
La Siria vive l’alba di una pacificazione o di un nuovo stato d’incertezza? Assad se ne va in Russia, dal protettore storico, non più così abile alla funzione per motivi che possiamo intuire. Assad esce di scena senza la minaccia delle armi ma in conseguenza di un presumibile accordo tra potenze, per esempio Turchia, Russia, Israele, Arabia Saudita, Egitto, con l’assenso attivo degli Stati Uniti e il dissenso indignato, ma temporaneamente impotente, dell’Iran.
Poi ci sono gli attori non statali, operanti sul campo, in parte mossi da sentimenti di rivalsa politicoreligiosa, in parte soggetti alle esigenze delle rispettive potenze di riferimento. Hezbollah lascia il nord della Siria per volgere l’attenzione al fronte della guerra con Israele. I jihadisti sunniti, concentrati forzosamente nella porzione di Siria controllata dalla Turchia, si insinuano in una crepa annunciata e marciano, trionfalmente e senza disturbo alcuno, verso sud, fino a conquistare Aleppo e, in pochi giorni, la capitale Damasco.
Il capo incontrastato, Abu Mohammed al-Jolani, dopo avere, tra il 2012 e il 2016, sostanzialmente sdoganato in Siria Al Qaeda, rompe con il Califfato e intraprende una via personale di contrasto al tiranno alawita. Unisce le diverse sigle di combattenti jihadisti sunniti, escludendo apparentemente le frange più radicali, sotto la denominazione Hayat tahrir al Sham (Comitato di liberazione del Levante) e istituisce il cosiddetto governo di salvezza a Idlib, città siriana situata vicino al confine con la Turchia.
Questa, sommariamente, la cronologia dei fatti. Veniamo ora alle implicazioni di natura politocostrategica. Al di là di qualche saccheggio nei siti presidenziali, pubblici e privati, l’azione del Comandante (o terrorista, secondo prospettiva) al-Jolani, è attesa, benedetta dalla popolazione e legittimata dalla sfera politico-istituzionale. Tanto è vero che il Parlamento, l’Università e le Scuole, dopo l’8 dicembre, hanno continuato regolarmente a funzionare e i militari, dell’esercito regolare siriano, hanno mantenuto una neutralità composta.
Del resto, al-Jolani si sta presentando come il pacificatore delle diverse componenti etnico-religiose siriane, dimostrando un presunto moderatismo che dovrà essere verificato nei fatti.
La Turchia, come del resto l’Egitto, sponsorizza i sunniti, in particolare la componente dei Fratelli Musulmani, con l’obiettivo di instaurare un governo islamico (sunnita) moderato in Siria e di ricevere, in contropartita, un’efficace azione repressiva nei confronti dei temuti Curdi al confine nordoccidentale. Di questo, già si vedono i primi effetti. Contingenti di truppe dell’esercito regolare libanese si stanno ammassando nella zona nord per porre una barriera armata alle milizie curde. In merito, arrivano notizie dei primi scontri.
La Repubblica sciita dell’Iran risulta la prima sconfitta. In Siria come in Libano e in Palestina. Temporaneamente la sua capacità di guerra asimmetrica in Medio Oriente, attraverso gli attori non statali di riferimento (Hezbollah, Hamas), risulta in declino, sotto i colpi di Israele e del mondo sunnita.
L’Iran, con una difficile situazione interna, conseguenza anche dei fallimenti internazionali, potrebbe spingere sulla dottrina nucleare per impostare una politica revanscista dai contorni non facilmente prevedibili.
La Russia si occupa del transfuga Assad e ottiene, non sappiamo per quanto, la salvaguardia delle sue due basi militari di Tartus (Marina) e Khmeimim (aviazione). Putin non può permettersi di lasciare il Medio Oriente ma, oltre i proclami, non può sostenere tutti i fronti aperti, dall’Ucraina al Mediterraneo.
Israele ha campo libero per distruggere i quartier generali e i depositi di armi di Hezbollah nel nord della Siria e fiaccare così l’influenza iraniana nello scacchiere mediorientale, attraversato da molteplici fronti di guerra. Si rafforza, in un’eventuale resa dei conti finale con l’Iran.
Gli Stati Uniti intraprendono azioni militari di disturbo a ogni tentativo dell’Iran di inviare truppe in aiuto di Assad, ma tendono a mantenersi formalmente fuori dalla mischia. Trump dichiara ufficialmente: “non è la nostra battaglia”.
I paesi del Golfo, finanziatori storici dei gruppi jihadisti anti Assad, puntano ad abbattere l’avamposto siriano dell’influenza sciita iraniana.
La Giordania, che ha avuto e ha un ruolo equilibratore fondamentale nell’area, dal momento che ospita il numero più alto di rifugiati siriani perseguitati dal governo di Assad, guarda con molta attenzione e pragmatismo agli sviluppi del conflitto siriano delle ultime ore.
Infine, il ruolo dell’Iraq (a maggioranza sciita) nel conflitto siriano, sebbene condizionato da difficoltà di politica interna, ha avuto sempre una sua centralità dal punto di vista geografico, perché attraverso le linee lungo l’Eufrate, tradizionalmente veniva garantito l’afflusso di rinforzi filoiraniani. Questo canale risulta ora interrotto.
Per concludere, le promesse di costruzione di una democrazia islamica moderata, fatte dai jihadisti sunniti, per la pacificazione e il rispetto delle diverse componenti siriane, vanno misurate, nel tempo, sulla base delle azioni effettive dei leader attualmente in campo. La questione curda sarà un grande banco di prova, come l’effettiva tutela dei gruppi quali: alawiti, cristiani, drusi. Inoltre, sarà molto importante verificare il ruolo che assumerà il Parlamento in questa nuova struttura istituzionale. Non dovremo aspettare molto per vedere il reale volto del nuovo sistema politico. Se saprà esprimere un governo plurale di transizione, laico sebbene ispirato religiosamente, oppure rappresenterà una nuova versione di islam politico diretto e pervasivo. Allora, diventerà fondamentale il ruolo, sostanziale e non solo formale, della comunità internazionale, su materie fondamentali come il diritto a esistere di individui e gruppi etnico-religiosi e il diritto dei profughi a reintegrazione e asilo. Problematiche che riguarderanno inevitabilmente l’Europa, al fine di scongiurare il rischio che la Siria diventi un nuovo Afghanistan, con tutte le pericolose ripercussioni.
