Mai come in questi giorni, riecheggiano in me le parole della nostra Segretaria Elly Schlein, come un mantra, un sottofondo incessante, martellante nella testa: “La leadership femminile è solo una questione di genere, la leadership femminista è quella che si batte per migliorare le condizioni di vita di tutte le altre donnə, far crescere una nuova classe dirigente che comprenda categorie marginalizzate e schiacciate fuori dalla politica”.

Mi assillano queste parole perché la lettura de Il senso delle donne per la città di Elena Granata, libro imprescindibile, compagno di rivelazioni, sta facendo affiorare immagini che non sapevo rappresentare io stessa, o alle quali non avevo mai dato definizione netta:

Quando arrivano a rivestire posizioni di governo e di strategia, le donne si comportano in modo molto simile agli uomini, dovendosi adeguare ad un ruolo predeterminato, che vince sul loro genere. Tanto da diventare indistinguibili. Spesso diventano convenzionali, non innovano quanto potrebbero, tendono a controllare più che a lasciare spazio, non producono pensiero. Si limitano alla gestione più che all’immaginazione. La vera differenza le donne la fanno quando arrivano ad assumere ruoli di comando da “aliene” o da “straniere”, mantenendo la capacità di portare un pensiero inedito, di minoranza, marginale rispetto al contesto in cui operano. Fin tanto che agiscono da neofite, da persone meno avvezze a quell’inconsueta possibilità di comando, hanno più possibilità di portare il valore della loro differenza, quello che esprime chi viene da altre regole e da altre attitudini. O addirittura le viola, non conoscendole.” 

Ma come si costruisce una rappresentanza femminile? Dove si trovano fuori dai consueti schemi della politica le figure civili che potrebbero dare un contributo ad un progetto di scardinamento del rigido schema che vede in schieramenti contrapposti istituzioni e cittadini? Davvero le “quote rosa” sono la soluzione alla scarsa partecipazione femminile (più genericamente delle minoranze) nella politica?

L’esperienza della città fatta dal corpo femminile

La città, che è al centro del saggio di Elena Granata, è in realtà, in tutto il libro, un paradigma della società, è il luogo civile dove i cittadini si educano, dove compiono esperienze che li plasmano e segnano indelebilmente.

Le donne hanno un vantaggio in questo, loro sperimentano la città, e dunque la pòlis, con il corpo femminile, un corpo che muta continuamente. Leslie Kern scrive nei suoi saggi sulla “città femminista” cominciando sempre con un cenno autobiografico, perché il pensiero nasce dall’esperienza, la visione dalle letture e della vita e questi due aspetti sono mescolati insieme in modo inseparabile; la Kern ci racconta del suo essere “studentessa, poi ricercatrice, poi figlia, poi madre in attesa di una figlia, poi madre alle prese con passeggini e traslochi, poi amica, e queste esperienze mutevoli della vita sono materia per il pensare, chiave di accesso alla consapevolezza di come funzionano le città; il corpo, non il corpo astratto, […] il suo corpo, quello delle altre, quello che abita, con cui convive, che le consente di muoversi nel mondo e di farne esperienza viva e sensibile.”, ci dice Granata.

La città dal basso

Di questi punti di vista fuori dal consueto si è parlato molto anche negli incontri organizzati presso gli spazi romani Europa Experience del Parlamento Europeo, in collaborazione con il collettivo “donna, immagine, città”, dove si è discusso di come includere le differenze di bisogni e necessità tra i generi contribuisca a migliorare la vita quotidiana non solo delle donne, ma di tutta la cittadinanza. Per costruire una città (ed un paese aggiungerei) di genere è necessario studiare attentamente i flussi, ascoltare i diversi modi di vivere i luoghi che significa comprendere di cosa hanno realmente bisogno tutte e tutti: donne, bambini, anziani, minoranze, chiunque viva la città ogni giorno e chi solo per determinati periodi. 

Una politica civile, una politica di territorio, che si innesti sulle esperienze delle realtà di prossimità che costituiscono la resistenza del nuovo secolo, che ascolti le persone e che con esse costruisca un modello nuovo non solo condiviso ma coprodotto, nel quale riconoscendosi i cittadini si sentiranno parte attiva e sostanziale, questo è lo sguardo, e a mio parere l’unica chiave di svolta, per la politica progressista del nostro paese.

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