In questi giorni è in discussione nella settima commissione del Senato una legge di riforma della scuola che interverrà sia sulle primarie che sulle secondarie. La destra al governo ha presentato due emendamenti in commissione, una per reintrodurre la valutazione sintetica alle scuole elementari, l’altra per irrigidire il voto in condotta alle superiori. L’intento sarebbe appunto quello di tornare ad una valutazione con voto, a livelli insomma, per le bambine ed i bambini delle scuole elementari: dal 2019, infatti, il governo Conte II avviò una sperimentazione nelle scuole elementari con una legge, accolta positivamente dal mondo della pedagogia, che aboliva la valutazione sintetica (quella per numeri, livelli o lettere) e introduceva il giudizio descrittivo. Un nuovo modello per il nostro Paese, che ridefininiva la valutazione come mero strumento messo al servizio della crescita delle bambine e dei bambini, che rompeva lo schema fortemente divisivo e improntato alla competizione in anni fondamentali come i 6-11.

In questi anni, invece, abbiamo imparato a conoscere l’idea di scuola del Governo Meloni e del Ministro Valditara. A partire dall’inserimento della parola “Merito” nella dicitura del Ministero, si è deciso di scavalcare e cancellare i passi avanti fatti dal mondo dell’istruzione in questo Paese e tornare ad imporre una scuola di classe. Il merito di Valditara prevede il “valore formativo dell’umiliazione”, come detto dal ministro ormai un anno fa: si tratta di uno strumento di selezione e di controllo. Così in pochi anni, con un processo senz’altro cominciato prima di questo governo ed in cui il Partito Democratico ha le sue responsabilità, viene imposta alla scuola una nuova funzione. Una funzione di classe.

Quando mio nonno era bambino, i suoi genitori sapevano che la sua vita sarebbe stata migliore grazie al fondamentale ruolo di crescita e formazione che la scuola aveva nei primi decenni della nostra Repubblica. Essa era un luogo in cui si fornivano agli individui gli strumenti fondamentali per analizzare la società, comprenderne il funzionamento ed imparare a criticarla per poterla migliorare. Una funzione che è nella storia e nel DNA del nostro Partito, poiché ricalca il compito fondamentale delle iniziative, delle comunità e delle sezioni del PCI. Si insegnava il Pensiero Critico. Quella capacità e voglia di porsi delle domande su ciò che ci circonda, di riconoscere e combattere le ingiustizie, di prendere coscienza della propria condizione. Tutto ciò, deve essere insegnato a scuola per garantire il miglioramento della nostra società. 

È chiaro che non è più così. Oggi si parla di merito, rifiutandosi di leggere le fondamentali differenze di classe, gli “ostacoli allo sviluppo della persona” di cui parla l’articolo 3 della nostra Costituzione. E questo accade perché in questa interpretazione data dalla destra, il merito non è inteso come un processo, un percorso evolutivo che spinge ciascuno a far meglio per sé e per gli altri ma come un punto fisso, il risultato che si è ottenuto, senza tener conto del punto di partenza e della strada che si è fatta, del contesto familiare e sociale di provenienza. Il loro “merito” non è un impulso a fare meglio ma uno strumento per cristallizzare le differenze di classe, impedendo a chi ha meno di poter ambire ad avere di più. Così viene imposta la bocciatura alle ragazze ed ai ragazzi che non hanno la sufficienza in condotta: magari perché hanno deciso di alzare la voce prendendo il controllo dei loro luoghi del sapere contro un sistema che normalizza le morti sul lavoro, che accetta le morti di fame a servizio del profitto di pochi. Ci si rifiuta di ascoltare una generazione che più di tutte le precedenti si trova senza prospettive con questo modello di sviluppo. Pretendendo che le studentesse e gli studenti stiano in silenzio ed a testa bassa. Allo stesso tempo si decide di tagliare sul fondo per gli affitti e, come sta facendo la destra al governo della Regione Lazio, accettare che la gente possa vivere in una cantina. Oltre al danno, pure la beffa. 

Insomma, un governo che pensa che sia giusto dare più spazio ai privilegiati, incentivare l’obbedienza e l’umiliazione, tenere separate e distinte le classi sociali per la salvaguardia dell’ordine e dei profitti di un pugno di persone. Un governo che decide, inoltre, di reprimere nel sangue, con le manganellate ed a colpi di bocciature e sospensioni le mobilitazioni delle studentesse e degli studenti che non vogliono accettare questo sistema criminale. Davanti a noi abbiamo il pericolo del modello di scuola della destra ed a questo pericolo dobbiamo rispondere con l’alternativa. Ricostruire, dalle fondamenta, il nostro modello di istruzione ed educazione, che non educhi alla competizione ma insegni la comunità, che superi la valutazione numerica (anche alle superiori!) per far sì che si riaccenda la passione e la speranza nella società del futuro. Un modello di formazione che non insegua le dinamiche del sistema economico, ma che insegni a guardare oltre e che dia gli strumenti alle ragazze ed ai ragazzi per poterlo cambiare. Una scuola che sia motore del processo di rivoluzione dolce della nostra società verso una società più giusta. Il Partito Democratico, insieme alle rappresentanze dei docenti e degli studenti si ponga a guida di questo processo. Contro una scuola di classe.

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