Il famoso esempio degli orologi rotti che due volte al giorno segnano l’ora esatta, ha trovato la sua ennesima dimostrazione in due delle frasi che ha pronunciato Giorgia Meloni nell’offensiva contro il Manifesto di Ventotene che ha orchestrato alla Camera dei Deputati la scorsa settimana. 

La prima è la sua ammissione lapidaria: quella di Altiero Spinelli ed Ernesto Rossi, libera e unita, non è la sua Europa. La seconda riguarda invece chi usa il manifesto per difendere acriticamente questa Unione Europea, ammettendo implicitamente di non averlo letto. Possono sembrare due questioni scollegate che hanno però una radice comune.

Partiamo dal primo punto. È del tutto naturale che una donna che si ascrive orgogliosamente nella storia della destra post-fascista italiana e che vuole farsi interprete di quella tradizione, non si riconosca nel Manifesto. La cosa positiva, è che questa è una buona notizia. L’Europa immaginata a Ventotene nell’estate del 1941 da quegli intellettuali antifascisti al confino, si basava sull’idea che dalla tragedia della Seconda Guerra Mondiale, sarebbe potuta nascere un’Europa libera e unita e che questa nuova struttura basata su un’unione di Stati, avrebbe potuto garantire una vita migliore a tutte e a tutti, a partire dalle classi subalterne, che avrebbero visto migliorare la propria condizione grazie alla riduzione delle disuguaglianze. 

Secondo il filosofo e politologo Norberto Bobbio, le differenze tra destra e sinistra si trovano proprio nell’approccio alle disuguaglianze: le forze progressiste lavorano per ridurle o eliminarle mentre quelle conservatrici e reazionarie, vogliono mantenerle e aumentarle. Stando a questo ragionamento, come potrebbero Meloni e i suoi accettare un’Europa di sinistra?

E come potrebbero poi apprezzare un testo che demonizza il nazionalismo, accusandolo si essere la miccia che ha fatto scoppiare due conflitti mondiali? Il federalismo di Ventotene è molto radicale, tanto è vero che prevede la dissoluzione degli stati nazionali come presupposto per l’unità europea. Giova ricordare che Spinelli e Rossi avevano visto  e subìto le guerre mondiali e sapevano che entrambe erano deflagrate a causa di quei nazionalismi che, ontologicamente, non contemplano la coesistenza pacifica tra gli stati ma li spingono alla competizione, al conflitto, alla distruzione reciproca. 

È chiaro che a Meloni faccia gioco attaccare un simbolo che unisce le opposizioni in modo da distogliere l’attenzione sulle tre idee diverse di politica estera che hanno i tre partiti di governo. A giudicare dalle reazioni, si può dire che abbia messo in campo una strategia vincente. E così arriviamo al secondo punto toccato dalla Presidente del Consiglio, quello che riguarda proprio le opposizioni.

Si è molto parlato in questi giorni delle parole sulla proprietà privata contenute nel Manifesto e aspramente criticate da Meloni. Leggendo quella parte per intero, si capisce che l’interpretazione che ne ha dato la leader di Fratelli d’Italia è molto diversa da quella proposta dai confinati antifascisti. Spinelli e Rossi non si scagliano infatti contro la proprietà privata in generale ma fanno esempi specifici, inseriti all’interno di un contesto che è una riflessione più ampia sul rapporto tra economia e politica. Se dovessimo calarlo sull’oggi, potremmo dire che l’invettiva non sarebbe certo rivolta a chi possiede una casa o un auto o un’azienda. Spinelli e Rossi parlano del problema della grande proprietà privata, quella che privilegia la rendita e l’eredità rispetto al lavoro e all’impegno, che accumula così tanta ricchezza da riuscire a incidere sulle politiche pubbliche, subordinando lo Stato e le istituzioni democratiche al volere del miliardario di turno.

Non aver posto un freno a questo accaparramento senza fine, nei decenni scorsi, ha condannato gli Stati europei a trovarsi spesso sotto il ricatto dei proprietari delle grandi aziende del manifatturiero che riuscivano a imporre decisioni che avvantaggiavano solo loro a discapito dei cittadini. E oggi, come dimostrano Elon Musk e Jeff Bezos tra gli altri, i grandi signori del tech possono fare peggio dei loro predecessori industriali, proprio perché la politica europea non ha voluto disturbare chi sosteneva di creare posti di lavoro e ricchezza per tutte e tutti.

In un altro passaggio del Manifesto, Spinelli e Rossi non demonizzano l’iniziativa privata delle persone ma ritengono che debba essere sfruttata non per fini individuali e individualistici, bensì per aiutare tutta la società a progredire, grazie all’impegno di ciascuno. Creare maggiore ricchezza per poterla poi redistribuire, avendo cura di aiutare chi non può o non ce la fa. 

In questi decenni, le disuguaglianze tra i cittadini e le cittadine dell’Unione Europea, sono aumentate. Se torniamo a Bobbio, possiamo quindi affermare che le politiche messe in campo dall’UE, nonostante la partecipazione delle forze di sinistra, siano state essenzialmente politiche di destra. E quando la forbice tra le persone si allarga, quando chi stava bene sta meglio e chi stava male sta peggio, le persone perdono fiducia in quelle istituzioni che dovrebbero aiutarle. Non possiamo poi non capire come mai queste stesse istituzioni siano viste come l’emblema della tecnocrazia che avvantaggia i ricchi e non si cura dei bisogni delle persone, offrendo carburante ideologico ai diversi populismi. Questa Unione Europea, in cui gli interessi delle singole nazioni prevalgono sempre su quelli comuni, è ben distante da quella immaginata 84 anni fa su quella piccola isola del Mar Tirreno.

Le forze democratiche e socialiste, dovrebbero riprendere davvero il Manifesto per un’Europa libera e unita scritto a Ventotene, leggerlo a fondo e riuscire ad interpretarlo, sia in Italia sia a Bruxelles e a Strasburgo, non tanto e non solo per dare vita al sogno di Spinelli e Rossi ma perché l’Europa, non potrà mai essere libera e unita se non sarà anche giusta e solidale, per tutte e tutti.

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