
È inaccettabile e strumentale la reazione del Governo ai provvedimenti con i quali 6 (sei) magistrati del Tribunale di Roma, il 18 ottobre 2024, hanno annullato i dodici trattenimenti disposti a carico di richiedenti asilo provenienti da Egitto e Bangladesh, portati in Albania in esecuzione del Protocollo Italia-Albania e della sua legge di ratifica, che prevede un allontanamento rapido, a seguito di procedure “accelerate”, di certe categorie di richiedenti asilo, senza che mettano piede in Italia. Per poter procedere al trattenimento è necessario che il richiedente provenga da un “paese d’origine sicuro”. L’essere considerato appartenente a un paese d’origine sicuro ha un forte impatto sui diritti fondamentali del richiedente: si procede automaticamente al suo trattenimento, la sua domanda è classificata come “manifestamente infondata”, la procedura di esame può essere svolta in modo accelerato (in pochissimi giorni), l’intera procedura può essere svolta in frontiera (o, in base all’accordo con l’Albania, nel centro lì istituito), con la conseguenza che al rigetto della domanda segue il respingimento.
Invocando la sottoposizione della magistratura al potere esecutivo e ritenendo “abnorme” il contenuto delle decisioni giudiziali, il Governo non solo viola clamorosamente il diritto europeo, ma mina alle fondamenta i principi e la forma costituzionale dello Stato democratico, strumentalizzando e facendo convergere la questione “Albania” nel chiaro obiettivo di sovvertire l’equilibrio e le funzioni degli organi costituzionali, con l’obiettivo primario di colpire l’autonomia e l’indipendenza della Magistratura.
Dunque, un attacco scomposto e gravissimo non solo ai giudici che hanno firmato l’ordinanza di rigetto, a cui va la mia solidarietà, ma al potere giurisdizionale, che va al di là della questione specifica dei provvedimenti assunti dal Tribunale di Roma, sui quali, tuttavia, il Governo finge di non sapere che: i provvedimenti del tribunale di Roma, sezione immigrazione, sono diretta e prevedibile conseguenza della sentenza del 4 ottobre della Corte di Giustizia dell’Unione Europea. La Corte ha stabilito che “un paese è sicuro se si può dimostrare che tutto il suo territorio sia tale: ciò può accadere solo se non vi siano forme di persecuzione, torture o minaccia di violenza indiscriminata in situazioni di conflitto armato”. La stessa Corte ha stabilito che il giudice nazionale “deve”, non “può”, rilevare la violazione delle norme di diritto dell’Unione relative alla designazione di un paese terzo come paese d’origine sicuro. È bene ricordare, inoltre, che lo stesso decreto interministeriale (Giustizia, Interno e Esteri) del maggio scorso, pur inserendo Egitto e Bangladesh tra i paesi sicuri, riconosce criticità in ordine a discriminazioni religiose e violazioni dei diritti umani nei due paesi.
Nel quadro delineato dalle norme e dall’interpretazione vincolante resa nota dalla Corte di Giustizia, sono state avviate ugualmente le procedure di trattenimento in Albania di persone provenienti da Paesi che, secondo quanto stabilito dalla Corte di Giustizia, non sono certo sicuri. Basti pensare a quanto accaduto in Egitto a Giulio Regeni e a tantissimi oppositori del regime. Questa scelta si pone in aperto contrasto con lo stato di diritto, che prevede cessioni di sovranità all’Unione Europea e la soggezione del diritto italiano ai diritti fondamentali riconosciuti, nel contesto europeo, dalla Carta dei Diritti Fondamentali dell’Unione e dalla Convenzione Europea dei Diritti Umani. Nessuna maggioranza politica, neppure la più estesa, può comprimere i diritti umani inviolabili e indisponibili, perché lo stato di diritto prevede limiti invalicabili.
Non si può chiedere alla magistratura di assumere decisioni ispirate dalla necessità di collaborazione con il governo di turno. Se agisse facendosi carico delle attese della politica, la magistratura tradirebbe il mandato costituzionale.
Un azzardo o una sottovalutazione? È lecito porsi la domanda dopo il pasticcio, ampiamente prevedibile, creatosi attorno al centro per i rimpatri aperto dal governo italiano in Albania, con un’enfasi mediatica lungamente studiata. Insomma, il punto non sono le “toghe rosse”, ma la cessione di sovranità all’Unione Europea, che tutti i Paesi membri hanno accettato e sottoscritto. Obblighi dei quali era ben consapevole anche il Governo, che, ciò nonostante, ha voluto impudentemente violare il diritto europeo, mandando scientemente 12 richiedenti asilo in Albania pur sapendo che la loro detenzione amministrativa sarebbe stata annullata, ma creando così una formidabile occasione per sferrare un gravissimo attacco alla magistratura e alla Costituzione italiana e per lanciare grida manzoniane contro coloro che difendono i diritti umani. Ma c’è sicuramente un aspetto tutto politico, che ha a che fare con quella narrazione sul tema sensibile dei migranti, rivolta soprattutto a rafforzare la fedeltà di quella fetta di elettorato che vuole il pugno di ferro e che è pronta a riversare sulla magistratura e sulla sinistra l’accusa di sabotaggio: «Almeno la premier ci ha provato e solo la magistratura, in combutta con l’opposizione lassista, le ha impedito di realizzare il suo piano». Indipendentemente dal decreto varato il 21 ottobre dal Cdm, insomma, la narrazione è destinata a continuare. Perché il punto non è la decisione del Tribunale di Roma, il punto è la supremazia del diritto europeo su quello nazionale, supremazia accettata dal nostro Paese con l’atto di adesione all’Unione Europea e per di più stabilita a chiare lettere dalla nostra Costituzione anche in tema di immigrazione: «La condizione giuridica dello straniero è regolata dalla legge in conformità delle norme e dai trattati internazionali», recita l’articolo 10.
Un gioco pericolosissimo che va denunciato e fermato senza esitazioni.
