.

Il Ministro Salvini, che nel 2022 si era pubblicamente espresso per l’abolizione, oggi si limita a vaghe “agevolazioni” o “sconti” da concordare con il gestore, tutte idee di provvedimenti dei quali nessuno ha mai visto neppure una bozza. Una posizione che nega le aspettative dei cittadini e contraddice le stesse promesse formulate in campagna elettorale.

Dal 2007 – anno di attivazione del pedaggio urbano – ad oggi, sono passati quasi vent’anni. Il problema è rimasto. Le proteste si sono susseguite, le soluzioni annunciate non sono mai arrivate. Nessun governo, finora, ha avuto la volontà politica di chiudere questo capitolo.

Come Partito Democratico del VI Municipio continueremo a portare avanti questa battaglia. Non si tratta solo di una questione economica, ma di una rivendicazione di equità per un intero quadrante della città. Chi abita a Roma Est non può essere trattato come utente autostradale ogni volta che entra in città.

Lo dobbiamo a chi ogni giorno affronta traffico, tempi lunghi e costi sempre più alti. Lo dobbiamo a un territorio che non vuole più essere considerato marginale.

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