
Il teatro è questo: l’arte di vedere noi stessi, l’arte di vedere noi stessi!
(Augusto Boal)
Scrivere di Teatro è una grande impresa. Quando ci si trova davanti ad un argomento così vasto, ci si sente schiacciati dal “peso” di dover decidere come parlarne e il Teatro – per la sua straordinaria funzione sociale che travalica i secoli – è uno di quei temi che ci fa sentire così.
Definito da Gabriele Lavia come “la più grande invenzione dell’uomo per l’uomo”; esso è stato ed è arma bianca di emancipazione, formazione, educazione e liberazione degli individui.
Il mio rapporto con il Teatro inizia da giovanissima, intorno ai 15 anni, e potrei usare la mia storia per descrivere quanto esso sia fondamentale nella formazione individuale e nella costruzione delle persone che diventiamo.
Decido, però, in questo contesto, di raccontare una storia di teatro e territorio: la mia città, Pomezia.
Con una formazione teatrale semi-professionale ed una specializzazione universitaria sul Teatro dell’Oppresso applicato ai contesti organizzativi, decido di intraprendere l’esperienza di insegnare teatro nella mia città. Inizio con una piccola Associazione culturale e un piccolo laboratorio per adulti, poi avvio un laboratorio con i bambini e, infine, provo con gli adolescenti. Sono trascorsi quasi dieci anni, non sono più sola a tenere i laboratori e l’attività laboratoriale è diventata uno dei punti di riferimento della Città.
Animata dalla certezza che tutti debbano poter fare teatro e che le condizioni economiche non debbano essere un limite alla partecipazione, strutturo i laboratori in modo che possano essere esattamente questo: una possibilità per tutti.
Certa che i territori debbano essere delle Comunità Educanti, negli anni cerco di consolidare “alleanze” con altre Associazioni, con i Comitati di Quartiere, con l’Istituzione e con realtà culturali della città come i due Musei.
Questi rapporti ci consentono di fare esibire bambini, ragazzi e adulti nella propria Città, di farlo senza doversi sobbarcare costi per affitti di spazi privati e di create legami sociali. Nella scelta dei testi da mettere in scena, cerchiamo di trasmettere messaggi che possano essere di riflessione/crescita individuale, collettiva (a partire dalle più giovani generazioni), inter e intra generazionale.
Abbiamo così parlato di pace, di lavoro, di solitudine, di consumismo, di disagio mentale, di rapporto con l’altro, di emancipazione femminile, di antifascismo, di memoria.
Giochiamo e facciamo giocare al “gioco serio” del teatro con l’idea, citando Augusto Boal, che bisogna trovare “il coraggio di essere felici e che il teatro possa risolvere i problemi dell’umanità”.
Nella mia formazione accademica, l’incontro con il pensiero di Paulo Freire e con il Teatro dell’Oppresso di Augusto Boal, ha sicuramente inciso molto sul mio rapporto con l’insegnamento teatrale e la mia vocazione alla territorialità.
Il teatro pensato come una forma di educazione sociale e popolare; un teatro per tutti e di tutti che aiuti a scoprire potenzialità individuali ma anche, e soprattutto, a riflettere su noi nella Società.
L’insegnamento del teatro come un pezzo della Comunità Educante che vorremmo fare di Pomezia.
Una Città in cui, attraverso azioni educativi e culturali (come il teatro) si riescano a coltivare e liberare le potenzialità individuali, in un continuo incontro con l’altro e con la diversità individuale, culturale, sociale ed economica.
Il teatro come atto politico poiché deve aiutare tutte e tutti ad emanciparsi, a rendersi conto delle proprie potenzialità e risorse e, grazie allo studio dei testi, aiutare a sviluppare una coscienza critica della società e a diventare agenti di cambiamento.
