
Don Mattia, tu sei fra gli attivisti di Mediterranea spiati con il software Paragon.
Cosa hai pensato quando hai capito di essere intercettato?
Ho provato un senso di sorpresa e preoccupazione per le persone che parlano con noi, soprattutto per quelle che si trovano in condizioni pericolose in Libia e in Tunisia.
Il Sottosegretario Alfredo Mantovano ha ammesso quello che in tanti sospettavamo da tempo e cioè che il Governo abbia dato mandato di spiare gli attivisti di Mediterranea perché vi considera un “pericolo per la sicurezza nazionale”.
Secondo te, che tipo di pericolo rappresentate?
Questo è un punto importante: la solidarietà è una questione di sicurezza nazionale? La solidarietà è diventata qualcosa di eversivo? Il capitolo dello spionaggio è l’ennesima pagina della criminalizzazione della solidarietà, in atto da vari anni e frutto ultimo dell’individualismo neoliberista: se le società, i sistemi economici, il consenso politico si basano sul fatto che al centro c’è l’individuo che pensa egoisticamente a se stesso, è chiaro che la solidarietà risulta sovversiva.
Quando Matteo Salvini era ministro dell’interno, attaccava costantemente le ONG, cercando di rendere mediatica la sua lotta contro di voi e contro i migranti. Oggi sembra che il Governo continui a contrastare le ONG ma con un metodo più sottile.
È così? Cosa stanno facendo?
I fermi amministrativi alle navi delle ong, i porti lontani, sono tutti modi di ostacolare la società civile che si attiva per il soccorso in mare. A questo si aggiungono le campagne diffamatorie che sono state condotte da alcuni media.
Salvare le vite in mare è considerato da sempre un dovere etico e morale.
Come si è arrivati a criminalizzare chi fa una cosa umana come aiutare i naufraghi?
Attraverso la criminalizzazione della solidarietà che ha viaggiato su due binari. Il primo è l’egemonia culturale del neoliberismo, attraverso la quale si è cercato di creare una società in cui gli individui pensano solo a se stessi. Margaret Thatcher diceva: “L’economia è il mezzo, il fine è cambiare la società”. Questa egemonia viene realizzata nel sistema economico ma anche attraverso prodotti culturali incentrati sul modello dell’individuo che pensa a se stesso. L’altro binario è stata la criminalizzazione perpetrata negli anni attraverso la propaganda, gli attacchi politici e giudiziari giudiziari, le campagne diffamatorie sui media.
Tu conosci bene anche quello che succede in Libia. Ci puoi parlare degli effetti di queste politiche di respingimento, messe in campo finanziando la cosiddetta Guardia Costiera Libica?
In Libia si assiste ad una sistematica distruzione dell’umano. Nei lager libici avvengono quelli che l’ONU definisce “orrori indicibili”. Questo sistema vede il protagonismo della mafia libica, che si rafforza sempre di più, al punto che alcuni suoi boss hanno acquisito ruoli apicali negli apparati statali e militari libici. È ad esempio il caso di Almasri.
Perché la sinistra ha ceduto alla destra sul campo delle migrazioni e poi della sicurezza? Vedi segnali di cambiamento che possono farci ben sperare?
Probabilmente perché ci si è dimenticati che la vera sfida era ed è una sfida sociale e culturale. Si è ceduto all’egemonia culturale di chi considera l’immigrazione prima di tutto un fastidio e un peso. I segnali di cambiamento ci sono, sia sulla questione libica sia sulla questione dell’accoglienza. Si è presa la strada giusta: quella di un dialogo, una sana dialettica, una leale collaborazione tra politica e società civile, associazioni, movimenti, comunità. Occorre prendersi per mano e costruire insieme l’accoglienza. Solo così si possono trovare, insieme, le soluzioni a questa sfida.
Cosa può fare ognuno di noi per sostenere le attività delle ONG che salvano le persone migranti?
Si possono fare tante cose, ci si può iscrivere, si possono fare donazioni, si possono avviare tante forme di collaborazione. L’importante è prendersi per mano, come persone e come associazioni, e camminare insieme.
