
Quamdiu stabit Colyseus stabit et Roma;
cum cadet Colyseus cadet et Roma;
cum cadet Roma cadet et mundus
“Finché esisterà il Colosseo, esisterà anche Roma;
quando cadrà il Colosseo, cadrà anche Roma;
quando cadrà Roma, cadrà anche il mondo
Beda il Veneralbile
Unico, inimitabile, iconico, il cosiddetto Colosseo non è altro che una rappresentazione ad uso e consumo della folla della potenza e della forza di Roma: quando fu eretto, per i soli cittadini romani, oggi, per tutti coloro che giungono nella Città Eterna.
Eppure, c’è sempre un eppure quando si prova a ragionare su fenomeni che coinvolgono diversi e complessi fenomeni economici e sociali, eppure- si diceva- il cosiddetto Colosseo è cosa ben diversa dall’Anfiteatro Flavio: l’uno è il grande attrattore turistico che fagocita altre meraviglie forse ancor più affascinanti e l’altro è l’elemento architettonico ed urbanistico che mostra alla Città ed al mondo la grandiosità dell’architettura romana.
La differenza tra i due?
L’ overtourism, quel fenomeno in cui le persone, turisti e residenti, avvertono che un luogo è visitato troppo causandone, così, una vera e propria perdita di senso di appartenenza. 50 anni fa il cittadino romano andava a Fontana di Trevi e la viveva, si sedeva sul bordo della vasca, si godeva il fresco della fontana e il piacere della visione. Oggi un cittadino romano non riesce ad attraversare la piazza, non può sedersi ad ammirarla e figuriamoci a rinfrescarsi. Non appartiene più ai cittadini, è un prodotto ad uso delle macchine fotografiche dei turisti che per il loro numero non riescono, oltretutto, a scattare immagini efficaci.
In altre parole, una rappresentazione, una percezione multidimensionale connessa alla vivibilità di un luogo, al benessere dei residenti e alle esperienze dei visitatori e caratterizzata dal conflitto con gli interessi di residenti e altri attori locali.
Ora, poiché è multidimensionale la causa, o il problema, multidimensionale deve essere il processo di elaborazione politica.
Moderni barbari, orde incivili, calpestatori di storia, molteplici sono state le definizioni che in questi ultimi mesi sono state affibbiate ai poveri turisti che sfidando temperature elevatissime provavano a godere delle bellezze del Bel Paese.
Eppure -gli eppure aumentano di numero- a loro il Bel Paese deve molto e non solo in termini economici: deve molto nella sua conservazione mnemonica, nella sua diffusione leggendaria, nella sua narrazione storica.
Il turista deve portare con sé soprattutto l’esperienza del viaggio se vogliamo che diventi un ambasciatore delle bellezze, e per come è costretto a fruirne oggi, non è affatto detto che porti con sé un’esperienza positiva da raccontare agli altri e che riesca a invogliarli a venire.
Il rispetto delle specificità della località, il coinvolgimento della comunità, la gestione della congestione, la riduzione della stagionalità e la diversificazione dell’offerta turistica rappresentano tutti elementi che concordemente possono portare ad una diversa gestione del turismo e della sua degenerazione nell’overtourism.
Eppure, siamo quindi giunti all’eppure conclusivo, soluzioni tecniche e politiche dal basso che favoriscano la conciliazione tra l’imperativo economico e le eredità sociali, culturali ed ecologiche di persone e luoghi possono essere intraprese se, e solo se, le politiche che vengono progettate non riconoscano apoditticamente i diritti degli uni (qualsiasi essi siamo) come privilegi e a scapito dei doveri degli altri (chiunque essi siano).
Un esempio? Le politiche di valorizzazione territoriale che prendendo spunto dalla passata amministrazione regionale che, in dieci anni, ha cambiato il paradigma del turismo perché ha posto al centro la valorizzazione e non lo sfruttamento dei territori, cambiando radicalmente l’approccio alla gestione del patrimonio culturale e non solo di quello economicamente produttivo.
Anche se può sembrare eccessivo si potrebbe ipotizzare anche una proposta nella quale il numero, fisico, materico dei turisti sia in qualche maniera ridimensionato o quanto meno distribuito nel tempo e nello spazio.
Se, come si è detto sopra, l’overtourism è un fenomeno sociale allora le proposte politiche devono essere in grado di governare ed indirizzare la programmazione economica così da creare ricchezza e non solo arricchire pochi operatori a danno di molti fruitori, siano essi turisti o cittadini.
Dove le scelte politiche sono state volte al semplice e facile incameramento di liquidità si è assistito ad un abbrutimento del bene culturale fino a svilirlo al rango di semplice oggetto economico; dove, al contrario, si è salvaguardata la storia e l’unicità di ogni singolo territorio, allora la ricchezza portata dai forestieri è stata la giusta ricompensa di un lavoro svolto per il benessere collettivo.
Dove, dunque, il confine tra turismo come elemento di potenziamento economico ed overtourism come fenomeno depauperativo?
Nell’azione politica declinata alla valorizzazione dei territori, nelle politiche che riconoscono specificità nelle comunità locali. Nell’attenzione alle esigenze di coloro che, affrontando spese e disagi, vogliono poter godere di un momento di infinito e di coloro che, cittadini di una città come può essere Roma, subiscono il disagio dell’overtourism, volendo, però, poter continuare a godere il loro momento di infinito quotidiano.
In questa visione politica il turismo sostenibile deve rigenerarsi mutuando dalle sfide ambientali le opportunità di crescita. Non più e non solo unicamente i grandi attrattori culturali ma anche le piccole e meno note, ma non per questo con minor potere di fascino, testimonianze di quel passato del quale proprio i cittadini che le frequentano e le vivono ne possono tramandare la storia e le storie ad esse connesse.
Roma (il suo immenso centro storico), comprensiva della Città del Vaticano dal 1980, è nell’elenco dei siti italiani del patrimonio culturale dell’UNESCO.
Unicamente Roma, solamente Roma, come unico sito. E tutto il resto? Tutto ciò che è al di fuori del circuito murario? Di pochi mesi fa l’aggiunta della Via Appia. Ed oltre? Possibile che oltre le mura costruite in fretta e furia alla fine del III secolo non ci sia nulla di altro?
Possibile che Roma e il Vaticano abbiano solo una casella nell’elenco dell’UNESCO?
Fin quando si continuerà a percepire un territorio solo ed unicamente come il suo elemento più noto e famoso, fino ad allora non si riusciranno ad ottenere percorsi politici e poi amministrativi che valorizzino i territori, riducano l’impatto del gran numero di turisti aiutandoli, nel contempo, a diventare anche viaggiatori, e permettano alle comunità territoriali di partecipare sia allo storytelling sia alla redistribuzione delle risorse.
