
Quante volte abbiamo sentito parlare di resistenza passiva? Molti di voi risponderanno “tante”, altri “meno”, ma gran parte di noi riconosce alcuni simboli di questa forma di protesta. Tra le figure più influenti in merito spicca sicuramente Gandhi, i cui gesti sono emblema di una visione pacifista e di dissenso di fronte alle ingiustizie.
Oggi, in Italia, i suoi principi rischiano tuttavia di essere assimilati ad atti di violenza. Infatti, il nuovo DDL sicurezza prevede pene che possono arrivare fino a 8 anni di carcere per i detenuti e 6 per i migranti nei CPR che decidono di fare resistenza passiva, indipendentemente dalla ragione della loro protesta. Questo non è l’unico aspetto drammatico di un provvedimento concepito per contrastare l’illegalità — almeno nelle intenzioni del Ministro Piantedosi — ma che in realtà mira a soffocare il dissenso e a colpire ampie fasce popolari, in particolare quelle straniere. Leggendo il DDL, che potremmo definire “StraRiempi Carceri”, si rimane sconcertati di fronte ai nuovi reati e al rafforzamento delle pene già esistenti che la destra sta proponendo e che probabilmente porterà avanti in Senato.
Tra i nuovi reati troviamo la legge sull’occupazione abusiva: nonostante esistano già normative in materia, la destra sembra preferire l’aumento delle pene invece di sviluppare piani per l’edilizia popolare. Altri reati includono il blocco pacifico di ferrovie e strade – si passa da un illecito amministrativo a un illecito penale, con pene fino a 2 anni di carcere – il rafforzamento delle restrizioni sulla vendita di cannabis light, mettendo a rischio l’esistenza di migliaia di attività e di posti di lavoro.
Ci sono anche altri provvedimenti inaccettabili, come la fine dell’obbligo di invio dell’esecuzione della pena per le madri detenute con neonati, l’ampliamento del daspo urbano anche per persone non ancora condannate e la possibilità per gli agenti di pubblica sicurezza di portare armi senza licenza quando non sono in servizio.
La sicurezza è un tema fondamentale, che non può e non deve essere lasciato nelle mani delle destre che lo strumentalizzano. L’aumento delle pene si inscrive nel fenomeno della supercriminalizzazione, ovvero il mero inasprimento delle sanzioni penali per contrastare un dato avvenimento che ha ripercussioni dannose sulla celerità e l’efficacia della giustizia, senza alcun comprovato impatto sull’effettiva riduzione del numero di delitti.
Per garantire maggiore sicurezza, è necessario offrire maggiori garanzie di sopravvivenza. Quando si applicano norme che colpiscono i giovani che giustamente chiedono una maggiore attenzione al tema ambientale, o quando si penalizzano i migranti — ad esempio, negando loro la possibilità di avere un SIM senza la copia del permesso di soggiorno, negandogli la possibilità di rimanere in contatto con le proprie famiglie — si sta, in realtà, privando questi individui del diritto a vivere dignitosamente. Si sta andando contro la nostra Costituzione, specialmente contro l’articolo 3.
Tutti i cittadini hanno pari dignità sociale e sono eguali davanti alla legge, senza distinzione di sesso, di razza, di lingua, di religione, di opinioni politiche, di condizioni personali e sociali. Alla necessità di giustizia sociale che i cittadini domandano a gran voce bisogna rispondere non con la giustizia repressiva, ma con un ragionato programma di interventi sociali.
Il fenomeno delle occupazioni deve trovare risposta in un piano per l’edilizia pubblica, le proteste per l’ambiente in un rilancio delle politiche per la transizione ecologica, le rivolte in carcere in una doverosa revisione del nostro sistema carcerario, esaltando la funzione rieducativa della pena anziché la funzione punitiva, come impone l’articolo 27 della nostra Costituzione.
Alla repressione, va favorita la prevenzione e un nuovo modo di fare politica, insieme ai più deboli e non contro di essi.
