1 maggio, festa dei lavoratori.

Una ricorrenza, una data, un simbolo che occorre celebrare e ricordare ogni anno da oltre un secolo, ma che quest’anno assume forse un significato maggiore.

Un senso più profondo perché sono sempre più numerosi purtroppo quegli uomini e quelle donne che sul posto di lavoro hanno perso la vita. Ben 119 solamente nel primo bimestre del 2024. Ovvero 19 in più rispetto allo stesso periodo del 2023. Quando erano stati 1041 in totale.

Millequarantuno nostri concittadini che non sono rientrati a casa dai propri cari dopo quella che sarebbe dovuta essere una normale giornata di lavoro.
Millequarantuno morti che la UIL ha voluto ricordare con l’allestimento del corrispettivo numero di bare a piazza del Popolo a Roma il mese scorso.

Perché sia visibile a tutti la strage che continua a perpetrarsi sui cantieri, nei campi, sui mezzi di trasporto. In tutti quei luoghi che dovrebbero rappresentare un posto sicuro per ognuno di noi. Ma è proprio la sicurezza a mancare.

La sicurezza di un’imbracatura idonea e conforme alle normative, la sicurezza di un contratto regolare o di un orario di lavoro che lo rispetti. La sicurezza di mezzi e strutture adeguate in ogni contesto. Non è un caso che nell’ultimo anno siano aumentate in maniera esponenziale anche le denunce per infortunio.

A causa della mancanza di quella sicurezza che ogni datore di lavoro, ogni azienda dovrebbe garantire. E che, a monte, dovrebbe essere garantita dallo Stato. Uno Stato che contempli e riconosca solamente i contratti nazionali di lavoro firmati dai sindacati confederali. Uno Stato che faccia delle ispezioni e dei controlli uno dei suoi punti di forza. Uno Stato che riconosca davvero il valore del lavoro e della Costituzione e che nell’articolo 1 si riconosca e si rispecchi e non lo citi solo come frase di circostanza nelle ricorrenze.

Perché se l’Italia è ancora una Repubblica democratica fondata sul lavoro, su questo deve investire. Destinando ad esso, alla formazione, all’incremento dei posti di lavoro, al turn over, le proprie risorse. Senza delegare al privato ciò che deve rimanere pubblico. Senza salvare gli evasori per ottenere qualche voto in più.

Il pugno di ferro va usato contro chi elude la sicurezza, chi evade le tasse, chi assume ancora oggi in nero o con contratti irregolari, non certo contro gli studenti, i manifestanti o chi esprime pubblicamente le proprie idee, fossero anche di dissenso.

Perché se l’articolo 1 ribadisce che viviamo in una democrazia, l’articolo 21 ci ricorda che è proprio di un sistema democratico esprimere liberamente le proprie idee e manifestare il proprio pensiero. E la Costituzione non è un romanzo dall’interpretazione soggettiva, ma il valore fondante su cui poggiamo le nostre radici e il nostro essere. Abbiamo celebrato da pochi giorni il 25 aprile.

Non dimentichiamo la nostra storia e il significato del sacrificio di chi quella storia ha contribuito a cambiarla. Una storia che rappresenta un monito e un insegnamento ma che abbiamo il dovere di costruire ogni giorno non solo per non riproporre fantasmi di un passato che credevamo lontano ma anche per consegnare alle future generazioni un Paese, un sistema all’altezza almeno di quanto noi abbiamo ricevuto dai padri costituenti. Libertà e democrazia sono valori indiscutibili. Che si parli di opinioni, di usi e abitudini, di gestione del proprio corpo e della propria mente, di lavoro.

E quale libertà garantisce un lavoro sotto ricatto? Quale libertà possono avere un uomo o una donna che lavorino in nero o con contratti precari da pochi euro al mese?

Questo Governo incentiva la famiglia, il bonus natalità, ma quale garanzie offre ai giovani perché si possano permettere una famiglia? Anche questa sembra oramai un lusso.

Senza lavoro è difficile crearla. Non è un caso che l’ indice di natalità In Italia abbia raggiunto il suo minimo storico. Meno di sette nuovi nati e più di 12 decessi ogni mille abitanti è un fallimento. Un fallimento politico, economico, sociale. Di quel sociale tanto vituperato e bistrattato dalle politiche di governo e che dovrebbe invece rappresentare la nostra priorità assoluta.

Sembra non ci si renda conto che inseguire parametri economici senza considerare il sociale sia una contraddizione di termini. Uno Stato sano economicamente riconosce lavoro e welfare come priorità. Viceversa, produce denatalità, precarietà, fughe all’estero, aumento di una tassazione che dovrà compensare il decremento demografico e contemporaneamente l’evasione fiscale.

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