
Il Governo Meloni sta aprendo le porte dei consultori alle associazioni pro-life, quelle contrarie all’aborto. Si tratta di un atto che, se confermato, porterà il nostro Paese indietro di decenni.
Un Paese dove, sebbene il diritto all’aborto sancito dalla L. 194/1978 sia riconosciuto appunto da più di 40 anni, si è fatto sempre fatica a rendere il libero arbitrio delle donne, in tema di maternità, effettivo e non condizionato.
I medici obiettori, cioè contrari tout court all’interruzione della gravidanza, hanno da sempre popolato i consultori e gli ospedali pubblici, rendendo tortuoso un percorso già di per sé duro. Non dimentichiamo infatti che chi interrompe una gravidanza lo fa per i motivi più vari, che passano dalla giovane età, dalla paura dello stigma di avere figli prima del matrimonio che ancora oggi serpeggia in alcuni contesti, alle difficoltà economiche, alla presenza di problematiche fetali, alla consapevolezza di non essere preparati ad essere genitori. Indipendentemente dai motivi, tutti degni di rispetto, nessuno dovrebbe decidere sul corpo di qualcun altro.
La possibilità in Italia di accedere alla interruzione volontaria di gravidanza entro i primi 90 giorni dal concepimento, ha garantito a generazioni di donne di poter ricevere l’assistenza e le cure adeguate. Ha evitato il pericolo di aborti clandestini, fatti in casa, in condizioni insalubri, con grandi rischi per le donne.
L’accesso delle associazioni pro-vita nei consultori ha l’obiettivo di azzerare tutto questo. Anni e anni di lotte per la civiltà buttati via. Difficile capire come le donne che si rendono portavoce di campagne anti aborto, pensino al concetto di rispetto e dignità per sé stesse e per le altre donne.
La speranza è che tutte le forze di opposizione in Parlamento facciano sentire la propria voce, con forza e determinazione, perché non possiamo tollerare che decisioni intrise di autoritarismo e nostalgia del passato, passino ancora sul corpo delle donne.
