
Se la stagione agonistica della Roma di Daniele De Rossi finisse con la partita di Udine staremmo già parlando di un clamoroso successo.
Ventinove punti in 13 partite, meglio di lui solo l’Inter Campione d’Italia e il bellissimo Bologna di Thiago Motta, alla media di 2,23 a partita. Un’enormità Gli stessi che Mourinho aveva raccolto nelle prime 20 giornate di Campionato.
Per non tacere del percorso in Europa League dove la Roma di De Rossi ha eliminato due «squali» retrocessi dalla Champions League come il Feyenoord e il Milan, oltre al Brighton di De Zerbi che, fino al confronto con DDR, era considerato il nuovo guru del Calcio continentale .
Ma, come diceva il grande Vujadin Boskov, di cui in questi giorni ricorre il decimo anniversario della scomparsa, “Partita finisce quando arbitro fischia”. E pertanto un giudizio completo sulla prima stagione di Daniele De Rossi come allenatore di Serie A può essere dato solo a giugno.
Però, e un però è necessario, almeno tre elementi di importante novità nelle acque stagnanti del Calcio italiano sono già agli atti.
E sono tre elementi che vanno oltre il campo.
Il primo, che sembra banale ma banale non è, riguarda il fatto che De Rossi in conferenza stampa non solo non sbaglia un congiuntivo, merce rara a quelle latitudini, ma ogni dichiarazione che produce si ferma sul versante tecnico e sportivo spolverando via con eleganza le recriminazioni sui torti arbitrali e sulla malasorte.
Il secondo è quello che ha fatto a Udine quando la sorte del calciatore Ndicka sembrava appesa a un filo. Ha preso in mano la situazione e fatto sospendere una partita con la consapevolezza, per sé stesso e per i suoi calciatori, che tornare in Friuli, la trasferta più lunga in assoluto per la Roma, e nel bel mezzo di due sfide decisive, non lo avrebbe aiutato.
Per un calcio che ha visto proseguire Perugia-Juventus sapendo che il povero Renato Curi erano morto negli spogliatoi, per un calcio che ha fatto giocare una finale di Coppa dei Campioni, l’antenata della Champions League, con 39 morti sugli spalti, per un calcio che ha fatto completare un match degli Europei del 2021 dove un protagonista, Eriksen, aveva avuto un infarto in campo, è un grande segnale.
Non sempre lo spettacolo deve continuare per forza.
Solo un altro grande Campione in passato aveva avuto lo stesso coraggio. Parliamo di Roberto Baggio, che bloccò l’avvio di Brescia-Parma di Coppa Italia del 23 gennaio 2002 perché raggiunto mentre entrava in campo dalla notizia che il suo compagno di squadra, Vittorio Mero, era morto in un incidente stradale. Erano a centrocampo pronti al calcio di inizio e il Divin Codino disse “no, oggi non si gioca”.
Il terzo è il saluto, e il ringraziamento, ai tifosi dell’Udinese alla fine del recupero. Un gesto raro, un gesto da Uomo di Sport, un gesto quasi unico in Italia, da far vedere nelle scuole.
Cosi come andrebbe fatto vedere nelle scuole tutto quello che fa e che dice l’altro grande fenomeno sportivo del momento: Jannik Sinner. Sinner che, a mio modesto avviso, con De Rossi rappresenta plasticamente la speranza che anche lo Sport italiano possa diventare serio, pulito, agonisticamente intenso, con grandi battaglie sul campo e grande rispetto al di fuori.
De Rossi e Sinner, Sinner e De Rossi, due sportivi italiani che oggi rappresentano un grandissimo esempio da seguire…sia come uomini che come professionisti. Jannik e Daniele persone vere
