
Milano, su input del Viminale, ha istituito fino al 31 marzo ben 5 “zone rosse”, non per un evento eccezionale e circoscritto temporalmente, ma ordinarie, dove l’accesso potrà essere impedito a persone “specie di giovane età e sovente di provenienza extracomunitaria (cd. di seconda generazione), si riversano in varie aree del Comune di Milano con la volontà di dar vita e festeggiamenti spontanei con possibili ripercussioni su ordine e sicurezza pubblica”, come detto dal Prefetto.
Attenzione, non si tratta di vietare la presenza in queste zone di chi vi commetta reati. In questo caso le forze di polizia, come su tutto il territorio del Paese, hanno pieno potere di intervento, di arresto e deferimento all’Autorità giudiziaria. Parliamo di una zona grigia, di persone che, sulla base di una valutazione di Polizia, verranno ritenute potenzialmente capaci di assumere atteggiamenti pericolosi per la sicurezza delle persone e per questo allontanate. O dell’allontanamento preventivo di persone con precedenti penali o di polizia per reati contro il patrimonio o la persona, comprese le occupazioni abusive di case (si parla chiaramente di “disagio abitativo”), ritenute “non gradite” e pericolose. Anche a Napoli sono state adottate per 88 giorni “zone rosse” per Vomero, Chiaia, Decumani e zona Garibaldi.
Si ribadisce, chi compie atti di violenza, molestie e illeciti penali va assicurato alla Giustizia. Qui il tema è se invece si possano limitare con misure eccezionali i movimenti di chi non abbia commesso alcun reato e il presupposto di tale intervento.
Ciò pone seri interrogativi in punto di libertà individuali:
1) La differenza tra precedenti penali e precedenti di polizia è che i primi riguardano fatti criminosi accertati con sentenza di condanna passata in giudicato, i secondi invece sono dati e informazioni conservati nell’archivio SDI e riguardano anche procedimenti ancora pendenti (per cui vige la presunzione di innocenza), oppure archiviazioni e assoluzioni. L’allontanamento preventivo dalle “zone rosse” potrebbe scattare anche in presenza di una sentenza di assoluzione.
2) Con riferimento ai precedenti penali, chi ha scontato la sua pena ha pagato il suo prezzo alla società e va considerato reinserito. Se l’Autorità giudiziaria ritiene un imputato socialmente pericoloso, applica, dopo la pena, una specifica misura di sicurezza, diretta alla rieducazione e rivedibile.
3) Le “zone rosse” del Governo Meloni non sono legate ad eventi eccezionali o a ragioni emergenziali, ma sono la risposta “normale” che le destre vogliono dare alla richiesta di sicurezza dei cittadini e al fenomeno della microcriminalità, ovvero quei reati più legati al disagio sociale.
Le Camere penali con il Presidente Francesco Petrelli hanno già denunciato l’attacco alle garanzie individuali ed il pericolo del restringimento dello spazio di libertà, dove anche il mero indagato o addirittura l’assolto potrebbero diventare soggetti “non graditi” e destinatari dell’allontanamento.
Il Consiglio di Europa nell’ottobre scorso ha denunciato gli aspetti di intolleranza e di profilazione etnica assunti sempre più dalle Forze dell’Ordine italiane.
Parlare genericamente di “persone indesiderate” lascia spazio ad arbìtri.
La richiesta di maggiore sicurezza, spontanea o indotta, reale o cavalcata, sta diventando, per il Governo più di destra della storia repubblicana, l’occasione per ampliare sempre più i poteri di Polizia e restringere le libertà e il diritto di movimento delle persone (garantiti a livello costituzionale e convenzionale).
Meloni si serve di strumenti-manifesto che non costruiscono soluzioni, ma spostano i problemi da un luogo all’altro. Anche il DDL (in)Sicurezza, che, se approvato definitivamente, colpirà duramente i fragili, i poveri e le categorie più emarginate, prevede nuove figure di reato che limiteranno per tutti libertà costituzionalmente garantite come la manifestazione del proprio pensiero in forma associata, la libertà di adunanza, o, ancora, il diritto alla resistenza passiva. Il fine è quello di restringere le maglie del dissenso ed estendere quelle dei controlli.
Oggi si può già allontanare dalle zone “zone rosse” chi abbia occupato abusivamente un immobile, domani toccherà a chi avrà partecipato a manifestazioni di piazza contro il Governo.
Potranno essere allontanati, perché ritenuti preventivamente pericolosi, gruppi di ragazzi nuovi italiani, homeless, persone vulnerabili o con evidenti problemi fisici e mentali, persone tossicodipendenti, donne rom, persone che verranno respinte centrifugamente dalle aree della città più protette, solitamente quelle più centrali e di maggior pregio, verso le periferie, dove disagio ed emarginazione già la fanno da padroni, creando quartieri di serie A e quartieri di serie B.
Invece, una seria risposta alla richiesta di sicurezza dovrebbe tenere in equilibrio libertà costituzionali, Stato democratico e tutela delle persone.
A Roma il Prefetto Lamberto Giannini, nel suo report di fine anno, ha tratteggiato una città più sicura. Omicidi dimezzati e tutti risolti, meno rapine, furti ed estorsioni. Rimane il fenomeno del traffico di stupefacenti, anche in forma organizzata ed associata, che alimenta la microcriminalità in strada. Qui vanno indirizzati gli sforzi di repressione e prevenzione.
Durante le festività natalizie e l’avvio del Giubileo, Prefettura e Questura hanno attivato misure di controllo adeguate e tutto si è svolto senza incidenti. Nonostante l’assenza di allarmi emergenziali, l’attività di intelligence non si è mai fermata e la nostra sicurezza è stata pienamente garantita, insieme con le nostre libertà. Digos e servizi informativi stanno rafforzando il loro lavoro, tutelandoci egregiamente. Eppure dal Viminale arriva la spinta ad istituire anche a Roma delle “zone rosse”, in particolare a Termini-Esquilino. Bene ha fatto ieri il Sindaco Roberto Gualtieri a chiedere che la Capitale rimanesse tutta “zona bianca” e si intervenisse, invece, con poteri di polizia ordinari e non eccezionali, a rafforzare i controlli con videocamere e più agenti dove necessario.
Spostare persone dalle “zone rosse” di Via Monte Napoleone, del Vomero o pure di Via Giolitti alle “zone calde” più periferiche, dove spesso mancano stato sociale, assistenza sanitaria, lavoro, casa non produce più sicurezza.
Ha ragione Don Mattia Ferrari, che l’Esquilino lo conosce bene, quando ricorda che non si combatte la marginalità con sgomberi e allontanamenti e che bisogna, invece, proseguire nel lavoro di ricucitura delle fratture sociali.
Oggi non c’è alcuna emergenza che giustifichi la militarizzazione delle nostre città o la limitazione dei movimenti in zone circoscritte. Non è stato fatto negli anni di piombo, non è stato fatto nello scontro Stato-Mafia degli anni ’90, non è stato fatto davanti al pericolo ISIS.
Non possiamo permettere di trasformare il Giubileo da occasione di pacificazione e speranza, in un pretesto per sperimentare il modello di sicurezza repressiva delle destre
La destra crea emergenze, diffonde paura e comprime i diritti, come avvenuto con i migranti e il fallimentare hub in Albania.
Il rispetto dei diritti umani e della nostra Costituzione vengono prima. Rincorrere le destre nelle loro tensioni securitarie e di repressione sarebbe un errore, non solo perché la ricetta originale è la loro e su quel terreno sarebbero sicuramente in vantaggio, ma soprattutto perché non si tratta di soluzioni strutturali, ma di comodi strumenti di compressione di libertà e diritti a costo zero, che ignorano i problemi reali.
Oggi tutte le forze democratiche, socialiste e progressiste hanno il compito di costruire anche su questo tema una proposta equilibrata, credibile ed efficace, alternativa ai disastri del Governo Meloni.
