È successo tutto in pochi giorni. Prima la pretestuosa censura di Antonio Scurati e del suo monologo sull’omicidio di Matteotti, poi la limpida rivendicazione del suo essere fascista da parte di Ascanio Magliaro, ex portavoce di Almirante. Questi sono solo gli ultimi due esempi in ordine di tempo. E se questo avviene in tv, che è ancora il mezzo di comunicazione di massa più pervasivo e trasversale, è perché qualcosa è cambiato nel tessuto del nostro Paese. Gli esponenti di questo Governo di destra-destra, non riescono a rispondere chiaramente a una domanda semplice, che può avere una sola risposta se si è giurato sulla Costituzione per guidare il Paese dopo le elezioni: “lei si dichiara antifascista?”. Basterebbe un “sì” che dovrebbe essere convinto e convincente. Invece Giorgia Meloni svicola, Francesco Lollobrigida afferma che l’antifascismo ha portato a tanta violenza quindi proprio non se la sente di dichiararsi tale e Gennaro Sangiuliano risponde a una domanda con un’altra domanda: “e lei si dichiara anticomunista?”.

Non è un caso che il clima politico si infiammi su questo tema nei giorni a ridosso del 25 aprile, Festa della Liberazione, succede ormai da 30 anni. Succede da quando gli eredi di quelli che la guerra l’hanno persa, grazie a Berlusconi, hanno iniziato a far parte dei governi di quell’Italia democratica che non sarebbe mai nata se non ci fosse stata la lotta di liberazione dei partigiani e delle truppe alleate.


Parlamentari e ministri, discendenti di quella storia e di quella visione politica, una volta conquistato il potere, hanno iniziato a portare, nelle istituzioni e nel discorso pubblico, il loro punto di vista sulla Resistenza, sulla Seconda Guerra Mondiale e sul fascismo. Hanno provato a spacciarlo come super partes e oggettivo ma era talmente pregno di menzogne e trasudava così tanto risentimento e voglia di rivalsa, che in pochi gli hanno creduto. Ma come scrisse George Orwell, “chi controlla il passato controlla il futuro e chi controlla il presente controlla il passato”, e dopo tanti anni di insinuazioni e attacchi al 25 aprile e alla Resistenza, alla fine, un po’ di persone sono riuscite a convincerle.
Bisogna dire, però, che la destra non sarebbe stata in grado di fare tutto questo senza l’aiuto di una parte della sinistra che, travolta dal crollo delle ideologie, incapace di reagire al momento in cui moriva il vecchio mondo e il nuovo tardava ad arrivare, ha avuto difficoltà a mantere vivi sia i valori della Resistenza sia l’esperienza culturale e politica che aveva costituito il fronte antifascista.

La sinistra ha così iniziato ad accettare la normalizzazione della presenza dell’estrema destra nel dibattito pubblico, anche rilanciando, forse ingenuamente, alcuni dei suoi temi propagandistici tesi a riabilitare l’esperienza del fascismo, come quello dei “ragazzi di Salò” che comunque, alla fine, in qualche modo, tutto sommato, avendo combattuto per un ideale, una forma di riconoscimento avrebbero dovuto averla. Una sorta di onore delle armi cinquant’anni dopo, nell’ottica di una distensione tra le forze politiche che si sarebbero fronteggiate nella Seconda Repubblica.

Le vicende del presente ci dicono con chiarezza che questo tentativo di pacificazione è stato un percorso a senso unico e che non solo non ha funzionato ma ha comportato alla sinistra una serie di sconfitte politiche e culturali che ancora sta scontando. Per la destra la questione non è la pacificazione ma la riabilitazione di una storia di dittatura e violenza da poter finalmente rivendicare quando non esibire e sbandierare direttamente.

Le forze dell’altro campo, per molto tempo, hanno pensato che fosse sufficiente parlare di antifascismo per relegare gli avversari all’opposizione. Ed è anche per questo che la parola stessa, antifascismo, non fa più presa su buona parte della cittadinanza perché il suo abuso, nel tempo, l’ha annacquata, l’ha resa incapace di esprimere chiaramente un sistema di valori precisi ed è diventata, nella percezione generale, quella cosa che si dice quando ci sono le elezioni.


La storia dell’antifascismo è lunga e nasce prima ancora della marcia su Roma, quando esponenti e militanti di forze politiche molto diverse tra loro, si resero conto che i fascisti e le loro squadracce violente, avrebbero rappresentato un pericolo per il Paese. Ci volle tempo ma queste forze, dai comunisti ai democristiani, dai socialisti ai cattolici ai repubblicani, riuscirono a unirsi per contrastare fascismo e nazismo e quello che avevano portato nei Paesi che avevano occupato, primo fra tutti, la distruzione di qualunque forma del processo democratico e la promozione di un sistema che portasse all’accentramento totale del potere nelle mani di pochi, tenuti al potere non da un consenso popolare ma da una propaganda menzognera e martellante, vittimistica e complottista. La violenza e il controllo sono solo conseguenze inevitabili di questa cultura antidemocratica.

Le censure e gli attacchi diretti a intellettuali e cittadini e cittadine che manifestano il proprio dissenso nei confronti del Governo, in questo quadro, assumono una caratteristica ben precisa. Così come la assumono sia la proposta del premierato sia quella dell’elezione diretta del Capo dello Stato e tutte le idee di questa destra di rafforzare le figure apicali del Paese, privandole di un vero contrappeso che è poi la garanzia che viene data ai cittadini che il regime in cui vivono è compiutamente democratico.


La democrazia si esprime attraverso il voto della cittadinanza. Ma ciò che la garantisce davvero è l’infrastruttura delle istituzioni che, bilanciando il potere, tutela le persone e i loro diritti. Il consenso è solo una delle parti che caratterizzano la democrazia. E lo sapevano bene i padri e le madri costituenti che avevano assistito all’azione della macchina propagandistica del regime. Proprio perché conoscevano la pericolosità del consenso per il consenso, crearono una struttura istituzionale in grado di difendere il Paese dalle derive autoritarie, affidarono ai partiti il compito di organizzare le masse in modo che i conflitti di classe, di interessi, di visioni del mondo non sfociassero più nella violenza e in una guerra civile.
In fondo, cos’è l’antifascismo se non la premessa necessaria per l’esistenza di uno stato democratico?

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