
Ho trovato molto significativo il coinvolgimento emotivo e la partecipazione a queste Olimpiadi da parte di chiunque. Fatico a ricordare un simile trasporto nelle precedenti edizioni: forse, finalmente, ogni disciplina sportiva, dalle maggiori alle minori, ha avuto la giusta attenzione. Certo, non grazie a qualche programma tv della rete nazionale, tra inciampi grafici e commenti al vetriolo lontani dallo spirito olimpico, ma ai social media, che tra meme, commenti e il conseguente e consueto hype inerziale, hanno funzionato da cassa di risonanza, facendo appassionare la gente alle pratiche sportive, comprese quelle che, mediamente, stenta a conoscere.
D’altronde, l’idea che gli sport “minori” siano tali è nei fatti della nostra società: siamo un Paese che si appassiona maggiormente alle discipline “storiche”, come calcio, basket e pallavolo, e poco agli altri sport, anche per una mancanza di luoghi nei quali osservarli, sostenerli, apprenderli. La Politica, poi, sembra appiattita sull’esistente, senza il coraggio di immaginare nuove strutture sportive e limitandosi a gestire quello che già c’è, che chiaramente non è sufficiente.
I risultati delle Olimpiadi di Parigi 2024 hanno evidenziato un aspetto cruciale legato allo sviluppo sportivo in Italia: la distribuzione geografica delle medaglie riflette plasticamente la distribuzione della pratica sportiva sul territorio nazionale. Esiste una disparità territoriale, tutt’altro che casuale, che rivela un problema più ampio e radicato: la scarsa diffusione dei luoghi dedicati allo sport nel nostro Paese, soprattutto nelle regioni meridionali. Se osservassimo, non tanto il luogo di nascita degli atleti e delle atlete, come hanno fatto molti giornali, ma i luoghi in cui hanno appreso la pratica sportiva, quindi le città dove sono cresciuti e si sono formati sportivamente, noteremmo che, su ottanta atleti premiati in totale, le uniche medaglie che provengono dal Sud Italia sono cinque, quella di Simone Alessio, livornese di nascita ma calabrese di adozione, dei siciliani Antonino Pizzolato, Rossella Fiamingo e Alberta Santuccio e dei pugliesi Paolo Monna e Luigi Samele.
Cinque su ottanta, davvero troppo poco.
Sono 77mila gli impianti e le infrastrutture dedicate allo sport in Italia ma soffermarsi su un dato simile non è sufficiente nella complessa realtà italiana che vede la concentrazione degli impianti sportivi e delle aree di sport all’aria aperta al centro nord, nelle grandi città e nei centri urbani.
Una fotografia impietosa delle disuguaglianze a livello locale che condanna il Sud, i piccoli comuni, le periferie e le aree interne a poter accedere all’offerta sportiva solo spostandosi altrove, e solo quando le condizioni economiche lo consentono: circa il 47% degli italiani, infatti, non pratica alcuna attività fisica regolare, con picchi del 60% nel Sud Italia.
Un dato increscioso.
L’Italia è uno dei Paesi più sedentari al mondo tra i membri dell’OCSE, classificandosi al quarto posto per sedentarietà tra gli adulti e ultimo per quanto riguarda i bambini tra gli 11 e i 15 anni, secondo i criteri dell’Organizzazione Mondiale della Sanità.
Questa situazione è particolarmente preoccupante nelle fasce economiche meno abbienti e nelle regioni del Sud Italia, dove la sedentarietà è più diffusa, aggravando le disparità regionali e socioeconomiche con conseguenze rilevanti non solo per la salute pubblica, ma anche per l’economia, con un impatto negativo che si ripercuote sui costi sanitari e sociali.
Eppure il settore sportivo contribuisce per circa l’1,3 per cento al PIL nazionale, una percentuale ragguardevole che ne sottolinea l’importanza economica. Tuttavia, nell’agenda della Politica italiana -nonostante, con uno scatto di reni, si sia straordinariamente inserito in Costituzione il diritto allo sport- non è adeguatamente valorizzato né garantito: il Paese è infatti 15° nell’Unione Europea per livello di spesa pubblica pro-capite destinata allo sport. Questo si riflette anche a livello locale, dove mancano investimenti considerevoli sia nell’impiantistica sportiva che negli aiuti alle famiglie che faticano ad accedere alle attività sportive.
La Capitale, Roma, per fare un esempio caro a chi scrive, dopo la mancata occasione olimpica, dovrà aumentare significativamente il proprio impegno per lo sport, soprattutto a livello di investimenti, dimostrando che i numeri -discreti rispetto alla media nazionale ma totalmente insufficienti rispetto alle altre capitali europee- possono essere incrementati: nuove aree fitness, nuovi playground pubblici multidisciplinari, nuovi luoghi per lo sport, nuovi spazi per le associazioni e per le federazioni, nuovi patti con gli enti di promozione sportiva e, contestualmente, l’ammodernamento dell’esistente, perché di opere incompiute e degradate ce ne sono ancora troppe. Partendo però dallo sport di base, che è il punto di orgoglio della città, e iniziando dai luoghi in cui generazioni di bambini e bambine sono cresciuti e si sono avvicinati alle discipline sportive: i centri sportivi municipali.
Investimenti e programmazione per questi spazi scolastici che svolgono un ruolo strategico nella crescita, nell’espressione e nel miglioramento della condizione fisica e psichica, nello sviluppo delle relazioni sociali -come enunciato dalla Carta europea dello sport- essendo dei veri punti di aggregazione per le comunità locali dove praticare diverse discipline sportive a costi accessibili.
In Italia 6 edifici scolastici su 10 non sono dotati di un impianto per la pratica sportiva, a Roma invece è il contrario: il 65% delle scuole dispone di una palestra.
Molte di queste, come tutta l’edilizia scolastica, ha bisogno di un serio piano di investimenti pubblici.
Il PNRR ha dato un primo segnale in questo senso, ma il cammino da percorrere è ancora lungo. L’attuale occasione storica è unica, poiché per la prima volta dagli anni ’70 le oltre 360 palestre scolastiche nella Capitale andranno a bando nello stesso momento e ciò deve necessariamente portare a una discussione seria -lontano dalle beghe e dagli interessi politicisti che si stanno miseramente osservando sull’argomento- sul modo migliore di affidare spazi più idonei promuovendo al contempo la pratica sportiva, anche in forme innovative, e valorizzando le esperienze virtuose di associazionismo sportivo dilettantistico in grado in questi anni di costruire relazioni importanti con il territorio e soprattutto di crescere generazioni di bambini e di bambine in un sistema che ha funzionato e che, se aiutato a svilupparsi ulteriormente, potrebbe moltiplicare le occasioni di crescita del talento sportivo con tutte le ricadute sociali, sanitarie e professionali che lo sport ha dimostrato di possedere.
Il tempo è ora, a Roma e in Italia.
Sfruttiamo l’onda emozionale di questi grandi risultati a Parigi 2024 e con la forza di quelle medaglie sul petto immaginiamo di poterle aumentare producendo uno sforzo ad ogni livello, in ogni amministrazione e in ogni città investendo in maniera uniforme in tutto il territorio nazionale su un settore che ne ha bisogno e di cui gli italiani e le italiane hanno bisogno.
Perché è vero che siamo un Paese spaccato in due, e più parti, con l’attuale compagine governativa e la sua classe dirigente che continuano a immaginare più velocità in ogni settore ma è altrettanto vero che la raccolta delle firme contro quel disegno di disuguaglianza, la legge sull’autonomia differenziata, e la grande risposta numerica di chi, tra le forze progressiste, l’ha già sottoscritta, sottolineano l’ostinazione di continuare a sognare un’Italia unita, con una classe politica che lavora quotidianamente per ridurre le distanze, un Paese che gareggia e vince insieme in ogni campo, come ci hanno insegnato le ultime olimpiadi.
Questo è ciò che siamo e ciò che vogliamo continuare ad essere.
